Un viaggio in Costa Rica

Premessa postuma

Queste note di viaggio, in origine un mezzo per mantenere quotidianamente informate le persone a me care di quanto stava succedendo nella mia strana vacanza solitaria, si sono man mano trasformate in qualcosa di diverso, una specie di lungo racconto, un diario po' ingarbugliato cosi' come la testa di chi lo scriveva. Nella speranza che esso sia godibile da un pubblico solo un pochino piu' ampio da quello pensato inizialmente, ho deciso di metterlo sul mio sito, per chi volesse ricordare il viaggio insieme a me. Per costoro credo sia utile uno schema di percorso che aiuti a districare la matassa della struttura narrativa. Questa infatti, partita sulla falsariga di un classico diario di bordo, si e’ in seguito accartocciata per la difficolta’ di coniugare il tempo reale con quello raccontato. I due piani, che divergono dopo pochi giorni, si ricongiungono solo alla fine. Allo stesso scopo ho fatto un uso scherzoso di pseudo tag xml che delimitano sezioni particolari ed in qualche modo specifiche del racconto. Schematicamente quindi:


20 Novembre: Volo Milano-San Jose’
21 Novembre: San Jose’ visita alla citta’ e Museo precolombiano
22 Novembre: Da San Jose’ a Quepos
23 Novembre: Manuel Antonio visita al Parco con guida e spiaggia
24 Novembre: Manuel Antonio visita al Parco da solo
25 Novembre: Da Quepos a Bahia Drake
26 Novembre: Bahia Drake spiaggia deserta e giro notturno nella giungla
27 Novembre: Bahia Drake snorkeling a la Isla del Caño
28 Novembre: Da Bahia Drake a San Jose’
29 Novembre: Da San Jose’ a Cahuita
30 Novembre: Da Cahuita a Puerto Viejo de Talamanca
1 Dicembre: Puerto Viejo de Talamanca
2 Dicembre: Da Puerto Viejo a San Jose’
3 Dicembre: Da San Jose’ a Milano

Domenica 20 Novembre

I l viaggio e' stato in generale OK. Non sapevo che la American Airlines fosse diventata praticamente una low cost, ma cosi' e': non ci sono gli schermi personali per guardare il film, che puoi intravedere negli schermi grandi a circa 10 metri di distanza, ma l'audio e' un'altra cosa, le cuffie non ci sono, devi avere le tue. Un paio di cuffiette riesco a recuperarle, me le porto sempre dietro nel caso mi venga voglia di sentire un po' di musica, cosa che, non so perche', non succede poi mai. Inutile dire che col pasto scrauso che passa il convento non c'e' grande scelta da bere: acqua, succo di mela, pepsi, succo d'arancia. Pero' tutto servito con ghiaccio, come si conviene ad una compagnia a stelle e strisce. Timidamente chiedo se si puo' avere una birra, la negrona con la faccia simpatica mi dice che c'e' ma costa sette dollari e (mi fa l’occhietto) non e' tanto buona. Dico che mi sono sbagliato e in realta' volevo un succo di mela. Mi passa una birra facendomi un occhietto piu' malandrino del primo. Aveva ragione: non era buona, ma quando e' ripassata e mi ha chiesto: buona la birra? Ho detto ottima!

A New York solita coda chilometrica alla dogana. Lo trovo stupido. Qualcuno mi dovrebbe spiegare perche'.

Un passo indietro. A Malpensa (devo ricordarmi di scriverglielo, qualcuno deve pur farlo, se non tenti di cambiare le cose non cambieranno mai) la signorina al check in, impiegata nota bene dell'American Airlines, mi ha assicurato che il bagaglio era "checked thru" e cioe' che l'avrei ripreso a San Jose'. Ipotesi che sembrava scontata in quanto entrambi i voli erano American Airlines. Io in Italia avevo dovuto fare l'ESTA (non mi ricordo l'acronimo, e' l'ultima variante di quella abitudine arcaica che sono i visti di ingresso nei vari paesi). Anche se in America dovevo solo toccare il sacro suolo dell'aeroporto JFK e poi involarmi verso il terzo mondo (che e' tutto quello che non e' USA). Ai controlli di sicurezza le solite stupide domande, accompagnate pero' da procedure ogni volta nuove e piu' invasive: adesso ti scannerizzano le impronte digitali di entrambe le mani, e ti fanno una foto digitale con una webcam. OK. Nel frattempo hai riempito un formularietto che dice che non devi portare salami negli Stati Uniti. OK anche questo. Voglio andare al gate di partenza per San Jose, fatemi passare please. Ma lei non ha bagaglio? Si' ma mi hanno detto che devo ritirarlo a San Jose'. No deve prenderlo qui e reimbarcarlo. Ma mi hanno assicurato che... Ok se vuol lasciare il suo bagaglio a New York faccia pure. Grazie, controllo. Prego noncediche'. Senso di sconforto: la coda fatta alla dogana gia' si era mangiata quasi un'ora del buono che avevo. Fortunatamente la mia valigia e' li' che sonnecchia paziente gia' da tempo aspettando che il suo padrone la vada a recuperare.

Anche questa e' andata. Sull'ascensore per il terzo piano (area partenze) un ragazzo chiede in italoinglese ad una similhostess "uot is de gheit for San Jose" gli rispondo in italiano, il trentasei, ma prima devi spedire quella bestia di zaino che hai. Lui aveva subito lo stesso mio iter, credeva che il bagaglio sarebbe andato a San Jose, lo aveva ritirato e poi pero' gli era sfuggito il posto dove doveva metterlo per spedirlo direttamente come transito, senza rifare il checkin. Grato della dritta riscende a spedire il bagaglio. Lo rivedo naturalmente al gate. Massimo ha 22 anni, un forte accento emiliano (e' di Modena, prima di saperlo gli chiedo se e' romagnolo e lui quasi si offende, ma per me parlava come Valentino Rossi); va in Costa Rica a fare il volontario nei parchi nazionali (cantare rassicuranti mantra per alleviare i dolori del parto alle tartarughe liuto e balle simili) per tre mesi. Si e' rotto il cazzo del lavoro e si e' preso una vacanza. Sono diversi da noi questi ragazzi. Dopo le medie ha fatto quello che gli piaceva, un corso di informatica per apparecchi a controllo numerico (robot industriali), ha lavorato per un paio d'anni facendosi bene le ossa, e' diventato bravo. Ha mollato tutto, tanto a febbraio arriva dalle sue parti un grosso sistema per l'automazione di nonsoquale processo produttivo, e lui e' l'unico in grado di farlo funzionare, quindi quando rientra non ha problemi di lavoro (almeno cosi' sostiene). Ma ci credo, sa il fatto suo. Chiacchieriamo tutto il tempo di attesa dell'aereo, forse ci rivedremo a Cahuita dove c'e' un parco con le tartarughe partorienti da accudire e dove io ho programmato l'ultimo spicchio di vacanza. Stiamo per imbarcare, con Massimo (che a San Jose' stara' all'Hotel Vesuvio) ci salutiamo dandoci un mezzo appuntamento a Cahuita.

Il viaggio per San Jose' sarebbe stato senza particolari degni di nota se su quel volo non avessi visto la hostess piu' esageratamente bella e impudentemente provocante che mi sia mai capitata. Immaginatevi il corpo di Jessica Rabbit con sopra un volto dai perfetti lineamenti latini, occhi neri come la notte e capelli neri come la pece, uno sguardo lievemente malvagio, da dominatrice in certi giochi sessuali borderline, confermato dal tono roco, leggermente maschile della voce quando enunciava il modo corretto di allacciare e slacciare le cinture. Non ho mai visto il pubblico maschile cosi' attento alle istruzioni di sicurezza. Al punto in cui dice "Portate la maschera verso la bocca e respirate normalmente" il respiro di meta' della popolazione dell'aereo si era fatto piu' frequente. L'altra meta' erano donne. Quando passavano in due a dare l'acqua e i panini (che di piu' come ho detto il convento non lo passava) mi costringevo a girare la testa dalla parte della hostess ciofeca, ma gli occhi rimanevano girati dall'altra parte, come quelli di un camaleonte.

Arrivati sopra San Jose' con un'ora di anticipo, abbiamo volato un'ora per aspettare che se ne andasse la nebbia (!). Non era un buon segno.

Taxi all'aeroporto no problem, tassametro inserito, totale 14890 colones = 30 dollari, Devo imparare a fare i conti, ma non e' difficile: per tradurre in dollari si divide per mille e si moltiplica per due, e poi ogni 4 dollari son tre euro, facile, no?

L’Hotel Aranjuez e’ bello e caratteristico, pur essendo di fascia bassa. In stile coloniale, tutte le camere sono ricavate in vecchie casette acquistate dall’albergo (che si è ampliato nel tempo), riadattate e collegate tra loro. Le casette, e cosi’ le camere, sono tutte diverse l'una dall'altra. Camminamenti interni privati e coperti uniscono i vari complessi abitativi, la reception ed alcuni locali lounge. La colazione si svolge in un meraviglioso ambiente in parte coperto in parte costituito da tavolini sulla ghiaia, in mezzo ad un vero e proprio pezzo di jungla tropicale. La camera e' ampia, luminosa, con un bel bagno (doccia grande, come piace a me). Ogni camera ha una cassaforte elettronica e un bel televisore. Il WiFi funziona anche in camera (mi devo far dare la password). Domattina vedro’ se la colazione soddisfa le aspettative, visto che viene descritta dalla guida come una delle cose migliori dell'albergo.

Passando in taxi, San Jose' di notte mi e' sembrata una citta' abbastanza deserta, ma non mi ha fatto una cattiva impressione. Domattina ho intenzione di fare un giro in centro, andandoci a piedi.

Lunedi' 21

Il jet lag unito alla posizione equatoriale ha colpito: sono le 6:42, ha fatto chiaro alle 5:30, e' giorno fatto da oltre un'ora, mi sono gia' fatto una bella doccia, sto aspettando l'ora della mitica colazione (dalle 7 alle 9). Non fa caldo, si sta bene (22-23 gradi) ho dormito con una coperta leggera. Adesso metto a posto la roba e vado. A stasera (o oggi pomeriggio se mi stanco e torno per la pennichella).

Sono le 12:15 sono tornato. In una mattinata a San Jose' si vede tutto quello che c'e' da vedere. Sono contento di aver cambiato i piani originali e di andare via domattina verso il mare. La colazione all'hotel e' stata all'altezza. Tutta roba fresca, buona e varia. I salati andavano dalle omelette varie fatte al momento, al riso e fagioli, torta di patate, strudel di verdure, lasagne alle verdure e frutti tropicali, oltre ad affettati e formaggi che naturalmente non ho toccato visto che il resto era piu’ sfizioso ed attraente. I dolci spaziavano da diverse tortine e torte fresche ad una mousse al cioccolato, oltre a ciambelle varie. La frutta squisita dall'ananas alla papaia, banane, cocomero etc. Mentre facevo colazione giu' dal tronco di uno degli alberi tropicali e' sceso un bellissimo scoiattolo a curiosare nei vicini piatti di una coppia con figlia piccola. La bimba era naturalmente esaltata dalla visita cosi' ravvicinata dell’animaletto con la codona atteggiata a punto interrogativo.

San Jose' non e' granche'. Da girare a piedi inizialmente sembra un incubo perche' non ci sono i nomi delle strade, e non esistono indirizzi (come in Giappone). Per indicare, ad esempio, dove si trova l'albergo, si dice: Calle 19 entre Avenida 11 y Avenida 13. Poi pero', visto che e' una citta' ragionevolmente piccola e con una planimetria ragionevolmente regolare ci si abitua in fretta. Le strade che la tagliano da Nord a Sud si chiamano Calle, quelle da est a ovest Avenidas, un po' come a New York. Per andare in centro ho dovuto chiedere istruzioni a diverse persone (che peraltro non sono di grande aiuto in quanto anche loro hanno una idea molto approssimativa di dove si trovano, e non sono in grado di decifrare una cartina). Tornare sono tornato da solo, con grande soddisfazione.

Una citta' assolutamente normale, non da terzo mondo, tutt'al piu' da secondo e mezzo. In centro e' meno caotica, sporca e pericolosa del centro di Napoli o di Palermo, e non e' molto diversa dai dintorni di Porta Palazzo a Torino, secondo me. Non c'e' molto da vedere. La cosa piu' bella che ho visitato e' il museo dell'oro precolombiano, con manufatti notevoli, molto belli e interessanti. Ho fatto un lungo giro per tutto il centro, inclusa la zona dei mercati che come al solito e' caratteristica e tradizionalmente una di quelle che visito piu' volentieri. La mattina il tempo e' stato discreto, coperto e umido ma senza pioggia. Adesso ha cominciato a piovere, ma non sembra che durera' molto.

Non so se oggi pomeriggio usciro' di nuovo, devo ancora organizzare la partenza di domani. Purtroppo sembra che non ci siano bus turistici per Quepos e quindi dovro' prendere un autobus di linea. Costa meno ma e' un po' piu' faticoso e, cosi’ dice la guida, gli ambienti delle stazioni dei bus non sono i luoghi piu’ sicuri di San Jose’.

... adesso sta venendo giu'proprio bene.... sad

Pomeriggio passato a scrivere mail e a rivedere tutte quelle di lavoro, oltre a sistemare un po' le foto della mattina (non ho finito comnque). Ho chiesto al portiere quando si cena in Costarica ed ho avuto come risposta un po' vaga dalle 6 alle 11. Ho deciso di aspettare fino alle 5 per uscire, andare in centro a prendermi un aperitivo e poi andare al ristorante che ho scelto, consigliato dalla guida, che sta in una cittadina vicina a San Jose' (Escazu'), per cui dovro' tomar un taxi.

Non ce l'ho fatta ad aspettare e alle 16:30 sono uscito. Dritto filato verso il centro, una sosta in un negozio di souvenir dove una bellissima statuetta di legno di donna stilizzata che regge un vaso mi ha tentato a lungo, ma poi ho vinto io perche' costava un po' troppo (60 dollari scontata), poi una sosta al bancomat per ritirare un po' di dollari, poi sono ripassato dal mercato dove ero stato stamattina e non mi ero accorto che c'e' uno splendido, fittissimo mercato coperto stile Porta Palazzo (la parte con i macellai, salumieri e pizzicagnoli vari). Mi sono accattato per due dollari una fionda artigianale che e' quasi la copia di quelle che facevamo noi da bambini, e che non avevo mai piu' visto. Si trovano diverse fionde, ma questa ha la tecnica costruttiva che e' esattamente quella dei miei ricordi d’infanzia. Solo la scelta della Y di legno lascia un po' a desiderare, ma io ho scelto la piu' bella (Madame Guo insegna). Nel frattempo avevo gia' raggiunto e superato il centro citta', e non avevo visto un bar dove fosse possibile non dico ordinare un martini, ma almeno bere una birra. Ho pensato: questa non e' una citta' adatta agli alcolisti come me.

Ho camminato ancora molto, anzi, piu' che molto. Ho fatto qualche chilometro sul Paseo Colon, il prolungamento della Avenida Central che dal centro citta' va verso il Parco La Sabana. Sono arrivato praticamente al parco senza vedere niente dove potersi sedere a bere una birra. Ormai le sei erano passate, io avevo i piedi un po' pesti e soprattutto era ormai buio ed io non ero piu' in centro, percio' ho pensato vabbe' vado al ristorante un po' prima del previsto.

Ho preso un taxi e sono andato alla "Casona de Laly" (il nome non e' attraente, ma io di Lonely Planet mi fido ciecamente) Una gentilissima signora mi ha servito una squisita mariscada al ajillo. Ho chiesto (su suggerimento di LP) anche un piatto di dados de queso. Stupendi. Il miglior formaggio fritto mangiato in vita mia, faceva a gara con le mitiche crocchette di besciamella di pappalardiana memoria. Ho timidamente chiesto una cerveza ma quando ho visto che trattavano l'articolo non ho potuto rinunciare ad una copa de vino blanco e finire con una tequila. Meno male, non e' vietato smile

Sono tornato all'Aranjuez in taxi (che mi e' costato ben di piu' dell'andata, a dimostrazione che avevo fatto un bel pezzo a piedi) e sono andato dritto filato a vedere se mi avessero risposto quelli del minibus per Quepos. Macche', niente, dovro' prendere una corriera di linea. Non sara' un grosso problema, comunque. Quando il gioco si fa duro... Domani vediamo.

Il taxi che mi ha riportato in albergo era guidato da un vecchietto simpaticissimo che non ha smesso di chiacchierare un attimo (io ho capito circa il 10% di quello che diceva ma annuivo meccanicamente). Era molto speedy, si divertiva a bruciare tutti gli altri ai semafori, abbiamo fatto il centro di San Jose' come una gimkana slalomando tra bus e auto, un vero spasso, mi veniva da incitarlo (sara' stata la tequila?) ma non ce n'e' stato bisogno.

Mentre andavamo mi disturbava uno di quei pensierini insistenti, e mi chiedevo cosa avesse di familiare quella situazione. Era la musica. Ho poi ricordato situazioni simili, su minibus nel deserto del Sinai, taxi in centro a Shanghai, macchina con autista che ci portava in giro per il Rajasthan tre anni fa: musica popolare del luogo, insistente e bellissima, in questo caso merengue, cumbia, con qualche contaminazione reggae data dalla vicinanza della Giamaica. Ma anche questa cosa finira' presto, purtroppo: il giovane taxista che mi aveva portato all'andata guardava (proprio cosi', aveva un display TV nel posto del navigatore) MTV, ed ascoltava le stesse canzoni che sento alla radio, le stesse ogni mattino, andando a lavorare.

Ancora una osservazione. Il Costa Rica e' molto americanizzato. Fuori San Jose' in certi momenti sembra di essere in una di quelle sterminate periferie USA, con il susseguirsi di Wendy's, Taco Bell, Pizza Hut, KFC (Kentucky Fried Chicken), Walmart e MCDonalds. Un po' di tristezza anche per questo... Meno male che il ristorante a Escazu, invece, era tutt’altro che americano.

Adesso sono le otto e mezza di sera, e devo trovare qualcosa da fare per far venire almeno le dieci prima di dormire per attenuare ancora un po' gli effetti del jet lag. Mi metto a posto un po' di foto, un paio di HDR mi concilieranno il sonno. Buena noche.

22 novembre

Ore 14:30 Scrivo da una balconata dell'Hotel Mono Azul (la scimmia azzurra). Di fronte a me le verdi fronde di una decina almeno di diversi alberi tropicali, punteggiate dal rosso degli Ibiscus e di quei fiori splendidi, rossi anch'essi, simili alla strelitzie, di cui non ricordo il nome (forse Heliconie) sotto di me una delle tre piccole piscine azzurre del complesso. Un po' piu' in la' un gruppo di bambu' giganti alti una ventina di metri. Qui siamo veramente nella giungla, e' incredibile!

Andiamo con ordine. Stamattina, con la sveglia, prima incazzatura.

Episodio: La solerte impiegata.

Perdo alle 5 una telefonata che viene da Cirie' (riconosco il prefisso) perche' nonostante mi fiondi giu' dal letto il telefono smette di suonare prima che riesca a rispondere. Vabbe', non richiamo, se vogliono richiamano loro. Dieci minuti dopo, un SMS minaccioso dal numero breve della mia banca: LEI E' PREGATO DI METTERSI IN CONTATTO IMMEDIATAMENTE CON LA FILIALE DI CIRIE'. Capisco che chi mi chiamava prima era la banca, chiamo con voce assonnata. La signorina dello sportello di Cirie' mi dice allarmata che hanno clonato la mia carta di credito. Le faccio presente che la mia carta di credito non e' fatta con la loro banca. Ah no, allora il bancomat (piu' verosimile). La signorina mi informa che e' stato effettuato un prelievo di 147 dollari nel Costa Rica. Ho cercato di essere calmo. Ho iniziato col dire alla signorina che chiamavo dal Costa Rica, e che mi aveva svegliato alle 5 di mattina. Lei si schermisce e dice che non lo sapeva. Io le ho detto che poteva presumerlo, visto che avevo effettuato un prelievo in Costa Rica. La notizia non l'ha rilassata come speravo. Il fatto che uno possa essere in Costa Rica non rientra evidentemente negli schemi mentali della solerte impiegata. Le ho detto che se il prelievo era di 147 dollari effettivamente c'era qualcosa che non andava, perche' io ne avevo prelevato 200, e probabilmente lei aveva il totale in Euro. Mi assicurava che non era cosi'. Le ho detto di controllare, e lei mi ha detto allarmata che c'era anche un prelievo di circa 90 euro fatto il giorno precedente. Ancora una volta ho tentato di spiegare che era tutto regolare, che avevo effettuato il prelievo all'aeroporto di New York per non arrivare senza soldi in Costa Rica. Anche perche’ quando ero passato in Banca a Cirie’ per comprare qualche dollaro prima di partire non ne avevano. Nel frattempo la solerte mi diceva che si' effettivamente erano 147 Euro e non dollari. Cercando di calmarla, le ho detto che se risultavano due prelievi uno di 120 e l'altro di 200 dollari era tutto regolare. Un solerte sospiro di sollievo dall'altra parte mi ha fatto capire che forse eravamo sulla strada giusta.

<realtime>Intanto, adesso ha cominciato a piovere chediolamanda, il solito acquazzone del pomeriggio.</realtime>. Sperando che tutto fosse chiarito, mi apprestavo a salutare ringraziando quando la diligente impiegata mi spiega che pero' il mio bancomat era stato bloccato, sa, giusto per precauzione. Le dico, bene allora me lo sblocchi subito visto che le ho spiegato che effettivamente sono in Costa Rica e che io in pirsona pirsonalmenti, come Camilleri farebbe dire all'appuntato Catarella, avevo effettuato gli allarmanti prelievi. Be' non e' cosi' semplice signor Guadagni, lei dovrebbe inviarmi una mail in cui spiega i fatti etc etc.

Mannaggia a me che le ho detto che immediatamente l'avrei fatto (come effettivamente ho fatto). Nella mail ringraziavo la diligente per l'aiuto, ma facevo gentilmente notare come la procedura lasciasse molto a desiderare. Io infatti avevo utilizzato il bancomat in maniera assolutamente lecita e regolare. Se ritirare all'estero e' un mio diritto, chiccazzo gli da il diritto a loro di bloccarmi la carta senza prima approfondire un attimo? Avevano mille modi e possibilita' di controllare, prima fra tutte quella appunto di telefonarmi PRIMA di bloccare la carta. Invece no. Purtroppo non so ancora se la mail sia stata sufficiente a sbloccare la carta, perche' qui al Mono Azul la connessione WiFi non funziona (stanno aspettando un tecnico che la venga a riparare, speriamo entro stasera).

Fine del solerte episodio. OK, basta, mi sono un po' sfogato raccontando.

Torniamo alle cose belle. Dopo la mail che si spera abbia sbloccato il bancomat sono ormai le 6 passate, percio' ho traccheggiato con una doccia e la preparazione accurata dei bagagli aspettando l'ora della mitica colazione Aranjuez. Alle sette in punto sono in prima fila all'apertura della porta del restaurante, mi sono fatto una bella sequenza di succhi, salati, frutta, dolci e caffe' per affrontare la trasferta a Quepos in bus. Mi sono alzato dal tavolo un po' pesantino, ma beato. Alle 7:45 sono pronto alla reception dove ho chiesto un taxi per la stazione dei bus. Apprendo che c'e' sciopero dei taxi (mica puo' sempre filare tutto liscio, no?) ma apprendo anche che solo i taxi di una compagnia sono in sciopero, e quella e' proprio la compagnia cui si rivolge l'albergo. No hay problema gringo, basta andare alla stazione dei taxi qui vicino. OK. No hay problema, i taxi sono vicini, ce n'e' in abbondanza, ne prendo uno che e' un po' meno speedy di quello della sera prima ma mi fa arrivare alla stazione dei bus con largo anticipo (la corriera e' alle 9).

Episodio: chi e' sottosviluppato?
La stazione dei bus e' descritta dalla guida come un luogo potenzialmente pericoloso, e io prendo le mie precauzioni. Completamente superflue. La stazione si rivela assolutamente normale, diversi turisti insieme a molti locali prendono il bus. Faccio il biglietto e sul biglietto c'e' scritto il numero del posto. Civile! Il mio bagaglio e’ costituito da uno zainetto ed un trolley di medie dimensioni. Scaldo i muscoli per prepararmi alla lotta per non far mettere il bagaglio nel bagagliaio e portarmelo con me (come suggerisce la guida) a costo di dover tenere zaino e trolley per tutto il tragitto in braccio.

Noto intanto un gruppo di quattro sgarzoline sgarrupate che probabilmente prende il mio stesso bus, sedute ad un tavolo del bar. Ognuna, oltre allo zaino d'ordinanza, ha una valigia che ci potrei star dentro io con tutto il mio bagaglio appresso. Evidentemente loro saranno costrette a metterlo nel bagagliaio, penso con un sogghigno mentale. Orecchio qualche parola dal tavolo di attesa delle sgarzole, che hanno a occhio tra i diciassette e i vent'anni massimo. Sono israeliane, infatti ho ormai capito che se vedo delle persone con aspetto occidentale, e le sento parlare, e non riesco a capire da dove vengono, allora parlano ebraico e sono israeliane.

Arriva il bus para Quepos y Manuel Antonio, diligentemente ci mettiamo a lato, qualcuno infila il bagaglio nel bagagliaio e, udite udite: il guidatore contrassegna ogni bagaglio con una fascetta, come in aereo, e da' una ricevuta con tanto di numero al proprietario! Non ci credo! ma non siamo in un paese sottosviluppato? Chi ha fatto qualche viaggio in Italia su un bus di lungo chilometraggio capira' che noi siamo ben piu' sottosviluppati di loro, e non sto a spiegare il perche'. Ad un cenno del guidatore che mi intima di riporre il bagaglio grosso nel bagagliaio i muscoli pronti alla pugna si sgonfiano e ben volentieri aderisco a questa civile procedura. Lo zainetto dove c'e' la roba piu' importante lo porto comunque con me, ed avendo il posto prenotato mi accingo a salire sul pullman. Appoggiato il piede sul predellino mi sento rimbrottare dal guidatore: che sta facendo? non vede che c'e la fila? Che vergogna! Mi scusi, in effetti vengo da un paese del terzo mondo e a fare la fila non siamo abituati.

Effettivamente non mi ero accorto che non era salito nessuno e che tutti diligentemente stavano in fila ad aspettare che il guidatore finisse di riporre i bagagli nel bagagliaio per poi salire uno per volta cosi' da dar modo allo stesso di controllare i biglietti... Cazzo che figura dimmerda! <realtime>La tiro in lungo tanto sta continuando a piovere sad </realtime>. Durante il viaggio rifletto un po' su quanto scritto nella guida e quello che poi in effetti sto sperimentando. NB la guida e' modernissima, finita di scrivere a dicembre 2010. Ma com'e' che di tutti i pericoli paventati non ho avuto sentore, ed invece sono stupito dal constatare cose diverse? Mi sovviene che la guida e' scritta da americani. Gli americani sono un popolo che ritiene civile solo chi rifiuta di bere acqua senza ghiaccio e non vive senza aria condizionata. Tutti gli altri son baluba. Ora probabilmente i redattori di Lonely Planet sono americani un po' sui generis e di mentalita' notevolmente piu' aperta della media, ma forse esagerano un po’ (magari coscientemente ed a ragion veduta) nel sottolineare i potenziali problemi. Non oso pensare cosa ci sia scritto nella guida all'Italia, magari nel capitolo dove si parla di Campania e Calabria...

Il viaggio
Il mio posto e' vicino al finestrino. Figata, staro' col naso appiccicato al vetro tutto il tempo. Sale la gente, una sgarzola israeliana (e neanche la piu' brutta) si appresta a sedersi vicino a me. Poteva andarmi peggio... No. Con un sorriso a 32 denti mi chiede se mi dispiace cambiar posto che lei avrebbe tanto bisogno di stare vicina alla sua amica (quella piu' brutta). Faccio finta di non capire. Mi compita in inglese perfetto una supplica a cambiare posto per consentire questo viaggio fianco a fianco della sua migliore amica. Non posso piu' far finta, con una smorfia le dico OK. passo dietro. Posto corridoio. Vicino al finestrino un locale con la faccia bruna da meticcio, una bella barbetta nerissima dai peli dritti, un iphone in mano e le cuffiette infilzate nelle recchie. La sgarza mi sorride a 34 denti e mi apostrofa con un soave "Thank you soooooo much" mastico un yourewelcome che lei capisce e dice in ebraico alla sua amica “questo stronzo non e’ contento del cambio”. Non stupitevi, ho visto una luce e sono d'improvviso diventato esperto di ebraico.

Durante il viaggio la mia visuale parziale del paesaggio mediata dalla barbetta nera e dal naso camuso del vicino vale comunque la pena. Se avessi avuto un'auto a noleggio mi sarei fermato 100 volte a guardare il paesaggio magico ed a fotografare i fiori e le piante che passavano invece a 80 all'ora. Per l'80% il viaggio e' nella giungla. Si sale anche parecchio, tuffandosi nelle nubi che ammantano le zone piu' alte. L'autobus in alcuni punti attraversa una specie di tunnel scavato nella vegetazione. Gli occhi si riempiono della vista di tutte quelle piante tropicali che impreziosiscono gli interni delle nostre case e che qui adornano il suolo e i fusti di altre piante piu' maestose. I tronchi e i rami degli alberi sono infatti rivestiti completamente da rampicanti, liane ed epifite, le indossano come un indumento. L'odore che viene da fuori e' denso, greve, un misto di vegetale e animale, tipico della natura quando e' bagnata e calda (senza doppi sensi). Non a caso in inglese queste si chiamano misty forest, foreste della nebbia. In italiano si chiamano foreste pluviali, ma non c'e' bisogno di pioggia qui. La nebbia bagna i finestrini del bus ben piu' che se piovesse. Immagino i colori di questi posti quando, a marzo, nel pieno della stagione secca, le orchidee e gli altri fiori sono al massimo della fioritura e mi vengono i brividi. Chissa' se riusciro' a tornarci.

Sopra di noi la visione piu' frequente e' quella degli avvoltoi, solitari o a volte in gruppi. Quando arriviamo vicino al mare ci sorvola anche qualche fenicottero rosa. Unico neo del viaggio: le sgarzebree. Cantano canzoni dei Backstreetboys (di Rihanna quando va meno peggio) e a tutte le fermate devono andare alla toilette. Tutte le volte spero che una riesca a farsi lasciare a terra. Invano. Il guidatore, duro ed inflessibile con gli altri viaggiatori, per le smorfiose sembra avere un debole e le aspetta pazientemente.

<realtime>Sono ormai quasi le quattro e sembra che spiova, sperumabin.</realtime>

L'albergo e' caruccio, clima familiare, ma mooolto peggio dell'Aranjuez (e non sto parlando della colazione dove evidentemente non ci puo' essere competizione). La cameretta e' molto spartana, non c'e' armadio ma solo una rastrelliera, il bagno e' piccolo, non c'e' un tavolo e praticamente tutto lo spazio e' occupato da due letti, di cui uno da una piazza e mezzo. Come forse ho gia' detto (scusate, e' la vecchiaia) qui siamo proprio in mezzo alla giungla. Ho fatto un giretto per orientarmi, e prima di scrivere queste note mi sono bevuto una cerveza ghiacciata in una delle tre piccole piscine azzurre, la piu' appartata. Solo. In mezzo ad una vegetazione fittissima, gli uccelli tutto intorno schiamazzavano ed ho visto anche qualche colibri' succhiare i rari fiori viola di un albero evidentemente alla fine della fioritura (sotto c'era un tappeto viola di fiori caduti). Intanto ha smesso di piovere. Programma della serata: a piedi a Quepos (ci dovrebbero volere una ventina di minuti, occhio ai camion sulla strada), giretto ozioso nella cittadina moolto piccola ed easy-going, cena in uno dei due ristoranti di Quepos citati nella guida e poi torno qui in bus (sono due fermate dal centro di Quepos, e qui davanti all'hotel c'e' una fermata). Domani vado al Parco Manuel Antonio, alla spiaggia, a fare il bagno e forse a fare un giro nel parco. Speriamo solo che non piova sad
Hasta pronto.

Mercoledi' 23 ore 14:40

Piove a dirotto. Meno male. Cosi' ho tempo e modo di far ordine tra i ricordi e le foto. Ci vorrebbero due vacanze, una per fare la vacanza e l'altra per raccontarla. O forse basterebbe non dormire. O forse basta che piova un'ora o due al pomeriggio cosi' non ti senti in colpa per non fare qualcosa di piu' eccitante. Ma la cose, oggi, sono andate bene.

Cominciamo con ordine, eravamo rimasti a ieri sera.

Come previsto, sono andato a Quepos a piedi. Mezzoretta per arrivare fino al mare, si puo' fare. Arrivo verso le 5 in riva al Pacifico le nuvole ancora dense mi hanno regalato un bel tramonto sturm und drang, debitamente immortalato. Far arrivare le 6 a Quepos non e' stato facile. Dopo aver girato completamente la citta' (citta'?) per tre volte, aver browsato l'unico negozio di souvenirs, aver fatto un giretto in un supermercato (supermercato?) giusto per vedere i prezzi senza far acquisti, essere andato alla stazione dei bus giusto per sincerarmi che le corriere verso Manuel Antonio (che avrei dovuto prendere per tornare in albergo) fossero ogni mezzora come previsto, erano solo le sei. Sono stato costretto a sedermi in un bar a bermi un margarita smile. Dopo il margarita (buono, per la cronaca) di ottimo umore ho deciso che era ora di cena. Dei due posti citati da LP ho scelto quello che dalla descrizione mi piaceva di piu' (BTW era anche il piu' economico, ma non e' stata questa la ragione della scelta). Restaurante Monchados. Arrivo li' davanti e lo trovo piuttosto squalliduccio. Inoltre, c'e' solo una coppia che sta bevendosi un aperitivo, per il resto e' deserto. Una voce interiore mi dice che forse e' meglio evitare, ma insisto, in fondo LP non mi ha (quasi) mai tradito. Ma, come dice Ben Kenobi a Luke Skywalker, a volte bisogna seguire l'istinto. Gu... Gu... usa la Forza... ma non ho dato ascolto al mio Obiwan interiore, e mi sono seduto.

Il menu non era invitantissimo, ma qualcosa che sembrava pap(p)abile c'era. Chiedo anelli di cipolla fritti, la signora mi dice che e' spiacente ma non ce li hanno. La voce di Obiwan e’ sempre piu' forte... alzati finche' sei in tempo.... ma a volte il masochismo ha il sopravvento, e questa e' stata una di quelle volte. Ordino patate fritte ed una rollata di pollo piccante. La signora mi chiede se mi piace piccante. Avessi potuto parlare la mia lingua le avrei detto che no, avevo scelto quel piatto perche' essendo l'unico nel menu' che aveva raffigurati tre peperoncini piccanti vicino forse era abbastanza dolce. Ho risposto che si, mi piaceva il piccante. Noto sul menu che c'e' happy hour fino alle 18:30. Sono le 18:27, sono ancora dentro! allora per accompagnare il pasto chiedo un margarita e naturalmente me ne porta due. Almeno in questo sono fortunato! Macche', il margarita e’ fatto con una scadente limonata industriale, o pure peggio, non so, so solo che due di questi non valevano mezzo di quello di prima. Tutto il resto di conseguenza.

Cena da dimenticare. Devo ricordarmi di scrivere a LP (dopo tutto se non si tenta di cambiare le cose ce le terremo sempre cosi' come sono, come ho gia’ detto prima).
<realtime> Sono le quattro del giorno dopo, ho gia' messo a posto un bel po' di foto oltre a scrivere queste note, continua a piovere a dirotto. Mi sa che stasera non mi fa neanche andare a vedere il tramonto a Manuel Antonio, in quella bellissima spiaggia di cui vi raccontero' tra poco. Vediamo come va.</realtime>

Torno all'albergo con il bus e con le pive nel sacco per la fregatura della cena, neppure economica. Al Mono Azul mi chiedono se per caso domani voglio cambiare camera, me ne danno una mooolto piu' bella, piu' grande, con l'aria condizionata e l'acqua calda. Chiedo a cosa debbo questa generosita' e mi dicono che arriva un gruppo che vuole camere vicine. A me naturalmente faranno lo stesso prezzo dell'altra camera. OK affare fatto. In realta, non e’ che fossi andato in una camera con bagno privo di acqua calda. E’ strano ma qui hanno due modi di fornire acqua calda in bagno. Uno e’ quello che usiamo anche noi: ci sono due rubinetti ed uno di questi attiva la presa dai tubi dell’acqua calda. Peraltro in tutti i posti dove sono stato il rubinetto per l’acqua calda del lavandino gira a vuoto, e mi sembra un modo intelligente di non sprecarla, non ti geli certo i denti o le mani lavandoteli con l’acqua non riscaldata, qui. Il modo alternativo e’ singolare: la doccia viene fuori da una specie di fon elettrico, che si aziona con un interruttore. Tu apri l’unico rubinetto, accendi il fon, l’acqua viene miscelata con l’aria calda nel bogolone, ne regoli la temperatura con una rotellina graduata e ti fai la doccia. Questo modo, peraltro perfettamente funzionale, e’ piu’ scomodo e percio’ le camere che hanno l’altro sono piu’ “lussuose”.

La notte e' un po' complicata. A me piace dormire in un ambiente silenzioso (non per tutti e' cosi'). Qui invece c'e' un bel casino: la mia camera e' vicina alla strada molto trafficata, gli uccelli tropicali gli danno una mano, e ci sono delle cicale che a sentire quanto casino fanno devono essere grosse quanto le loro cugine crostacee che nuotano nel mare. Riesco comunque ad addormentarmi ma all'una inizia a venir giu' a catinelle. Il tetto, di un materiale simile alla lamiera amplifica il rumore. Piove fitto per piu' di un'ora, io non so se sto sveglio o sogno di essere in mezzo ad un temporale tropicale. Poi spiove, sento che sta finendo... gia', la pioggia finisce, ma siamo nella giungla e sopra il tetto ci stanno gli alberi che devono finire di sgocciolare anche se non piove piu'. Supplizio. Le gocce che vengono giu' dai rami sono goccioloni e fanno un bel casino. Inolre, se gia' e' difficile (almeno per me) dormire con un ticchettio regolare (ad esempio una sveglia meccanica o un rubinetto che perde) il 'toc' asincrono che non sai quando arrivera' e' micidiale. Stai gia' quasi fatto e toc! ti svegli di nuovo. Tra l'altro il fatto che piova anche di notte mi ha tirato un po’ giu' di morale, non ne vedo la fine, e io che mi ero portato le creme abbronzanti...

23 Novembre

Sveglia come al solito antelucana (anzi, lucana visto che a svegliarmi e' proprio la luce del giorno) verso le 5:30. Per far venire l'ora della colazione decido di smaltire un po' di posta, anche per capire se la solerzia e' riuscita a sbloccarmi il bancomat. Scopro che il bancomat e' stato sbloccato, almeno in teoria (tendo ad essere santommasiano in queste cose). La diligente me lo scrive un po' piccata, perche' io avevo osato inviarle un'altra mail sull'ironico andante. Devo ricordarmi di scriverle per ringraziarla. Insieme a quella buona notizia, due cattive: guardo fuori ed e' coperto senza speranza, e dal capo arrivano notizie non belle sul lavoro. Telefono al capo, ci mettiamo d'accordo su come gestire la cosa, vado a far colazione.

Colazione in stile tico (cosi' si chiamano i costaricensi): due uova, riso e fagioli, tortillas e banane fritte (oltre a succo di frutta e caffe' a volonta'). Non e' l'Aranjuez ma si difende bene. Sembra stia smettendo di piovere, ma sono le 6 e mezza e mi e' passata la voglia di andare a Manuel Antonio, credo che rimarro' qui.

Poi, il miracolo. Sono quasi le otto e vedo il sole. Le nuvole si stracciano e sfilacciano, lasciano spazi sempre piu' ampi. Verso est sembra quasi che il cielo sia sgombro e sereno. Alleluiah! si va al parco e al mare! Naturalmente sono indeciso su come vestirmi, opto per i sandali ma coi pantaloni lunghi. Metto nello zaino la macchina fotografica, il costume avvolto nell'asciugamani dell'albergo e filo alla fermata dell'autobus. L'autobus e' una specie di navetta che passa ogni mezzora. Si paga mezzo dollaro qualunque sia il luogo di salita e di discesa. Funziona bene. Alle 8:10 sono sul bus, il sole e' sempre piu' padrone del cielo e io comincio a pensare che forse se avessi preso la crema solare non avrei fatto male.

Sette chilometri separano Quepos da Manuel Antonio. Quest'ultimo in realta' non e' neanche un paese, ma una serie di locali, alberghi e negozi situati all'ingresso del parco nazionale omonimo e molto famoso. Tra le due localita' c'e' un promontorio roccioso a picco sul mare piuttosto elevato, infatti l'autobus arranca asmatico in salita e poi quando scende ci da' di frenomotore. L'arrivo a Manuel Antonio mi toglie il fiato. Una spiaggia da paura, sabbia finissima a perdita d'occhio, palme e alberi tropicali ed in mare isole e isolette e scogli a rendere piu' mosso il paesaggio. Non posso fare a meno, prima di fare qualsiasi altra cosa, di togliermi i sandali e andare a sentirla sotto i piedi quella sabbia, andare a pesticchiare i rivoli di acqua dolce che serpeggiano verso il mare, e poi a farmi solleticare le caviglie dalla schiuma delle onde del Pacifico. Terminato questo rito propiziatorio decido di andare a vedere se effettivamente si riesce a visitare questo famoso parco. Mi agguanta un buttadentro proponendomi una visita guidata con un piccolo gruppo di persone a 20 dollari. Mi sembra buono, il buttadentro in realta' ha la divisa delle guardie del parco e quindi decido di fidarmi. Stavolta ho seguito l'istinto e lui non mi ha tradito. Per entrare nel parco non c'e' bisogno di essere accompagnati, si paga un biglietto di 10 dollari e si puo' andare. Ma ad andare da soli non si vede granche', per due motivi. Intanto ci va l'occhio allenato (e queste guide ce l'hanno) per vedere le lucertoline o i serpenti che si mimetizzano benissimo. Non parliamo dei bradipi (orgoglio del parco) che se ne stanno ad almeno 20 metri di altezza in mezzo ai rami, e tra l'altro non si muovono come le scimmie ma stanno fermissimi. Scovarli se non hai l'occhio allenato e' praticamente impossibile. Il secondo motivo e’ che spesso questi animali li puoi vedere solo da lontano, vuoi perche’ vivono in cima agli alberi (bradipi e uccelli) vuoi perche’ molti di loro se ti avvicini scappano.

Il mio gruppetto e' minuscolo: due argentini e io. La nostra guida e' molto brava e gentile. Si diverte molto anche lui perche' quando dice i nomi scientifici delle piante che conosce spesso io gli dico il significato (di solito deriva dal latino o dal greco) che lui ignora. Inoltre queste guide hanno con se' dei potenti cannocchiali con tanto di treppiede, e sono bravissime a posizionarli in un amen e puntare dritto verso la ranocchietta colorata che sta a 5-6 metri di distanza e non ci si puo' avvicinare senno' scappa. E i bradipi, che tu ad occhio nudo non riesci neanche a vedere dove sono, con questi aggeggi li vedi benissimo in faccia. Incredibbile, veramente affascinante. L'organizzazione e' perfetta, passiamo piu’ di due ore con la guida dentro il parco. Le foto naturalmente non rendono, proprio per i motivi che ho detto prima (gli animali sono sempre lontani e bisognerebbe avere uno di quei cannoni tele da 600 minimo) e poi non si possono fotografare gli animali con il flash e la giungla e' molto buia. Mi consolo con fiori e funghi per i quali il flash e' consentito e si lasciano avvicinare senza scappare.

Il giro nel parco finisce sulla spiaggia, anzi sulle spiagge. I due argentini si fermano alla prima delle due spiagge, e ci salutano. Io decido di sfruttare la guida fino in fondo, e poi posso sempre tornare indietro dagli argentini. La seconda spiaggia, vicino all'uscita del parco, e' da bocca aperta. Piu' piccola di quella fuori dal parco dove sono arrivato la mattina, ma molto piu' bella. Non sto piu' in me. Saluto la guida. La spiaggia e' deserta, i turisti passano alle spalle nella traccia di sentiero e i piu' avventurosi fanno una foto e se ne vanno, Ho deciso, mi fermo qui. Foto alla spiaggia, un paio di autoscatti per dimostrare soprattutto a me stesso che non e' stato un sogno, e poi via in acqua. Sono stato piu' di un'ora a giocare con le onde, l'acqua era calda al punto giusto, mossa al punto giusto, insomma un paradiso. Dopo un po' qualcun altro si e' fermato, un paio di coppie si son buttate in acqua ma in tutta la spiaggia non siamo mai state piu' di sette-otto persone. Non riuscivo piu' ad andarmene, poi ho pensato che forse era meglio non scottarsi troppo e che comunque ci potevo tornare domani. Deciso, domani faro' cosi: ingresso al parco (senza guida), giro autonomo nei sentieri nella giungla magari un po' fuori dalla folla (ma senza addentrarmi troppo) e poi mi spaparanzo di nuovo su quella spiaggetta e chi s'e' visto s'e' visto. Vado a leggere e scrivere la posta (qui nella nuova camera il WiFi non prende, e il cellulare neanche sad )

24 Nov Quepos

Cazzo cazzo cazzo e poi ancora cazzo. Ha piovuto praticamente tutta la sera e poi praticamente tutta la notte. sono le 5.40 ed invece della chiara luce del giorno c'e' la caligine e la bruma nebbiosa di una mattinata ottobrina a Torino o dintorni, senza però il relativo rabbrividimento da freddo. Mi viene automaticamente voglia di uscire per funghi. Ma questa e' la mia vacanza, cazzo, e allora se pioggia deve essere pioggia sia. Andro' nella foresta pluviale di nome e di fatto con la mantellina a cercare qualche ranocchia arborea dalla pelle viscida e brillante di un improbabile colore minaccioso, sintomo della sua estrema pericolosa veneficita', e le chiedero' di sorridermi non per rapirmi un bacio salvifico (la mia mantellina e' gialla e non azzurra e la mia chioma e' bigia e non dorata), ma per un piu' prosaico scatto della mia vetusta Nikon. Ormai devo sempre aprire e chiudere a mano le tendine di protezione dell'obiettivo. Quando torno devo provare a farla pulire e se proprio non si riesce decidermi finalmente a cambiarla. Fuori le scimmie urlatrici (o sara' qualche esotico cuculo gigante dal becco rosso e verde? o qualche rospo da 20 chili?) ululano versi gutturali. Spero siano segnali di cambiamento del tempo, saluti al sole che sta per spuntare oltre la nebbia. Aspetta e spera...

Intanto cedo alla puntigliosa mania di completezza raccontando la serata di ieri. Come previsto, la pioggia mi ha dissuaso dal mettere il naso fuori dall'albergo. Alternativa, qui dentro, e' trastullarsi col computer (non considero quella del mangiare e/o bere perche' ben piu' nociva per la mia gia' precaria salute). Come ho detto, pero', c'e' un problema con la connessione alla rete. Il WiFi dell'albergo non funziona (meglio, funziona ma non si esce). L'albergo e' proprieta' ed e' gestito da una coppia di americani, Jennifer e Chip, con qualche anno piu' di me. Loro hanno un appartamento privato, nel complesso alberghiero, molto grande e molto bello, naturalmente. Inoltre, conoscendo la scarsa affidabilita' degli ISP locali, hanno una seconda connessione, con un secondo provider, per la loro abitazione privata, WiFi incluso. Insomma, in questo momento la rete WiFi con NetID "Jennifer" e' OK, ma e' quella privata dei gestori, non quella dell’albergo. La gentilissima Jennifer ha dato brevi manu a tutti i netaddict dell'albergo la sua chiave privata, ed e' grazie a quella che ho tenuto in questi due giorni i miei (devo dire insolitamente frequenti ed intensi) contatti col mondo. Problema: visto che il modem e' in casa di Jennifer e Chip, c'e' un solo punto esterno in cui si riesce ad avere un po' di segnale, al bordo della piscina sotto la mia prima camera. Il tavolino, li', sembra una carta moschicida (o una cacca moschifera) intorno a cui ronzano i computer portatili degli ospiti che non si guardano negli occhi ma digitano senza sosta.

E' successo che ieri sera
<realtime> e' arrivata la colazione in stile messicano, a dopo, senno' si fredda </realtime>

Dicevo, ieri sera, sara' stata la concentrazione di mosche, sara' stato il brutto tempo, Jennifer non andava proprio neanche al tavolo a bordo piscinetta. Una ad una le mosche si sono allontanate scornate, siamo rimasti in due, per me e' importante far avere notizie a casa tutti i giorni. Jennifer e' passata di li', e, vista la situazione, ci ha invitati ad andare a casa sua a terminare le nostre cose. Cosi' mi sono spaparanzato sul comodo divano dei gestori, annusato dal loro terranova grosso e nero, ed ho spedito qualche foto della giornata di ieri (mi sarebbe spiaciuto non farlo). Jennifer cucinava un tacchinone thanksgiving day's style e il profumo resuscitava i morti (ho scoperto qualche giorno dopo che quello era proprio il giorno del ringraziamento, e che nello stesso momento la mia Roberta ad Austin, Texas, si stava cimentando nel primo tacchino ripieno della sua vita!). Jennifer mi ha offerto una birra, che ho cortesemente (ma in cuor mio malvolentieri) rifiutato. Il tacchino e' uscito dal forno proprio mentre chiudevo il computer e mi scusavo per il prolungato disturbo. Mi e' rimasto un atroce dubbio: a chi sarebbe stato servito il tacchino? Era enorme, e Jennifer e Chip, pure col terranova, ci avrebbero messo almeno una settimana a finirlo

A cena ho dato un'occhiata al menu: il tacchino thanksgiving non c'era. C'erano invece piatti di vario stile, ed io ho preso (indovina) quello in stile tico (chi ha letto con attenzione sa cos'e'). C'era l'immancabile gallo pinto (che c'e' in tutti pasti in stile tico, ed e' un riso con fagioli neri che gli comunicano una colorazione rossastra, domattina faccio una foto cosi' si vede, tanto c'e' anche a colazione) C'era un po' di freschissima insalata con pomodori cipolla e cetrioli, c'erano un paio di tortillas di mais molto saporite e, ingrediente principale, una bella fettona di mahi mahi arrostito. Una delizia! chi non sa cos'e' il mahi mahi metta il dito qui sotto. Io lo sapevo smile perche' l'avevo mangiato (Madda, ti ricordi?) in un ristorantino di stile caraibico (!) a La Napoule, vicino Cannes, pochi mesi fa.

<angolo dell’informazione>Il Mahi Mahi e' un pesce oceanico preda ambita dei pescatori d'altura, di dimensioni notevoli ma non enormi stile Marlin (quello de "Il vecchio e il mare"). Pare sia un combattente formidabile e per questo solletica le voglie dei suddetti pescatori. Il maschio e' proprio buffo (direi quasi brutto) con la testa deforme per una protuberanza pronunciata. E' verde di colore. Ma soprattutto e' buonissimo arrostito o fritto, la carne delicata e saporita. Provatelo se vi capita e vi ricorderete del vecchio Gu in vacanza in Costa Rica.</angolo>

<realtime> finito il secondo caffe', il tempo sembra se non migliorare essere stabile senza pioggia. Metto la mantellina nello zaino e parto per Manuel Antonio. Buon compleanno Mad. Per te un piccolo rebus che potrai risolvere da sola con l'aiuto di Google, e se proprio non ce la fai vedrai che Ettore ci riesce: "So, so you think you can tell heaven from hell blue skies from pain...." Lacrimuccia. A stasera.</realtime>

Adesso e' stasera. Ripeterei volentieri il triplo incipit di stamane se non fosse che non e' bello ripetersi. Giornata quasi da dimenticare. Non del tutto, in realta'. Il giro che ho fatto nel parco non e' stato male: da solo vedi molto meno che con la guida (gli animali come ho detto sono praticamente invisibili a chi non ha l'occhio), ma quando un avvoltoio mi ha sbarrato il sentiero l'ho visto! Ho visto inoltre alcuni funghetti bellissimi, fiori non visti ieri...

Ma andiamo con ordine.

Parto con un leggero mal di schiena e la cosa mi preoccupa un po'. Un paio di km di sentiero sono obbligati (anche perche' alcune possibili deviazioni laterali dello stesso in questa stagione sono chiuse), qui vado quasi di corsa perche' l'ho gia' fatto il giorno prima e perche' ci sono molti gruppetti di turisti con le loro guide che guardano a turno dentro i telescopi per poter vedere il sorriso dei bradipi. Poi c'e' un edificio, attualmente chiuso per la bassa stagione, dove potresti bere una coca e fare la pipi' (sebbene per quest'ultima attivita' credo sia praticabile anche in bassa stagione). Poco prima del bivio vedo una coppia di ragazze senza guida, una delle due intenta a fotografare un fungo di quelli a mensola, biancastri, molto comuni anche da noi (una Trametes di qualche tipo), sul tronco marcescente di un albero caduto. Mi faccio naturalmente i cazzi suoi e le dico che, se le fa piacere, poco piu' in la' c'e' un fungo molto piu' bello, che ho fotografato il giorno prima. Anche questo e' una piccola poliporacea, ma il colore e' un arancione brillante. Mi guarda, mi dice un thanks poco convinto, ed evidentemente pensa ma guarda sto vecchio cosa si inventa per attaccar bottone con una che potrebbe essere sua figlia. Un po' me ne fotto di quello che pensa, ma mi scoccia che lo pensi, cosi' voglio dimostrarle che, se veramente le interessano i funghi, mi deve ringraziare con maggior convinzione.

Arrivo al bivio che da una parte prosegue verso la spiaggia dove ieri ho fatto il bagno, e dall'altra prende per altre direzioni, ed e' molto meno frequentato perche' non percorso dalle guide. Precedo le ragazze, mi accerto che il funghetto arancione sia sempre al suo posto, e quando passano di li' facendo finta di non vedermi dico qui c'e' il fungo che vi dicevo. La signorina deve convenire che questo e' moolto piu' bello dell'altro, e mi dice "Oh, thanks!" con l'accento sulla oh. Stavolta mi sembra convinta. Per sottolineare che non sono un bavoso tacchinatore di possibili minorenni dico be', se andate da quella parte arrivederci, io vado dall'altra, buona fortuna con i funghi.

Un segnale indica la direzione meno frequentata con un "Puerto Escondido beach". Il nome mi piace e decido che ci vado. Questa e' la mia giornata di esplorazione libera e percio' anche se il dolorino alla schiena aumenta, non mi voglio far mancare niente: decido quindi di provare a raggiungere il punto piu' lontano. Per lunghi pezzi di sentiero procedo da solo, a tratti mi sento un piccolo Livingstone all'acqua di rose. Incontro pochi avventurosi che sono sulla via del ritorno. Camminare nella giungla, per quanto su sentieri ben segnati e discretamente tenuti (ma trasformati in alcuni punti in torrentelli dalle piogge insistenti di questi giorni) e' una bella sensazione. Ti riempi gli occhi di questo verde scuro e le narici di quell'odore che ho descritto piu' sopra. Soprattutto i rumori e le voci degli animali sono impressionanti. Nei tratti in solitaria ogni tanto un urlo piu' forte qualche brivido te lo da'. Raggiungo un secondo bivio, che dice "Puerto Escondido 650m" da una parte, e "El Mirador" senza ulteriori dettagli dall'altra. 650m vuol dire che sono praticamente arrivato, andiamo prima a vedere sto Mirador, poi andro' pure alla spiaggetta nascosta. El mirador e' molto piu' lontano, a posteriori e ad occhio un paio di km almeno. Sulla strada vedo diversi funghetti bellissimi. Sono delle specie di semisfere rosso-arancio brillante sostenute da un gambo bianco. La consistenza e' quella della plastica morbida (quella dei ciucci Chicco, per intenderci), la perfezione delle forme ed il contrasto dei colori sono notevoli, sembra un bicchierino da liquore di design. Naturalmente faccio qualche ritratto, cosi' come ai (per la verita' pochi) fiori che incontro diversi da quelli gia' immortalati. Il sentiero sale non poco.

El Mirador e' una piccola terrazza di cemento che, dall'alto (saremo saliti un paio di centinaia di metri) grazie ad una piccola radura consente una bella vista sul Pacifico e sulla costa rocciosa del parco. Questo e' il punto piu' lontano dall’ingresso, e proprio qui capita il primo guaio: il sandalo sinistro perde un pezzo di suola. Il pezzo davanti, che protegge le dita. Poco male, penso, c'e' gente che va in infradito potro' ben andare col sandalo rotto (e comunque non ho grosse alternative). El Mirador e' un cul de sac, per cui bisogna tornare indietro e la cosa non mi dispiace, a questo punto.

Dopo un po' il rumore di fondo si fa frastuono: sembra che una banda di pazzi suonatori di tromboni, clarinetti bassi e sax baritoni si sia data appuntamento per una jam session free alla Ornette Coleman, e che soffi con violenza sugli strumenti per un parossistico finale. Il rimbombo cammina, come un'onda, sembra che sia vicino ma non saprei dire quanto, poi improvvisamente si cheta e la giungla torna a parlare il linguaggio di prima. Mi ero prudentemente fermato, riprendo il cammino e dopo qualche metro ecco la mia amica micologa con la sua compagna di viaggio, che mi salutano cordialmente e mi chiedono se ho sentito il branco di scimmie urlatrici. Dico che era difficile non sentirlo, ridiamo e loro dicono che sarebbe stato "Soooo cool" se fossero venute piu' vicine. Io non posso non consigliare alla mia giovane amica di guardare bene per terra (le do' anche indicazioni abbastanza precise) per trovare il funghetto rosso. Ce n'e' diversi, e le faccio vedere il mio migliore scatto sul piccolo display della macchina fotografica. Lei fa "Wow! Thankyou soooo much" e stavolta e' veramente convinta. Poi aggiunge "I love your camera! Nikon, uh?" Yep faccio io, goodluck, see u later.

Arrivo di nuovo al bivio per Puerto Escondido (che ai cinefili ricordera' Salvatores ma che non c'entra niente. In america latina ci sono centinaia di porti nascosti). Il mio Obiwan Kenobi interiore mi dice che il mal di schiena ed il sandalo rotto dovrebbero indurmi a soprassedere, ma non ce la faccio a dargli retta.

Sul sentiero che scende scosceso e disagevole verso il mare mi si apre una bella vescica (cammino da piu' di due ore coi piedi scalzi nei sandali) sull'alluce destro, nel punto in cui sfrega col collega sul lato interno. La ferita mi fa un male cane, mi costringe a camminare in una postura innaturale che fa aumentare il mal di schiena. Raggiunta la spiaggia mi sovviene che ho un paio di cerotti nella cabeza dello zaino, e la cosa mi procura un discreto sollievo (Non il pensiero, intendo, ma il fatto di averne usato uno in maniera acconcia). Che tempo sta facendo? indovinate. Naturalmente i miei sogni di una sosta nella spiaggia incantata di ieri vanno a farsi fottere e l'unico desiderio e' rientrare in camera, cosa che faccio con qualche difficolta' dovuta ai piedi ma soprattutto alla schiena. Intanto continua a piovere. A casa (!) mi metto a letto; deciso a stroncare sul nascere il mal di schiena ormai conclamato ingollo un paio di voltaren. Guardo la data e mi accorgo che sono scaduti nel 2004. Piu' che sperare che non siano velenosi mi auguro che abbiano ancora qualche effetto. Sdraiato sul letto immobilizzato dal dolore cerco a tastoni qualcosa di pesante atto a percuotermi i testicoli quale meritata penitenza per essere stato cosi' cretino. Non lo trovo (quando diverse cose ti possono andare storte, ci andranno tutte, legge di Murphy N.3).

Sono stato a letto (tanto pioveva) fin verso le quattro a leggere un libro della Oggero, a meta' libro sono andato in paese dove ho girato tre bancomat: il primo non funzionava, gli altri due non avevano dollari ma solo Colones. Dovrei farcela comunque, i soldi non sono per il momento un problema. In farmacia chiedo algo fuerte contro il mal di schiena, non si sa mai, anche se mi sembra che le cose stiano da questo punto di vista andando meglio. Domani probabilmente e' la giornata piu' dura della vacanza: trasferimento da Quepos a Bahia Drake. Pullman locale fino a Quepos, bus da Quepos a Dominical, da qui bus fino a Palmar Norte, qui minibus o taxi fino a Sierpe. A Sierpe dovrebbe esserci la barca dell'albergo Jinetes de Osa ad attendermi per portarmi in Hotel. Prendendo il bus da Quepos verso Manuel Antonio per raggiungere la scimmia azzurra e mi accorgo che la zapateria e' proprio li' alla stazione di bus. Ormai e' tardi ed e' chiusa, purtroppo non l'ho vista prima, errore di cui in seguito mi pentiro' perche' un paio di sandali nuovi mi avrebbero fatto veramente comodo. Intanto al Mono Azul non hanno riparato il WiFi dell'Hotel, spero che Jennifer funzioni ancora. A domani.

<realtime>25 Novembre Bahia Drake ore 18:16 (tra 14 minuti esatti si cena)

Jennifer funzionava, e io mi sono rimesso in pari col mondo. Adesso il problema e' qui, a Bahia Drake. Hanno un WiFi che funziona, ma non con Windows XP. Non mi chiedete perche', evidentemente qui quelli con XP sono delle specie di dinosauri. Inizialmente mi sono disperato pensando come faro', poi mi sono detto che abbiamo vissuto senza queste cose fino a ieri e quindi non morira' nessuno. Lunedi' torno all'Aranjuez (almeno spero) e li' funziona tutto, soprattutto il buffet del desayuno.</realtime> Torniamo in modalità <memories>

25 Novembre

Stamattina levataccia alle 5:15 per lasciarmi il tempo di farmi una doccia (ormai i vestiti mi stanno marcendo addosso per l'umidita', e nonostante mi lavi regolarmente puzzo di cane bagnato che faccio paura). Ringrazio Santa Maddalena (ora pro nobis nunc et semper) che mi ha ficcato nel beauty un deodorantino spray. Mi inondo dopo la doccia cercando di coprire il sentore di muffa della maglietta (non si possono lavare perche' rimarrebbero bagnate). La mia valigia pesa il doppio di quando sono partito, per l'umidita' assorbita dagli indumenti. Quando la apro sento l’odore di giungla, gia' descritto sopra, ma con qualche nuance di marcio in piu’. Dopo la doccia faccio le valigie. Incredibile, dopo soli cinque giorni l'abbrutimento ha raggiunto livelli robertiani (parlo di Roberta Guadagni): prendo questi stracci umidi e maleolenti e li butto dentro la valigia, quando quella e' piena comincio con lo zaino. Cinque e trequarti. Salgo, lascio la chiave (il conto l'ho regolato ieri sera) mi concedo un tazzone di caffe' bollente, alle sei sono in strada in attesa del bus per Quepos. Se non fosse per il problema della schiena, che ancora duole nonostante gli ausili chimici) potrei andare a piedi, cosi' invece preferisco aspettare il bus, anche se sono in apprensione perche' il bus da Quepos parte alle sei e mezza.

Ce la faccio bene. Alle 6:30 in punto parte il bus per Dominical. La giornata e' bella, non piove e si intravede il sole verso sud, dove mi sto dirigendo. Mi godo questo primo tratto di viaggio, rilassato, con un leggero languorino per non aver fatto colazione, la luce del sole sempre piu' forte man mano che andiamo a sud, i colori piu' vivi, i fiori piu' rossi, i giardini piu' sgargianti. E' facile avere un bel giardino qui, penso. Il pullman mi culla mentre salgono e scendono signore coi bimbi in braccio, infermiere gia' in camice che si dirigono al posto di lavoro, la varia umanita' della vita quotidiana che i turisti all inclusive non vedranno mai, chiusi nella loro finzione vacanziera continua. Noto che le donne hanno spesso un profilo molto sporgente in avanti e all'indietro (leggi hanno seni e glutei ben sviluppati). Non sono brutti, i ticos. La mescolanza di razze (gli indios coi conquistadores) ha portato spesso fuori il meglio dei progenitori. Tendono comunque tutti all'abbondanza, sia donne che uomini. Ma quando (sia dall'una che dall'altra parte) le proporzioni sono piu' equilibrate, allora sono molto belli, con i loro capelli e occhi nerissimi, le labbra carnose e il sorriso cordiale. Ciondolando sulla panamericana ci avviciniamo a Dominical.

A Dominical il guidatore, visto che io non schiodo, mi dice "Asi es Dominical" (si ricordano per dove hai fatto il biglietto, mica scemi). Io dico che voglio scendere alla stazione dei bus, ma quello mi dice che quella e' l'unica fermata a Dominical. Gli dico che devo andare a Palmar Norte e lui mi dice che devo andare a prendere il bus a Uvita, che e' una ventina di chilometri piu' avanti. OK, resto sul bus ma mi prende quel minimo di inquietudine che deriva dai contrattempi che non ti spieghi: Come mai tutti a Quepos mi hanno detto che dovevo cambiare a Dominical e invece questo mi porta a Uvita?

<realtime>Sta venendo giu' un'acquazzone di quelli sodi. Sono quasi le otto, dovrei andare a dormire...</realtime>

A Uvita scendo e sono rincuorato dal vedere che c'e' un bus con su scritto "Palmar" tra le varie destinazioni. Sono le otto ed il bus parte (cosi' mi dicono) alle "ocho y media". Benissimo, c'e' modo di prendere un caffe' e magari mettere qualcosa sotto i denti. Faccio colazione con un piatto di frutta fresca, l'autista del bus per Palmar Norte sta bevendo un caffe’ al tavolino accanto al mio. Finita colazione noto una signora sulla sessantina che sembra una macchietta da commedia comica dozzinale: la caricatura della viaggiatrice tosta nordeuropea. Scarponi da montagna con sotto calzettoni corti. Polpacci da ciclista, un po' di vene varicose sulle cosce abbondanti e un po' cascanti (l'eta' c'e' e si vede) bermuda abbondanti color kaki, maglia grigia, zaino da montagna. Manca solo il cappello a larghe tese col sottogola stile Scout. Noto che sta aspettando l'apertura dello stesso bus e attacco bottone chiedendo se sa a che ora parte. Lei naturalmente aveva le mie stesse informazioni (otto e mezza), ma ci sta a commentare come stranamente siano gia' le nove meno venti ed il bus sia ancora chiuso. Scopro che va a Bahia Drake anche lei, faccio il solito giochino: scommetto che indovino di dove sei… olandese! (fa sempre colpo). Si', come hai fatto a capirlo, si vede eh? Sono sincero e le dico che non e' che si veda, perche' una tedesca sarebbe stata abbigliata allo stesso modo, ma io un olandese che parla inglese anche bene lo riconosco al volo (come tedeschi, francesi e spagnoli). A volte becco anche norvegesi e svedesi, del trucco per gli israeliani ho gia' detto.

Chiacchieriamo anche sul pullman, ci sediamo su due sedili separati dal corridoio, occupando coi nostri zaini i sedili del finestrino a fianco. Anche lei, come Massimo, sta facendo la volontaria in Costarica, ci stara' sei settimane. Mi confessa che credeva che li avrebbero "utilizzati" meglio i volontari: lei dipinge cartelli da mettere nei parchi, quelli dove c'e' scritto di non dar da mangiare alle scimmie e non fare il solletico sotto le ascelle agli alligatori. Pero' sta facendo un'esperienza molto particolare, vive in una comunita' all'interno, a una trentina di km da Quepos, il villaggio si chiama Silencio. Me ne racconta la storia interessante: E' una specie di cooperativa sociale che sfrutta dei terreni abbandonati agli inizi del 900 da un'azienda colosso delle banane (United Fruit?) a causa di una moria delle piante. L'azienda si tenne la proprieta' del terreno (molto vasto) concedendolo pero' in affitto alla comunita' locale per la cifra simbolica di un Colon l'anno (la signora ci tiene a precisare che pero' a quel tempo un colon valeva un dollaro, e non un suo cinquecentesimo come oggi). Insomma questo villaggio si e' strutturato come cooperativa, vivono molto poveramente ed ospitano ecovolontari dal mondo, che qui imbrattano cartelli e si puliscono la coscienza. La forma di condivisione degli averi, il modo di tirar su i figli, la liberta' un po' caotica delle vite individuali fa ripensare a certe forme di comuni hippie di fine anni sessanta, solo che quelli avevano i soldi. Ci guardiamo negli occhi e quando dico "insomma, comunisti" ridiamo.

La conversazione con la signora e' piacevole, io le racconto un po' dei nostri viaggi e le dico che questa e' la prima volta che viaggio da solo, anche se non ci siamo separati, solo che e' successo per una serie di circostanze. Anche per lei e' una cosa simile: quest'anno ha avuto molte piu' ferie del solito perche' sopra i 55 anni cosi' succede in Olanda, e' uno dei privilegi portati dall'eta'. Suo marito arrivera' il 2 dicembre e faranno insieme le ultime due settimane di vacanza.

Va a Bahia Drake per il weekend per prendersi una vacanza nella vacanza, evitando di pittare cartelli. Anche a Bahia Drake non andra’ in Hotel ma sara’ ospitata da qualcuno, un’amica, mi par di capire. Naturalmente approfittiamo dell'incontro per condividere il taxi (e la sua tariffa) da Palmar Norte a Sierpe, dove arriviamo con quasi un'ora di anticipo.

Sierpe e’ un posto incantevole: da una balconata sopra il piccolo approdo per le barche si domina l'ampia ansa del fiume limaccioso che costeggia il piccolo abitato e scorre lento verso la baia. Sul fiume isole galleggianti di piante acquatiche dai vistosi fiori azzurri sono trascinate dalla corrente. Sulla terrazza, di proprieta' di un bar, la gente (non molta) aspetta la partenza delle barche che operano come bus fluviali (non ci sono strade da qui fino al mare). La signora mi chiede se posso guardarle lo zaino mentre... (indovinate un po'? Tutte uguali ‘ste donne). Mi siedo vicino alla ringhiera, ordino due caffe' neri e aspetto che torni. Una voce eccitata annuncia un coccodrillo che scivola a pelo d'acqua, tutti gli sguardi si voltano da quella parte, c'e' chi prende la macchina fotografica, ma non ne vale la pena, troppo lontano.

Trascorriamo l'ultima mezzora piacevolmente insieme bevendo il caffè e parlando dei nostri figli, dei nostri viaggi (anche loro sono stati a Sri Lanka!). Poi arrivano le 11:30 e lei sale sulla sua barca mentre io mi sbatto per trovare la mia. Ci diciamo che magari ci vediamo a Bahia Drake ma dubito molto, conoscendo un po' la sistemazione del luogo dalle letture effettuate.

Stizzozzoni del Jinetes de Osa! Hanno detto che venivano a prendermi, mi aspettavo che ci fosse qualcuno con un cartello "Welcome Mister Franco" o per lo meno "Mister Franco", ma non c'era manco "Franco". Noprob, chiedo quale barca va al Jinetes de Osa, me ne indicano una, dico al guidatore che ho gia' prenotato la barca con l'albergo e lui mi dice che e' OK e posso salire. Mi conforta vedere sul fondo della barca una serie di scatoloni con scritto a pennarello nero "Jinetes de Osa", penso che magari contengono la marmellata per la mia colazione di domani e il riso e i fagioli per il gallo pinto della cena. Sulla barca siede una scostante giovane coppia di quelle che se la tirano piu' del necessario, lei se non altro e’ carina, lui invece ha una faccia da stronzo che consola (e, parafrasando una lombrosiana affermazione di F&L, se uno ha la faccia da stronzo, 90% e' uno stronzo)

<realtime>mannaggia come sono indietro a scrivere, sono quasi le sei del giorno dopo, ho ancora un sacco di roba da raccontare, un granchietto delle mangrovie mi assaggia il mignolo del piede disastrato dal parco Manuel Antonio, devo andare nell'ufficio di Herr Capitan (presto capirete) per collegarmi via cavo perche' qui, come ho gia' detto ieri sera, non c'e' verso di attaccarsi al WiFi. Stasera speriamo che non piova, c'e' l'uscita notturna nella giungla, sono eccitato. La schiena va meglio ma ancora non oso smettere di prendere pilloline. Spero di riuscire a sbrigare un po' di posta. A domani. </realtime>

Domenica 27 ore 5:55
Mannaggia non riesco veramente a star dietro. Sto per partire per lo snorkeling a Isla Caño, mi sono alzato presto per scrivere un po' ma ho trovato davanti alla porta, sull'amaca, il francese che soffre di jet lag (anche se non sa cos'e') e ci siamo messi a chiacchierare. Gli ho fatto vedere (nel frattempo e' arrivata anche la moglie) le foto del giro notturno nella giungla che ho fatto ieri sera. Tra poco devo andare a fare colazione e alle 7:30 parte la barca per il giro all'isola.

Torniamo in
<memories> Sulla barca per Bahia Drake anche una giovane coppia mista californiana (lei cinese, lui americano), con due bimbi. La cinesina curiosona mi chiede come mai io e la signora siamo saliti su due barche diverse. Io, che ho capito l'antifona, ho nicchiato e chiesto perche' mai avremmo dovuto salire sulla stessa barca. Ha sorriso un po' imbarazzata. Ridendo spiego che non era mia moglie (la mia e' un bel po' meglio, questo lo penso ma non lo dico) e cosi' si fa un po' di conversazione. Intanto la barca scivola dapprima lenta poi col fuoribordo al massimo facendo la gimkana tra le isole di fiori galleggianti, qualcuno ogni tanto dice "coccodrillo!" ma non sai mai se e' vero o e' un tronco. La coppia di (con probabilita’ 0.9) stronzi fa insulse foto con l'insulso iphone al cielo e al fiume. C'e' anche una coppia locale con un bimbo bellissimo che dorme in braccio alla mamma mentre il motoscafo va a 100 all'ora a zigzag sulle onde e intanto e' venuto uno di quegli acquazzoni che ci sta zuppando ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno. Il viaggio e' inaspettatamente lungo (piu' di un'ora e mezza). Un paio di volte il guidatore, che conosce i suoi polli, lascia la comoda autostrada di acqua torbida per infilarsi in qualche vicolo tra le mangrovie.

Questi veri e propri sentieri d'acqua (sembrano fatti apposta, chissa' se magari lo sono, per tagliare un po' la strada, specie di scorciatoie) sono quasi piu' stretti della barca. Ogni tanto bisogna spingere sulle radici delle mangrovie per fare andare avanti la barca. Avevo gia' visto questo tipo di ambiente naturale, ma e' sempre affascinante, come direbbe Mario Vaudagna.

Il fiume diventa sempre piu' largo, le acque vengono mosse dalle onde, non ci sono piu' le isole galleggianti e finalmente siamo in mare, o cosi' pare, perche' la transizione dell'estuario nell'acqua salata con un fiume cosi' grande non ha mai un confine preciso. Ci avviciniamo a tutta velocita' alla costa, ormai a pochi metri dalla riva il guidatore accosta una prima volta ad un paio di barche consegnando merce che va chissa' dove. Una delle due famiglie locali trasborda su un'altra barca, poi viene il mio turno, devo scendere per il Jinetes de Osa. Il primo impatto e’ meno che idilliaco: La barca non approda ad un pontile, ma viene tirata a braccia sulla spiaggia da qualche volenteroso, che comincia anche a scaricare i pacchi per il Jinetes. Un cortese portatore scarica anche la mia valigia e si avvia verso l'albergo, che mi viene indicato come "quello verde che si vede tra le piante". Mi appresto alla discesa, che non sara' semplice proprio per l'assenza di una struttura di approdo. Infatti.

La natura e' sporca (ancora una volta senza doppi sensi), e quella tropicale ancora piu' sporca, con il ciclo vita/morte/putrefazione accelerato e ricco di forme viventi che lo alimentano. Quante volte vi e' capitato di essere in una spiaggia piena di alghe e dire che spiaggia sporca! In realta', lo sappiamo perfettamente, non e' sporca, solo che non e' stata ripulita, che e' una cosa diversa. Secondo voi qualcuno pulisce le spiagge qui? La sabbia e' coperta da uno strato piuttosto spesso di materiale vario in decomposizione, in gran parte vegetale (foglie, rami, alghe). Vista la pioggia quasi continua, rivoli di acqua scendono dalla giungla alle spalle della spiaggia, portando giu' di tutto. Comunque, se s'ha da fare, si fa. Salto giu' dalla barca con lo zaino in spalla, e le scarpe da trekking affondano in una melma difficilmente descrivibile (ci vorrebbe an'analisi accurata dei detriti), i piedi entrano fino a incontrare qualcosa di piu’ solido, e io sono nella mota fin sopra le caviglie, 15 cm di pantaloni compresi. Finta di niente, alright, todo bien amigo OK gringo buenas. Buenas. Le scarpe ormai non si asciugheranno che a Torino, e tant'e'.

Il gestore del Jinetes mi accoglie con un caloroso accento tedesco "Welcome Franco" welcome nafava, percheccazzo non mi hai mandato a prendere a Sierpe? Un lieve imbarazzo, in realta' si capisce che lui contava sul fatto che me la sarei cavata anche senza cartelli con "Mr Franco Guadagni" stampato sopra, ma si scusa dicendo che io gli avevo scritto che non sapevo se ce l'avrei fatta per la barca delle 11:30 e casomai avrei preso quella delle 15. OK, la balla non regge ma va bene cosi'. E' l'una passata da poco, e la prima preoccupazione del boss e' che io mi sieda a mangiare. Intanto qualcuno porta la mia valigia in camera e poi lui mi spieghera' il funzionamento dell'albergo. Mi viene apparecchiata una elegante mise all'americana con un piattone dove il gallo pinto si arricchisce (devo dire con risultato non deplorevole) di cubetti di bacon arrostiti, che danno un po' piu' di sapore alla sbobba di risoefagioli. Non male. C’e’ anche insalata fresca, frutta freschissima e dolcissima. Poi, appena finito il pranzo, mentre ho ancora piedi e caviglie inzuppati e imbrattati di materiale in rapido decadimento, il boss mi fa la spiega.

I gestori del Jinetes sono una coppia di tedeschi (stavo per dire crucchi, ma di political correctness ce n'e' poca in questo racconto, e non voglio peggiorare la media). Tutto qui e' regolato da orari e procedure molto precisi. Mi vengono percio' descritti con precisione tempi e modi di colazione, pranzo, snack pomeridiano e cena, mi vengono descritte le cose che posso fare qui, il modo per andare in paese, alla spiaggia e...</memories>

cazzo sono le sei e 40, sono in ritardo di 10 minuti sulla colazione. Rischio la fucilazione dietro il tavolo dei pancake, mi spiace devo correre. Sono ancora cosi' indietro sad... A oggi pomeriggio

Domenica 27 nov 15:00 ora locale

Non vi dico niente di oggi, perche' e' giusto creare un po' di suspence, e ritorno a bomba in

<memories>... e non mi ricordo che altro. Il tempo (indovinate?) e' brutto, pioviggina, sono stanco per il viaggio e preoccupato per il mal di schiena, vorrei tagliar corto. Il cruc pardon il gestore invece vuol sapere esattamente quali sono i miei programmi per i prossimi giorni. Gli dico che domani vorrei riposarmi (andare alla spiaggia), domani sera ho prenotato il jungle night tour con la signora degli insetti, e domenica vorrei fare il giro di snorkeling a Caño Island. Mi consiglia (cia' evidentemente la sua bella convenienza) di unirmi al jungle night tour stasera invece di andare domani, perche' se domani piove magari non si va. Dico che puo' piovere anche stasera e che voglio andare domani. Il lampo di riprovazione nei suoi occhi e' molto fugace, ma mi fa temere una punizione corporale. Premo per un rapido congedo, per potermi togliere le scarpe. Mi chiede se ho domande da fare. Pur sapendo che questa e' la mia ultima possibilita', stoicamente rifiuto e dico che vorrei andare in camera.

Si va sempre peggiorando. La camera e' angusta, non c'e' altro spazio che per il letto e una mensola con sotto appese un po' di grucce. In compenso il bagno e' molto grande, quanto la camera. Spartano ma ci si puo' stare, mi spiace solo stare allo stretto perche' non potro' spaparanzare la roba in giro per cercare di farla asciugare un po'. Mi stendo sul letto e, nonostante abbia preso il doppio di pillole di quanto scritto sul bugiardino, la schiena non e' a posto. Decido di concederle il riposo che si merita, evito di mettermi seduto al computer a scrivere le mie inutili memorie (ecco perche' sono cosi' indietro), mi stendo sull'umidissimo letto e finisco il libro della Oggero. L'umore non e' granche', continuo ad avere doloretti, il libro e' gia' finito e mo che faccio per passare le giornate a letto se non passa il mal di schiena? Passera', spero. Anzi no, ne sono sicuro. Se non passa gli faccio un culo cosi' a suon di pillole. Prima di cena, anche per testare un po' la situazione fisica, decido di andare al paese.

Non c'e' proprio un paese, ci sono quattro baracche. La prima che incontro e' un asilo, i pochi bimbi giocano sulla spiaggia sporca e un'insegnante cerca di tenerli a bada. Poi supero un centro di attivita' turistiche (escursioni nel parco del Corcovado, che e' qui vicino e che avrei forse visitato se non avessi avuto i noti inconvenienti), qualche altra baracca e una pulperia, che non e' un negozio dove si vendono polpi, ma in Costarica e' una piccola bottega di generi alimentari e casalinghi. Per integrare la dieta rigrosamente analcoolica del Jinetes de Osa chiedo si hay cerveza. No hay, ma se salgo 300 metri trovo un supermercado dove hay cerveza. Bien, vamonos. Con due cervezas in saccoccia me ne torno al Jinetes, ma non e' ancora ora di cena. Giusto il tempo per un po' di conversazione e di acclimatamento con gli altri ospiti.

Che non sono molti: una tenerissima giovane coppietta francese probabilmente in luna di miele, che non parla con nessuno vista la nota idiosincrasia dei francesi verso l'apprendimento di qualsiasi altra lingua che non sia la loro (anche noi siamo cosi', ma per motivi diversi: Noi per ignoranza e pigrizia, loro per grandeur). Uno strano terzetto di yankees, probabilmente una coppia con un cognato/fratello o qualcosa di simile. Hanno circa la mia eta', forse solo un paio d'anni in meno. La coppia sembra piuttosto smart, lui indossa persino un improbabile brillantino all'orecchio sinistro. Hanno fatto lo snorkeling tour ieri e stasera partono per il giro notturno nella giungla, quello cui il boss mi voleva affiliare. Il terzo e' un simpatico e sorridente batticazzo che non ha voglia di sbattersi in questo genere di avventure, mi consiglia una passeggiata alla spiaggia che c'e' oltre il promontorio, perche' questa della baia e' una vera schifezza (concordo) visto che l'acqua e' torbidissima e, per la vicinanza del fiume, ci sono i coccodrilli. Che non sono pericolosi, ma non si sa mai.

Parlando con questo terzo gringo mi accorgo ancora una volta di quanto il lessico degli americani sia povero. Tutto e' cool, al limite pretty cool, quello che non e' amazing. Chiacchierando cerco di raccontargli di Manuel Antonio, e dei miei problemi. Fino a mal di schiena ci arrivo, ma vesciche in inglese proprio non mi viene (per la teoria delle coincidenze ravvicinate lo scopriro' casualmente il giorno dopo). Gli spiego che sono quelle bolle quando la pelle si alza e si riempie di acqua, non c'e' verso. Credo che il problema sia che non conosce la parola poiche' da buon fannullone batticazzo ricco e americano non ne ha mai avute sui piedi (figuriamoci sulle mani).

Mi spiega che la spiaggia dietro il promontorio si raggiunge con una passeggiata di una ventina di minuti e vale la pena, dice lui. L'acqua e' pulita e pure la spiaggia non e' una ciofeca come questa. Bene, decido che domani andro' li'. Poi ci sono due coppie relativamente giovani (sulla trentina) di tedeschi, probabilmente amici dei gestori. Le due ragazze sono delle autentiche bestie, una e' alta un palmo piu' del suo ganzo, l'altra va in pari (ma e' una bestia pure lui). Tutti molto cordiali, a cena (una buona cena) si chiacchiera, qualcuno tira in ballo Berlusconi, si ride, faccio finta di incazzarmi. I due francesini non capiscono una minchia di cosa sta succedendo, ed hanno gli occhi o nel piatto o negli occhi dell'altro/a. Anche i gringos sono abbastanza socievoli. La coppia si sta preparando per il giro notturno nella giungla, vengono a prenderli tra poco (il tour parte alle 19:30, la cena e' alle 18:30). Il terzo se la ride sotto i baffi e li guarda probabilmente pensando ma chi glielo fa fare, anche perche' sta incominciando a piovere e quelli si stanno attrezzando alla bisogna. Non osa esternare il suo compatimento perche' sa che io ho prenotato la stessa pazzia per la sera dopo.

Arrivano le settemmezzo, parte il giro in cerca di insetti e rane, e contemporaneamente si aprono le cataratte del cielo. Viene giu' in maniera esagerata. Fitta, grossa, rumorosa pioggia tropicale. Saluto tutti e mestamente, sotto questo ennesimo diluvio, mi dirigo verso il mio francescano cubiculo. Entrando, l'odore gia' piu' volte descritto mi prende alla gola, il rumore della pioggia sul tetto della capanna e' quasi assordante. Cerco di spogliarmi ma togliersi la maglietta bagnata e' un'impresa. La appendo ad una delle grucce, insieme ai pantaloncini zuppi anche loro. Mi infilo dentro le lenzuola che definire umide e' un eufemismo fallace, sospiro e penso che peggio di cosi' e' difficile che vada. Cerco di non pensarci, mi rannichio un po', cerco una posizione che mi faccia percepire il meno possibile il fastidio alla cerniera tra la parte lombare della colonna vertebrale e l'osso sacro (il mio punto debole) e scivolo in un dormiveglia in cui sono presenti il rumore della pioggia e quelli della giungla, stridii, richiami di insetti, di rane, di uccelli? Ce n'e' uno che ogni tanto mi sveglia, come se fosse in camera: una via di mezzo tra lo schioccare di una serie di brevi versi di uccello ed il battere di nacchere. Li conto: sono sempre in serie di tredici. La cosa non favorisce il buonumore.

26 Novembre

Continua a piovere tutta la notte, al mattino la luce dell'alba e' caliginosa come quella della mattina precedente, mi alzo solo per togliermi da quelle lenzuola umide, scosto le tende e, finalmente, una buona notizia. Il sole? No, non esageriamo. Non ha piovuto tutta la notte, quello che ho sentito dopo il reale acquazzone, e che mi era sembrato l'andare e venire di scrosci di pioggia ora piu' lievi ora piu' forti era solo il rumore del mare, che sta a dieci metri da camera mia. Metto il naso fuori, mattina scura ma senza pioggia. Sono le sei, telefono a casa per avvertire che qui la connessione WiFi non fuziona e che quindi avranno notizie un po' piu' scarse del solito. Ettore mi chiede che ore sono e quando gli dico le sei di mattina sento una pausa e poi capisco che voleva dire "ma sei scemo?" ma si e' trattenuto. Apprezzo le sue gia' notevoli doti diplomatiche quando mi chiede “come mai visto che sei in vacanza ti alzi cosi' presto?" gli spiego dell'equatore, del fatto che il sole sorge all'improvviso verso le cinque e mezzo e altrettanto all'improvviso se ne va verso le cinque e mezzo, esattamente dodici ore dopo, e quindi i ritmi di vita sono leggermente diversi dai nostri. Per un attimo mi chiedo se sto cercando di convincere lui o me stesso ma poi il dubbio, cosi’ rapidamente come era arrivato, svanisce.

Il sole non c'e' verso di vederlo, comunque, e mi avvio verso il buffet della colazione, che e' essenziale ma discreto. Una mise en place tipicamente americaneggiante, con tovagliette, pancakes, cereali assortiti, succo, latte, caffe', pancarre' tostato, uova strapazzate e, unica concessione all'origine del gestore, wurstel arrostiti al posto della pancetta affumicata al forno. Dopo aver preso, precauzionalmente (visto che mi sembra di stare meglio, seconda buona notizia della giornata), un'altra pillolina, mi preparo lo zaino e parto per la spiaggetta di la' dal promontorio. Un bel sentiero (in realta' qui e' la strada principale) passa vicino all'Aguila de Osa, un altro resort del tenore del Jinetes (ma un po' piu' signorile, infatti ha un piccolo pontile per l'imbarco e lo sbarco degli ospiti, beati loro!). Poi attraversa un piccolo estuario su un suggestivo ponte sospeso, molto traballante ma sicuro, di qui si getta nella giungla. Si inerpica ripido e scivoloso in uno scenario naturale molto suggestivo (e come, senno'?). Al bivio, a sinistra, come da istruzioni del gringo. Ma il sentiero e' ben segnalato dai cartelli dipinti dai volontari olandesi che oltre a scrivere "Do not feed the animals" a volte scrivono piu' prosaicamente "Beach" accompagnato da una freccia.

Un sentiero nella giungla puo' suggerire visioni avventurose, di machete che tagliano liane e serpenti, di guadi con l'acqua melmosa infestata da piranhas e anaconda che arriva al petto e anche piu' su. Non e' diverso, invece, da uno dei sentieri che percorri nei nostri boschi quando vai in cerca di porcini o garitule. La natura che ti circonda e' sicuramente diversa, ma non piu' minacciosa. Il fondo sarebbe sdrucciolevole allo stesso modo se nei nostri boschi piovesse come qui. Ma andate per mezzora a spasso per i boschi di castagno del Canavese con i piedi nudi dentro un paio di ciabatte da mare e poi mi raccontate. Le vesciche aumentano, a San Jose devo proprio comprarmi un altro paio di sandali. OK, finalmente si scende. Occhio a non scivolare (sai che gusto per il dolorino lombare), discesa ripida ma fattibile, arrivo alla spiaggia.

La prima cosa che mi viene in mente, con le nubi fitte all'orizzonte e sopra di me, e' "Il mare d'Inverno", di Ruggeri. Un senso di bellezza struggente, di tempo sospeso, di realta' spiazzata, dove le cose non sono quelle che dovrebbero essere, pur essendolo. L'alta marea che si e' appena ritirata ha lasciato la sabbia bagnata completamente levigata. La superficie liscia non e' segnata da alcuna impronta animale, la sua affascinante monotonia e' rotta solo dalle buche gia' scavate dai piccoli granchi violinisti, con il mucchietto di sabbia a fianco. Dalla giungla alle spalle della spiaggia viene giu' acqua dolce, tanta. La giungla e' come un panno bagnato messo ad asciugare senza averlo strizzato, cola acqua che in parte si raccoglie in rivoli che talvolta si esauriscono prima di toccare le onde, insabbiandosi, in parte invece escono proprio dalla sabbia sulla battigia, disegnando ghirigori digitiformi.

Il colore della sabbia non e' quello delle spiagge tropicali da cartolina, anche se le palme che vi crescono lo sono. La sabbia e' scura, color terra di Siena bruciata (e io che credevo che questo colore esistesse solo nei tubetti di tempera delle scuole medie! mi sovviene poi che il fango sul fondo del sentiero nella giungla e' ocra rossa, proprio cosi'!). La spiaggia e' divisa in due parti da una serie di rocce che arrivano fino in mare. Dopo un primo momento di riverente sosta e ammirazione, oso lasciare le mie impronte di bipede su questa tela intonsa e vado fino a toccare le onde.

Mi rendo conto che non sono ancora le otto di mattina, ne ho di tempo davanti. Speriamo che il tempo migliori, ogni tanto sembra che le nubi si diradino un po'. Non si vede l'azzurro del cielo, ma la luce aumenta all'improvviso, e porta un po' di speranza. Con calma mi spoglio, cerco un posto dove appoggiare lo zaino e appendere maglietta e calzoncini. Una palma e' cresciuta insieme con un mandorlo di mare proprio al limitare della sabbia, l'intrico delle due radici sembra adatto ad alloggiare temporanemente la mia roba. Viste da vicino le radici sono dimora di una comunita' brulicante di piccoli paguri e granchi. Sembra che tutto si muova, ma va benissimo per posare zaino e ciabatte, la maglietta sudata l'appendo ai rami del mandorlo che scendono quasi fino a toccare la sabbia.

Finiti questi preliminari, c'e' da saggiare l'acqua. Le onde si rompono tranquille a una decina di metri dalla riva, non sono alte piu' di un metro, non fanno certo paura. Nonostante questo, vai piano. In fondo sei solo, non hai visto nessuno sul sentiero, hai letto che le correnti possono essere pericolose e tirare verso il largo, non sai cosa puo' esserci sotto la sabbia che calpesti, senza parlare di quello che puo' arrivare dal mare. Ma e' quello che volevi, no? Bene. Piano, scivoli dentro l'acqua facendo attenzione che la sabbia non celi scogli improvvosi (un colpo agli alluci gia' malandati sarebbe fastidioso). Quando l'acqua arriva al petto cerchi di sentire se le gambe "tirano" da qualche parte. Ti lasci andare un po', un abbandono vigile, Devi mantenere il controllo, ed un po' di prudenza in piu' non fa male.

Mentre faccio queste manovre studio quello che mi passa per la testa: controllare da un lato gli accidenti esterni, dall'altro le reazioni interne (come non avere un po' di timore in quest'acqua sconosciuta?) richiede un buon equilibrio. L'adrenalina e' giusto che ci sia, e' la misura che e' importante. Butto la testa sotto, faccio due bracciate al buio. No, non c'e' praticamente corrente. Un po' di risacca ti porta verso il largo quando l'onda recede, ma poi la corrente ti riporta verso riva con la nuova onda. Tutto OK. faccio una nuotatina nell’acqua tropicale, che per la schiena e' proprio un toccasana.

In lontananza tengo d'occhio lo zaino (l'unica cosa relativamente importante che c'e' dentro e' la macchina fotografica, ma e' meglio stare attenti). Questo primo bagno va proprio bene. Mi rilasso, in fondo non solo non piove, ma sembra che venga piu' chiaro. Esco dall'acqua e decido di andare a perlustrare un po' gli scogli. Come da bambino, a Sanremo, in cerca di granchi, paguri e ofiure, chiocciole e patelle. I granchietti di qui sono diversi, hanno le chele di un bel colore rosso vivo. Se li disturbi adottano una mimica minacciosa, aprendo entrambe le chele e mostrando il loro colore vivace, ma intanto scappano velocissimi. Conchiglie e conchigliette, ma non nella varieta' e non della vistosita' che mi sarei aspettato. Le pozze di marea lasciate sugli scogli contengono qualche bel ghiozzo colorato. Con calma, a piedi nudi, cercando di non rovinarmeli ulteriormente, esploro i dintorni. Un bell'avvoltoio, no, in realta’ e’ un rapace, una specie di aquila, mi guarda da uno scoglio. Decido di fotografarlo. Non scappa se non quando sono molto vicino. A tratti sembra quasi minacciarmi come a dire ma qui il padrone sono io, perche' mi rompi i coglioni? Ha ragione, e poi le foto le ho fatte, quindi lo lascio stare.

Poi, irrequieto, decido di cambiare spiaggia, e andare in quella di la' dagli scogli (Madda non ridere, lo so che mi conosci bene). Prendo zaino, armi e bagagli, studio se e' meglio passare dal mare o sopra gli scogli e poi vado, non saprete mai per quale via. La seconda spiaggetta e' divisa da un rio d'acqua dolce piu' grosso, che arriva fino in mare, e che uscendo dalla giungla forma un paio di cascatelle. Il posto mi piace e decido di fermarmi li' per un po'. Non sono ancora le nove, e non si e' vista anima viva. Mi sdraio sulla sabbia bagnata, sto bene, il sole anche se non esce del tutto riesce a scaldarmi la schiena. Chiudo gli occhi.

<realtime> 27 Novembre ore 15:30. I francesi (non quelli che conoscete, altri che conoscerete) mi hanno restituito l'adattatore per la spina di corrente, ringraziandomi moltissimo e chiedendo di mettere i loro saluti qui. Eseguo: Sabrina e suo marito Joris salutano i lettori di questo racconto.</realtime>

Era quello che volevi, no? Solo su una spiaggia deserta, nessun rompicoglioni, il rumore delle onde da una parte e i rumori della giungla dall'altra. E allora cos'e' questa piccola uggia che ti prende? Certo, se ci fosse il sole... Si', e magari una bella tica (incidentalmente con la t), bruna infermiera callipigia a lenirti i dolori massaggiandoti i lombi... Ma svegliati! questa e' la realta', quando hai una cosa che sognavi ne vuoi un'altra, e adesso vorresti qualcuno con cui parlare. Tua moglie, un amico, un'amica... (pardon, dimenticavo che non esistono amiche, le amiche sono solo amanti mancate). Adesso hai ancora due ore da passare qui, che fai? vuoi ancora stare da solo o speri che passi qualcuno? Beh, in fondo la spiaggia e' ben segnalata, ci sono i cartelli variopinti ed evidenti pittati dai volontari artisti olandesi... Possibile che proprio oggi nessuno segua quei cartelli? Vabbe' la spiaggia deserta, ma come direbbe Francesco Salvi anche il desertismo ha un limitismo... Mi sembra di sentire voci, ecco che iniziano le allucinazioni da spiaggia tropicale. No, in effetti subito dietro le due spiaggette deserte (in realta’ in questo momento solo una delle due e’ deserta, nell’altra ci sono io) passa il sentiero e ogni tanto qualcuno passa sul sentiero, ma non per godere il privilegio di una spiaggia deserta o quasi tale, bensi’ per andare da nonsodove a nomminteressadove.

Nel frattempo la marea si e' ancora abbassata. La mente fa strani agganci. Il mare che si ritira in maniera improvvisa ed eccessiva e' sintomo di maremoto imminente. Uno psicologo potrebbe forse spiegare perche' uno dei miei incubi ricorrenti si chiama tsunami. Vedo in sogno un'onda altissima all'orizzonte, tento di scappare fuggendo verso un posto piu' in alto, ci riesco, ma l'onda continua a crescere e poi fatalmente mi raggiunge. Mi derido per questa paura infantile, poi guardo verso l'orizzonte ed ecco una riga piu' scura, provocata evidentemente dalle nubi che in quel punto sono piu' fitte. Ma potrebbe essere il muro d'acqua dei miei incubi, che si avvicina lento solo nell'apparenza dovuta alla distanza. Esorcizzo la paura andando a sciaguattare coi piedi nelle pozze lasciate dall'ulteriore ritrarsi della marea. Il sole adesso e' nettamente piu' caldo, in qualche momento si intravede uno sprazzo di azzurro, un miraggio di cielo. Mi stendo ancora un po', la mente vaga tra incubi e desideri, la schiena assorbe il tepore che filtra dal velo ormai sottile delle nubi bianco abbagliante.

Le dieci, sono stato abbastanza di qua, torno di la' (Madda, ti ho detto di non ridere). Rifaccio armi e bagagli, attraverso stavolta lato mare, perche' la marea ha scoperto lembi di spiaggia prima occulti. Rimetto zaino e ciabatte a posto, mi concedo una nuotata piu' lunga delle altre, con il brivido dello tsunami addosso. Insomma, il tempo passa, la spiaggia rimane deserta e io sto cominciando a pensare di tornare, in fondo all'una si mangia e ti vuoi mica perdere il pranzo gia' profumatamente pagato? Andando verso lo zaino noto per terra una serie di pezzettini verdi di foglie con le zampe. Guarda li', proprio come su National Geographic Channel: le formiche tagliafoglie! Che spettacolo! Guardando meglio, un piccolo sentiero verde fatto di pezzettini di foglia, di forma abbastanza regolare (vagamente semicircolare o di porzioni di cerchio comunque) cammina senza sosta giu' da un albero e si snoda sul terreno verso chissa' dove. Decido di seguirlo, mi inoltro senza ciabatte sul terreno morbido ed in certi tratti fangoso, stando attento a non attraversare la carovana per paura dei morsi delle portatrici di foglie. Seguo il sentiero verde e brulicante per un centinaio di metri, speravo di arrivare ad un formicaio, ma la minuscola processione si addentra nella giungla, percio' torno indietro.

Sa', beh, adesso mi rivesto e vado, ho pure avuto il documentario scientifico di intermezzo. Mi dirigo verso lo zaino e comincio a sentire fischi, richiami e fruscii, una strana agitazione. Le fronde degli alberi cominciano a muoversi, finalmente arriva qualcuno a farmi compagnia: le scimmie!

<realtime> 5:20 di lunedi' 28 dicembre, tra poco (be' tra due ore) si parte alla volta di San Jose'. Una signora ha appena portato il caffe' della mattina nel piccolo patio davanti camera, dove sto scrivendo seduto su una sedia troppo bassa, o piu' probabilmente ad un tavolo troppo alto. E' simpatica questa abitudine. Subito prima dell'alba portano una chicchera di caffe' davanti alle varie camere, cosi' se uno e' scemo come me che si alza a quest'ora per scrivere stupide note di viaggio puo' tenersi su in attesa della colazione a buffet che, come detto, e' alle 6:30 teutonicamente in punto</realtime>

Le scimmie arrivano in piccolo gruppo, le avverto prima di vederle, si vedono i rami muoversi per i loro salti. Prendo la macchina fotografica e mi avvicino cautamente, ma non mi sembra che siano granche' preoccupate dalla mia presenza. Comincio a vederle: sono piccole, bruno scuro, dalla lunga coda e una maschera bianca che prende anche parte del petto. Cebi cappuccino, credo. Giocano, mangiucchiano spiluccando piccole bacche rosse, e si fanno fotografare di buon grado. Se ti avvicini troppo mantengono le distanze, ma sono pur sempre distanze da compatta Nikon. Su un ramo piu' in alto, piu' guardinga, sta una femmina con il piccolo in groppa. Tento qualche foto anche con lei, spero che qualcosa sia venuto. Come al solito in queste occasioni continuo a scattare finche' le foto mi sembrano piu' belle delle precedenti, poi quando cominciano ad essere tutte uguali smetto. Alla fine torno verso la spiaggia, indeciso se farmi un'altra nuotata prima di tornare in Hotel (che parolone immeritato!) e mi accorgo che nel frattempo e' arrivata un'altra persona che sembra intenzionata a fare il bagno. Sono indeciso sul da farsi, mi avvicino sulla spiaggia, magari solo per salutare, ma allontanandomi dallo zaino mi accorgo che le briccone ci hanno messo l'occhio sopra, probabilmente sperano che dentro ci sia lo snack per il dopo nuotata. Non mi va di rincorrere una scimmia che tenta di portarsi via le mie ciabatte o il mio zaino. Anche la maglietta verde sembra attirarle. Allora torno indietro a scacciarle come si farebbe con dei gatti o dei piccioni molesti. Naturalmente se ne vanno, ma restano a portata di zaino, aspettando che io me ne allontani di nuovo. La soluzione potrebbe essere traslocare zaino e ciabatte su uno scoglio in riva al mare, come ha fatto il nuovo venuto, e farsi l'ultimo bagnetto.

Nel frattempo pero' il nuovo venuto si e' calato in mare e poi ostentatamente si e' tolto il costume da bagno ed ha proseguito nudo, un po' nuoticchiando un po' alzandosi tra le onde. Non sono particolarmente attratto dai piselli al vento, e credo che spostarmi da quella parte e fare il bagno (pur se con gli attributi pudicamente celati dal costume) sarebbe un segnale abbastanza esplicito di condiscendenza, anche se magari il tipo e' un eterosessuale naturista convinto. Non ho particolari ragioni per indagare, i miei bagnetti gia' li ho fatti, il cruc pardon il gestore mi aspetta a tavola percio' raccatto le mie carabattole per tornare. Sono troppo lontano per vedere se nello sguardo del bagnante ci sia una vena di delusione, riparto verso il sentiero nella giungla con la macchina fotografica a portata di mano, intenzionato a scattare almeno una foto al ponte sospeso. Nel frattempo e' comparso alle mie spalle, silenzioso, un cane nero. Chi mi conosce sa cosa pensi dei, e quanto tema i, cani randagi. Questo pero' ha l'aria di chi dice per favore fammi avvicinare, fammi una carezza, magari dammi anche qualcosa da mangiare se ce l'hai, che male non fa. Ha le orecchie basse, se ti muovi lentamente per accarezzarlo lascia fare ma se fai un movimento brusco scarta con la coda tra le gambe, forse memore delle troppe botte prese in passato. Gli dico con voce pacata che no, non c'era niente per le scimmie e neanche per lui, e forse è meglio cosi' senno' non me lo sarei scrollato di dosso. Ho solo un po' d'acqua, ma non credo che l'articolo sia di suo interesse.

Come sempre capita, se guardi vedi, e al ritorno scatto qualche bella foto a dei fiori particolari (sai come rosicheranno quelli del forum botanico...) e riesco pure a ritrarre una lucertolina marrone niente male. Intanto il cane mi segue a distanza di due-tre passi, se mi fermo si ferma, provo a dirgli che non dovrebbe seguirmi, ma quello abbassa le orecchie e mi fa tenerezza. OK che venga pure. Attraverso il ponte sospeso insieme ad un papa' con la sua bambina in eta' prescolare per mano. Un bellissimo vestitino azzurro, il sorriso gioioso di chi non ha ancora sofferto, un fiorellino nella giungla. Chiedo se posso fare una foto, il papa' si mette in posa ma la bimba fugge schermendosi. Ci rinuncio, il papa' non mi interessava.

A poche decine di metri dal Jinetes, con Cano <older memories> durante una passeggiata con Madda e i figli piccoli nel Verdon in Francia un cane ci aveva abbordato sul sentiero. Forse era randagio pure lui, ma se la passava meglio di questo. Aveva cominciato a seguirci e con Roberta ed Ettore lo avevamo chiamato cosi', "Cano" non mi ricordo perche'</older memories> sempre alle calcagna, comincia all'improvviso a venir giu' di brutto. Una pioggia cosi' fitta da non vederci attraverso. Fortunatamente sono gia' arrivato al primo lodge, l'"Aguila de Osa" e mi fermo sotto un gazebo di legno ad aspettare che passi la piu' grossa. Cano sta sempre un po' in disparte, ma mi aspetta.

<realtime> 28 Novembre 6:15 quasi ora di colazione. Da dietro le palme spunta il sole del mattino. Decido di fare un paio di foto per dare, in seguito, qualche immagine di supporto al raccontino. Vado a prendere la macchina fotografica e poi a colazione, non so se riusciro' a riprendere prima di stasera. Bye</realtime>

28 Novembre Palmar Norte, ore 9:17, in attesa del bus delle 9:50 para San Jose', perche' non approfittare della sosta per portarsi avanti col racconto?

<memories>Passata la grossa riprendo il mio cammino, ormai breve, verso il Jinetes, che per i curiosi vuol dire "cavallerizzi". Un tempo infatti il resort non era centrato sulle immersioni subacquee come oggi, ma organizzava cavalcate nel parco del Corcovado. Arrivo che e' giusto ora di pranzo. Dopo essermi seduto a tavola cerco con gli occhi Cano e non lo vedo piu'. Credo di aver capito dove ha preso almeno alcune delle botte della sua povera vita. Pomeriggio senza grande storia, pennichella per riposare la schiena, anche perche' ho deciso di non prendere piu' pillole, ci provo e vedo l'effetto che fa. Poi scrivo un po', e vado nell'ufficio del cruc pardon del capo che mi ha promesso una connessione via cavo, ma ha anche messo le mani avanti perche' secondo lui non avrebbe funzionato. Let's try dico io e infatti va che e' una meraviglia, come i selezionati destinatari di questa avventura a puntate sanno già. Non voglio disturbare troppo anche perche' sto sulla stessa scrivania della cruc pardon della moglie del boss, che ha modi meno gentili di Jennifer nella sua casa odorosa di tacchino e di spezie e di Ringraziamento.

Sono quasi pronto per l'avventura di notte nella giungla, giro capitanato (hopefully) dalla Bug Lady de Costarica. La serata si preannuncia mite, ma naturalmente nessuno ci scommetterebbe un Colon, che e' un quinto di centesimo di dollaro e non un pezzo di intestino. A cena rendo edotti del mio programma notturno i pochi commensali. I tre gringos se ne sono andati, cosi' come la coppietta francese muta. Al posto della quale e' arrivata una nuova coppia francese. Anche questa molto giovane ma meno “etta”. Lei a una prima occhiata e' brutta come la fame. Sposto lo sguardo su di lui per vedere poi come mi sembra alla seconda. Lui e' carino, decisamente un bel maschietto (non preoccupatevi, l'aria di Manuel Antonio non ha avuto strani effetti, ho l'abitudine di giudicare esteticamente in modo spero asettico sia gli uomini che le donne). La seconda occhiata conferma. Sabrina e' proprio bruttina, ma di una simpatia dirompente. Tutti e due sono gentilissimi, si arrabattano a parlare un po' spagnolo e un po' inglese, con risultati disastrosi in entrambi i casi. Quando dico loro che possono parlare francese con me, basta che parlino lentamente, mi si attaccano come due cozze (o come due koala, come direbbe il buon Claudio Savina) e sproloquiano un po'. Io capisco il 60% ma fingo di capire tutto per non fare brutta figura.

Le due coppie tedesche sono ancora al desco, ma una delle due partira' domani mattina (scopro cosi' che i quattro non viaggiano insieme). Una delle due gigantesse, quella con aria piu' femminile, mi augura un buon tour notturno, poi parliamo del fatto che domani andro' a fare snorkeling a Caño Island, e che il tempo sembra stia lentamente migliorando. La simpaticona mi dice che, visto che loro sono stati ieri a Caño Island, ed hanno avuto una giornata di sole mentre a Bahia Drake pioveva, probabilmente domani ci sara' sole a Bahia Drake e piovera' a Caño Island. E ride. Cazzoridi troia penso, vai a gufare da un'altra parte, ma rido anch'io e dico eh, speriamo di no.

<realtime> 9 e 40, e' meglio che metta via il computer e vada ad aspettare il bus, che qui nel terzo mondo sono sempre puntuali</realtime>

<realtime>Ore 12:00 scrivere sul bus non e' semplice ma ci posso provare, quando finisce la batteria smetto.</realtime>

Il giro notturno nella giungla.

Una delle escursioni raccomandate vivamente dalla guida LP e' quella del giro notturno nella giungla alla ricerca di insetti, ragni, serpenti e ranocchie, accompagnati dalla nota biologa americana Tracie Stice, aka "The Bug Lady" (NdA ho avuto il mio da fare a spiegare ai tedeschi che "bug lady" in inglese e' diverso da dire "ladybug", ma alla fine ci sono riuscito). Vista la fama di biologa ed il fatto che sia ormai da 15 anni in attivita' in Costa Rica me la figuro una specie di Margherita Hack delle pulci della giungla. Avevo deciso una settimana prima di partire di prenotare il tour, contattando Tracie sul suo sito Web. Guarda guarda, sul sito c'e' anche una foto... Ma non puo' essere, questa e' una ragazzina tra l'altro con un sorriso molto accattivante, o la foto e' di 15 anni fa oppure e' uno specchietto per le allodole. Sospetto confermato dal fatto che poi si dice sul sito che il tour puo' essere guidato dalla signora degli insetti oppure da Gianfranco che, per quanto discreto ometto, ai miei occhi e' leggermente meno attraente. Commento queste notiziole a cena coi miei commensali, e la solita tedesca che cerca di fare la carina e invece risulta solo stronza mi dice che sicuramente ci sara' Gianfranco a condurre il tour. Dico che penso proprio sia cosi', che e' vero, ma spero che ci sia Tracie anche solo per fare una pernacchia alla tedestronza. Ancora tutti a tavola, giunge la notizia che mi stanno venendo a prendere, e che Tracie sara' la nostra guida. Non faccio il gesto dell'ombrello alla megastronza, in primis perche' poco polite , in secundis perche' probabilmente non lo capirebbe.

Scappo in camera a prepararmi per l'uscita. Alla bisogna e come pila d'emergenza mi sono portato dall'Italia una lampada da minatore (o da scalatore) a LED di quelle che si mettono in testa, molto tecnologica, marca Petzl, la stessa che Tracie indossa nella foto sul web. La comprai qualche anno fa per tutt’altro scopo, e credo di non averla mai usata. Fiero la estraggo dallo zaino, la provo e cazzo non funziona. L'avevo provata a casa, funzionava perfettamente. Forse l'umidita' ha scaricato le pile, le cambio, pulisco i contatti, niente da fare. Con le pive nel sacco torno nel patio dove si cena, mi devo rassegnare a chiederne una alla guida. Alle 7:30 in punto (siamo in Costarica, no?) ecco che arriva Gianfranco con un paio di altri partecipanti al tour. Un ghigno si forma sul peraltro gentile volto tedesco. Dimostrazione del funzionamento della headlamp, presentazioni, strette di mano, Naistumitiu Franco. Comeon let's go, Tracie is waiting for us at Aguila de Osa with the other parties. Ricambio il ghigno, giro i tacchi e me ne vado sulle orme di Gian.

Erore 1: non ho preso lo zaino, dove c'era la mantellina, ma solo la macchina fotografica. Erore 2: non mi sono messo gli occhiali, che per mettere a fuoco la macchina fotografica mi devo togliere e mi danno solo fastidio. Tanto ragni e lucertole sono vicini, e da vicino ci vedo bene. Raggiungiamo Tracie che ci aspetta all'Aguila de Osa con quattro ospiti.

Tracie e' effettivamente un po' piu' vecchia che sul web, ma il sorriso e' quello. Non so se ha intorno ai quarantanni portati molto bene o poco piu' di trenta portati con dignita', ma propendo per la prima ipotesi anche perche' non puo' aver studiato entomologia all'asilo. E' americana, ha sposato Gianfranco che e' un tico, biologo esperto anch'egli, anche se piu' incline all'erpetologia e allo studio degli anuri. Gianfranco e' un tipetto con un sorriso largo e gioviale, forse leggermente piu' giovane di Tracie, una barbetta nera, fisico atticciato, non alto ma muscoloso, spalle larghe, mi ricorda il mio caro amico del liceo Salvatore. Appena Tracie apre bocca i miei apriorismi riguardo alla poverta' dell'americano parlato trovano un'ennesima conferma. Tutto e' cool ed amazing per Tracie, che tende proprio americanamente a fare scena e ad esagerare un po' quello che dice, per gli Wow! degli americani presenti, e purtroppo non tutti i partecipanti lo sono. Non e' solo fuffa, tuttavia, e' proprio brava e le cose le sa e le spiega abbastanza bene, solo un po' di istrionismo in meno e di rigore scientifico in piu' non mi dispiacerebbe. Tende ad essere, tra l'altro, una di quelle che finge di ascoltarti ma in realta' non ti caga.

Dopo averci mostrato un grillo su una foglia, con gesto plateale tira fuori una scatoletta dicendo che avremmo visto una delle cose piu' ammeisin (con l'accento sulla e) che potessimo vedere. Era effettivamente, piu' che amazing, impressive: nella scatoletta un grillo dello stesso tipo, attaccato da un fungo del genere Cordyceps che lo aveva trasformato in una specie di trina. Ci ha raccontato cose molto interessanti e per me sconosciute su come le spore della Cordyceps attaccano il grillo e poi lo distruggono dall'interno facendogli pero' prima fare delle cose (su cui non mi dilungo) finalizzate all'ottimizzazione della successiva dispersione delle spore e quindi propagazione della specie. Bello, brava. Le dico che anche in Italia abbiamo Cordyceps che si sviluppano specificamente sulle vespe morte, sono funghi minuscoli ma meno microscopici di questi. Chiedo se sa se anche le Cordyceps europee attacchino gli insetti da vivi e li uccidano, oppure, come avevo sempre creduto io, se semplicemente crescano sul substrato degli insetti gia' morti perche' quello e' il loro nutrimento. Mi guarda un po' stralunata e mi dice che non lo sa. In fondo lei e' entomologa e non micologa, e questa esplicita ammissione le fa onore. Io apprezzo, ma lei sembra avere un po' sofferto questa dichiarazione di plausibilissima ignoranza di fronte al resto della truppa. Peccato, non l’ho fatto apposta, era curiosita’ sincera.

Il giro e' molto interessante, la coppia e' affiatatissima: Mentre Tracie spiega le cose che ci fa vedere, Gian un po' piu' avanti cerca tra i rami la prossima cosa da spiegare, senno' non sarebbe possibile far tutte due le cose, o per lo meno si vedrebbe solo meta' della roba. Tra le cose piu' belle due serpenti mangiaranocchie (piuttosto comuni), un serpente bellissimo, di una agilita' ed eleganza sorprendenti, che ha sviluppato una tecnica di caccia estremamente sofisticata di cui vi risparmio. Gianfranco prende il serpente, dice che e' moderatamente velenoso ma attacca solo le raganelle sugli alberi e che non ha mai morsicato nessuno. Chiede se qualcuno vuol tenerlo in mano, stando attento a non stringere. Non dico se l'ho tenuto in mano o no, tanto Maddalena lo sa smile.

Il tempo passa veloce, uno spruzzo di pioggia non e' niente rispetto a quella di ieri sera, vediamo un sacco di cose, forse la piu' bella e' una "glass frog" una raganella arborea piccolissima, verde chiaro, con la carne trasparente come gelatina. Gian la prende e la mette (o meglio, la guida perche' dice che il contatto con il calore della pelle probabilmente la danneggerebbe, tanto e' delicata) temporaneamente in un barattolo perche' possiamo osservarla da vicino e fotografarla, poi la libera di nuovo sulla foglia. Dimenticavo, un'altra cosa bellissima che abbiamo visto e' stato un insetto stecco lungo piu' di trenta centimetri. Le foto mi sono venute bene, peccato che non ci sia nessun riferimento per intuire quanto era grosso, ma, credetemi, non esagero.

Come ultimo coniglio dal cappello Tracie preannuncia un'altra cosa amazing: tira fuori una scatola di cartone dentro la quale, su un foglio di scottex, e’ appoggiata la cucaracha (scarafaggio) piu' enorme che ci sia. Lunga una dozzina di centimetri e larga un po' meno di meta', piatta, molto elegante, ma pur sempre scarafaggio. La tiene amorevolmente in mano. Voglio provare la sensazione e chiedo a Tracie se posso tenerla un po' io. Mi chiede se mi sono messo dell'antizanzare, e lipperli' immagino che me lo chieda per evitare che la bestia mi morda, poi in realta' capisco che e' solo per proteggerla! Dico di no, e delicatamente l'insettone passa sulla mia destra, con gli artigli delle zampette (non tanto ette) uncinate che mi grattano il pollice. OK ho superato la prova (non e' che gli insetti mi piacciano piu' di tanto, ma mi costringo a non averne timore o ribrezzo). Sto immobile, ma succede: (Tracie sapeva che poteva succedere) lo scarrafone fa un goffo voletto e sparisce. Sono desolato, Tracie mi consola e mi dice che non e' colpa mia. Lo so anch'io, ma avrei preferito che non succedesse. Cerchiamo un po' per terra, ma e' marrone, non si vede. Tutti aiutiamo la signora degli insetti a cercare la cucarachita, coochie la chiama lei. All'improvviso una grassa turista amricana urla ce l'ho addosso OMYGOD! saltando come una cavalletta. Tracie cerca di calmarla ed in cuor suo (ed io nel mio) speriamo che sia vero, ma della bestia nessuna traccia. La grassona si calma con difficolta' saltellando ancora ogni tanto come per scrollarselo di dosso.

Faccio gli occhi da cane bastonato a Tracie, e lei mi dice che domani ne cerchera' un'altra, don't worry Franco I’ll get another coochie right tomorrow.

<realtime> 28 Novembre sul bus verso San Jose’. Sono le 13:40, la batteria e' all'8% e voglio evitare di perdere cio' che ho scritto. Riprenderò all'Aranjuez
</realtime>

<realtime> 17:43 nel lusso dell'hotel Aranjuez, peraltro il piu' economico di quelli dove sono stato sinora. Sono rilassato e contento, proseguo un po' il racconto e poi vedo di sbrigare un po' di posta e spedire questa puntata</realtime>

I miei stimati e selezionati lettori dopo il raccontino del tour notturno nella giungla penseranno "ma sei proprio un rompicoglioni!" e naturalmente avranno ragione. Ma sono fatto cosi', e chi mi vuole mi prende cosi'. Tutti gli altri, che comunque sarebbero la maggioranza, possono continuare ad ignorarmi senza alcun danno per loro ne’ per me.

Dopo il giro notturno torno nella mia camera. E' esageratamente tardi per qui, sono quasi le dieci e mezza, quindi mi fiondo a letto. Domattina grande mattinata, snorkeling a Caño Island. Dal Jinetes vengono solo i due francesi, che pero' fanno diving. Per un po' accarezzo l'idea di fare snorkeling da solo, ma poi penso che sicuramente ci saranno altri e che comunque, visto che ci sara' la guida, solo non saro'. E poi, dopo la mattinata nella spiaggia deserta, ho veramente ancora voglia di stare solo?

27 Novembre

Andiamo, colazione, poi a scegliere le pinne (maschera e boccaglio me li son camallati dall’Italia, ma le pinne numero 45 sono veramente un po' ingombranti per un viaggio aereo intercontinentale), poi si parte con la barca. L'allegria di Sabrina e' contagiosa, saltella felice come una pasqua all'idea di andare sottacqua. La capisco, mi trasmette buone vibrazioni (come si sarebbe detto a fine anni sessanta). C'e' il sole, mi sono spalmato la faccia di quella schifosa ma purtroppo utile crema solare, la sabbia si sta incredibilmente asciugando anche se per ora solo a chiazze, si sale in barca e si fa conoscenza con gli altri.

Ci sono due coppie americane anzianotte (mia eta' piu' o meno). I mariti faranno diving e le mogli, molto piu' brutte della fame se paragonate a Sabrina, faranno snorkeling. Scostanti tutti e quattro. Una delle mogli, la piu' grassa, mi sembra di averla gia' vista. Ma si', e' l'isterica che la sera prima saltellava credendo di avere addosso coochie! Il mondo e' piccolo, e Bahia Drake ancora di piu'. Poi c'e' una giovane coppia, americana anch'essa, ma mi par di capire che lui viva in Costarica. Lui e' bello come il sole, almeno di viso. Un bruno con occhi di un azzurro non slavato, la faccia sorridente. Ci credo che sorride, ha denti perfetti e bianchissimi e quando apre le labbra carnosette bisogna mettersi gli occhiali da sole. E' alto e ha due belle spalle, solo il fisico e' leggermente imbolsito ed i muscoli non sono quelli che ci si aspetterebbe, un po' di pancetta spunta e qualche maniglia dell'amore fa capolino sui fianchi. Lei e' alta, e tanto basta. Non e' bella, e' un po' slavata, si vede che si tiene anche poco. Decisamente piu' ciccetta di lui, la pelle bianchissima e mozzarellosa, la carne budinosa con i rotolini sulla pancia. Le tette sono pesanti e ballonzolano sotto il top rosa, stile budino anch'esse. Ma sono simpatici, chiacchierano, non se la tirano (e lui sicuramente potrebbe), si ciacola un po' insieme con i francesi, gli altri americani hanno una brutta mutria, parlano solo tra loro e non cagano nessuno.

Il barcaiolo ci dice che siamo fortunati perche' in questo periodo dell'anno si possono vedere delfini, a volte anche balene, ma questo e' gia' piu' difficile. Si naviga veloci verso l'isola, nel sole tropicale, bagnati dagli spruzzi del mare e non dalle gocce di pioggia, finalmente. Questa si' che e' Pura Vida, come dicono i ticos!. Poi qualcuno dice guarda la', sembra di vedere uno spruzzo. Si', e' un salto. Saltano, saltano! Il capo non bluffava, c'e' un piccolo branco di delfini, e vira in quella direzione. La francesina sembra impazzita: saltella peggio dell'americana col fantasma della cucaracha che gli mordeva il culo, afferra la macchina fotografica, si lancia a prua, si sporge, cerca di fotografarli. Ogni volta che uno salta urla di gioia. Ne approfitta per correre dal marito e stampargli dei baci non so se appassionati ma sicuramente vistosi ed allegri. Lo bacia dappertutto ma devo dire che correttamente non colpisce mai sotto la cintura.

In realta' lo spettacolo non e' male, l'incontro coi delfini e' una cosa sempre appassionante (come direbbe ormai sapete chi) ed in effetti il mio umore sta finalmente risalendo dalle profondita' del dolore e della pioggia verso la superficie della felicita' e del sole. Rido di questa spontanea e quasi infantile allegria, batto il cinque con la francesina, la incito a fotografare che io non ne ho voglia, cosi' poi mi passa le foto. Dopo un po', come sono venuti, i delfini se ne vanno, il capo rimette i motori al massimo e ci avviciniamo a Caño Island.

<realtime> le 19:30 di lunedi' 28, mi sa che se voglio mangiare qualcosa e' meglio che vada. Andro' in un buco qui vicino, a piedi, a mangiarmi un riso con qualcosa dentro, bermi una Imperial se ce l'hanno, e cosi' mi sbrigo e quando torno cerco di finire almeno lo snorkeling e spedisco. </realtime>

Nei pressi di Caño Island le correnti raccolgono spazzatura da tutto intorno, ed e' un brutto vedere. Bottiglie di plastica, sacchetti, schiuma giallastra e robaccia simile. Poi questa brutta corona di spine sparisce, e siamo di nuovo in acque pulite. Scendono prima gli apneisti (cattiva traduzione di snorkelers: quasi nessun snorkeler e' apneista, ma in italiano non c'e' una parola per indicare quelli che vanno a vedere li pescetti solo muniti di maschera e boccaglio (e le pinne, ma senza il fucile di Edoardo Vianello)). Sputo sulla maschera e spando bene la saliva sul vetro, indosso le pinne (che ho preso un numero piu' grandi di quelle che mi andrebbero a pennello, per non infastidire troppo le vesciche nei piedi ricordo di Manuel Antonio) e poi giu', dal bordo della barca.

Un piccolo passo indietro: andare a fare snorkeling con un tour guidato puo' essere un'esperienza che, se sei abituato a farlo da solo, ti puo' triturare le balle. Le regole di sicurezza possono prevedere, ad esempio, che tu indossi un giubbotto di salvataggio, e se questo ha il polistirolo dentro sei fottuto: non puoi immergerti ma solo annaspare in superficie guardando li pescetti che stanno sotto. Magari il giubbotto non e' necessario, ma hai una guida che si fa mille paturnie derivate dalla responsabilita' che ha nei tuoi confronti, che potresti essere un imbecille che non ha mai visto il mare in vita sua. In quel caso se non stai in un'area di cinque metri quadri vicino a lui ti fa un cazziatone che te lo ricordi e casomai ti fa pure uscire dall'acqua se hai qualcosa da ridire. Per questo sono sempre molto prudente e tendo ad evitare le uscite di snorkeling organizzato. Faccio apnea da quasi 50 anni e sono un po' insofferente verso questo tipo di cose, ma a volte e' l'unico modo di farle. Anche qui e' obbligatorio il giubbotto di salvataggio, ma non ha il polistirolo dentro. E' una specie di pettorina come quelle numerate che ti mettono nelle gare di maratona stracittadine o nelle fiaccolate di sci di capodanno, una maglietta di plastica leggera che puoi gonfiare se ne hai bisogno. L'americana grassa, per non saper ne' leggere ne' scrivere, chiede un giubbotto di quelli col polistirolo, non vuole neanche far la fatica di gonfiarlo. L'americana giovane gli da' una gonfiatina (appena appena per avere un po' di sicurezza) prima di lanciarsi. Io sono quasi contento perche' cosi' mi protegge un po' dal sole che ancora (thanks god) ci grazia della sua presenza.

Giu', quindi, finalmente. Sono nel mio. Sguazzo, scendo un paio di metri, ritorno su, metto l'orologio in modalita' profondimetro, guardo cosa mi succede intorno. La guida (d'ora in poi il jefe, capo) spiega le regole, dobbiamo sempre stare nei suoi pressi, e forma le coppie che devono sempre stare vicine e badare l’un l’altro. Le coppie sono naturali: i due americani giovani, le due mogli americane vecchie, ed io faro' coppia con il jefe. Benissimo. Mi sgranchisco un po' con un paio di immersioni un po' piu' profonde. Siamo in un posto strano, non ho mai visto un posto cosi'. Non c'e' barriera corallina, ci sono dei roccioni vicino a riva che escono a tratti dalla superficie. Sulle rocce qualche corallo e qualche madrepora c'e', ma l'ambiente naturale subacqueo e' piu' simile a quello mediterraneo che a quello coloratissimo del Mar Rosso o dei Caraibi che conosco (Cuba, Messico). In compenso i pesci sono un vero spettacolo. Non solo c'e' la varieta' di specie che puoi trovare nei posti che ho citato prima, ma ce n'e' tanti e sono grossi! Dei pesci pappagallo verdi e azzurri di 40-50 cm, pesci combattenti da tutte le parti, pesci farfalla, pesci imperatore, e poi carangidi blu da due-tre chili almeno, e poi, insomma un sacco di roba. Una delle cose che mi colpisce per prima e' un branco di quelli che avevo visto solo nei documentari. Qualche centinaio di pesciazzi, carangidi anch'essi ma argentei, sul mezzo metro l'uno, che si muovono sincroni formando una nube che cambia repentinamente forma, colore (a seconda di come la luce si riflette sui fianchi dei singoli individui) e direzione.

Mi viene in mente come il termine inglese per indicare questi raggruppamenti sia molto piu' appropriato di quello italiano: il branco e' qualcosa di selvaggio e disordinato, ma queste sono vere e proprie scolaresche (school) di pesci, che senza nessun insegnante apparente seguono ordinatissime un nonsisaquale progetto o piano che li tiene insieme in modo ordinato ma caotico. Ci sono studi e modelli matematici che cercano di razionalizzare il modo di muoversi di queste incredibili nuvole acquatiche viventi. Che bello! Emozioni allo sato puro, ci sei in mezzo, cerchi di accarezzarli ma non ci riesci per pochi centimetri, il gruppo si divide intorno alla tua mano ma si ricompone poco piu' in la', a qualche decina di centimetri. Tengo d'occhio la guida, so di essere indisciplinato e mi aspetto qualche tirata di orecchie che non arriva. Siamo in Costarica, amigo, pura vida! e il jefe da questo punto di vista e' un vero tico: lascia che le cose succedano, tiene un occhio e se la gode pure lui, si vede. Le due peppie americane sono accoppiate in superficie, il bello e la scialba sono insieme, lei sta su e lui scende di un paio di metri, io sto col capo e mi diverto, scendo giu' a sei, sette, otto metri, accarezzo i pesci pappagallo, inseguo le cernie e nessuno mi dice niente. Che goduria!

Il jefe ha la situazione sotto controllo. A un certo punto chiama tutti. C'e' uno squalo sul fondo, sono meno di dieci metri. Dimenticavo di dire che l'acqua comunque non era delle migliori, la visibilita' era piuttosto limitata da un po' di torbido, residuo delle piovute e del mare mosso. Tutti guardano lo squalo, un white tip shark (ha le punte delle pinne bianche) di un paio di metri. Non e' uno squalo pericoloso, anche se quelle dimensioni sono gia' discrete e meglio non essere azzardati per non essere azzannati. Quando siamo stati un po' a pinneggiare guardandolo dalla superfice chiedo permesso al jefe di scendere, e lui mi dice OK. Scendo giu' fino a un paio di metri di distanza, e' proprio un bell'animale. Si muove pigro sul fondo, e' elegantissimo. Finisco il fiato e risalgo. Dopo quella immersione il jefe mi chiama sir, non so se e' una coincidenza. Tutto sommato forse è compiaciuto del fatto che qualcuno un po' piu' sveglio nel gruppo ci sia.. Ho conquistato dunque la fiducia del capo, che non bada piu' a me ma tiene d'occhio le peppie yankee. La coppietta giovane comunque se la cava da sola, si vede che lui e' abbastanza esperto, pur essendo un apneista un po’ men che discreto.

Girelliamo ancora un po', ad un certo punto sento chiamare ad alta voce: Sir, a shark behind you! Credo che molti a sentirsi dire che hanno un pescecane dietro la schiena non sarebbero contenti, ma capisco che il richiamo non e' un segnale di allarme, e' invece un consiglio di girarmi a guardare. Un piccolo white tip, la stessa specie di quello visto prima, lungo poco piu' di un metro, e' proprio dietro di me. Siamo nell'acqua bassa (non piu' di quattro metri di fondo), lui e' in mezzo ad un gruppo di pesci che gli fanno compagnia. E' un missile slanciato che si muove danzando lieve ma veloce, la faccia e' cattiva come si conviene ad uno squalo, le punte bianche delle pinne sono ben visibili sul corpo altrimenti color dell'acciaio. La sua corte di pesci piu' piccoli si muove con lui, lo sfiora, ma lui non sembra interessato, magari ha mangiato da poco.

Lo seguo per un po', fino a quando ci riesco, poi lui e i suoi pesci seguaci vanno piu' veloci delle mie pinne e lo perdo. Il jefe mi spiega che la pelle dello squalo e' molto ruvida (sapevo che la parola smerigliare deriva dalla pelle dello squalo smeriglio), ma non sapevo che quando uno squalo nuota in mezzo a un branco di pesci non lo fa per mangiare. C'e' invece una gratificazione reciproca: ai pesci piace strusciarsi contro la pelle ruvida dello squalo (si grattano?) ed in questo modo lo squalo si libera dai parassiti. Cazzo che bello! Ma che sto a di'? Cosa vi racconto? Non e' possibile spiegare certe sensazioni, provate a descrivere la passione, il bisogno di urlare, la fitta lancinante di un addio definitivo, e' difficile, bisogna esserci, li', e guardare e nuotare e respirare e trattenere il respiro per scendere e risalire.

Tornando su da una immersione piu' profonda vedo l'americanina scialba che mi guarda e mi dice I love (con l'accento sulla o) watching you dive. Chiedo perche' e mi dice che le sembro un pesce. <older memories> A El Quseir, nel Mar Rosso, insieme ai miei figli di sei e tredici anni, eravamo andati a fare un giro per le barriere coralline, e due coppie di ragazzi italiani si erano uniti a noi. Ho avuto il mio da fare perche' oltre a guardare i figli c'erano questi che non e' che fossero il massimo dell'esperienza, ma comunque non erano cazzi miei. Problema: al largo, tra l'altro con un po' di corrente che rendeva non proprio agevole il ritorno, una delle ragazze si sente male. Il ragazzo con aria ingenua e innocente dice che le capita, e' un calo improvviso della glicemia che le provoca mancamento di forze e richiederebbe l'assunzione immediata di zuccheri di pronta digeribilita'. Cazzo, e vai al largo in quelle condizioni? E tu che sei il suo ragazzo non sai quasi nuotare e te ne fotti? Be', non e' che ci fosse grosso modo di recriminare, ho rimorchiato la sventurata fino a riva, tanto i miei ragazzi sapevano il fatto loro e mi stavano vicini. Arrivati a riva grandi ringraziamenti da parte di lei (il suo ragazzo era corso a prendere qualcosa al bar per alleviare il problema). Ringraziandomi mi guarda e mi dice ma voi siete una famiglia di pesci?! </older memories>. Naturalmente mi schermisco ma evidentemente gradisco il complimento, cosi' come quella volta nel Mar Rosso (e come tutte le altre volte, brutto vanesio che non sei altro!!!).

Andiamo avanti, una tartaruga non grossa ma neanche minuscola nuota a tre-quattro metri sotto, scendo e facciamo un po' di strada insieme, guardandoci negli occhi. Io devo pero' risalire prima di lei, che puo' star sotto senza prender fiato anche per venti minuti. Ti ricordi Madda in Messico? Non volevi andare piu' via, volevi seguire quella tartaruga per tutta la mattina. Scendendo giu' vicino al fondo vedo una creatura che conosco solo per averla vista nei documentari, non l'avevo mai incontrata prima, e non e' un bell'incontro anche se lei e' bellissima. <pieroangela>Una stella marina "corona di spine", (Acanthaster planci)il peggior nemico delle barriere coralline dopo gli tsunami. E' un disco colorato di una trentina di centimetri di diametro, circondato di numerose braccia irte di spunzoni. In totale quasi mezzo metro di diametro, una bella bestia. Mangia il corallo ed e' diventata una peste terribile diffusa in tutti i mari caldi del mondo</pieroangela>.

La prima parte del giro sta per finire, incontriamo un altro immenso branco di pesci che si muovono all'unisono. Decido di fare un giochino, non voglio piu' inseguirli, voglio vedermeli venire addosso, ma e' impossibile superarli, loro fuggono e stanno sempre avanti. Allora mi avvicino da dietro, prendo un bel respiro e vado giu' dritto in verticale per sei-sette metri (non guardo il profondimetro, non bisogna distrarsi quando si sta sotto, devi essere concentrato. So che vado a quella profondita' un po' per esperienza, un po' perche' faccio due compensazioni, che sono circa una ogni tre metri). Poi mi giro a pancia in su', guardando verso il branco che adesso e' sopra di me, pinneggio forte in modo da superarlo, sempre vedendomelo sopra, lo supero da sotto (il fiato comincia a scarseggiare), comincio la risalita, non vedo ancora la superfice nascosta da quel brulicare argenteo. Salgo, li ho ormai superati, sono di fronte, li vedo in faccia che vengono verso di me e scartano lateralmente. Non so ancora quanto manca a prendere il fiato, ma so che ce la faccio, salgo obliquamente alla superficie, con i pesci che mi filano intorno come siluri sfiorandomi la faccia. Ecco, il boccaglio emerge, esco, sputo e soffio e respiro, e' stato un bel tiro. Sento un Wow! Non mi ero accorto che la scialba mi stava guardando, batte le mani. So che non ci credete, ma proprio non l'avevo vista. L'americano bello, anche lui ammirato, senza voglia di competere ma solo per provare, va sotto e si gira a pancia in su. Non scende piu' di tre metri. Naturalmente col suo fisico, a meno che non sia un asmatico o fumi cinquanta sigarette al giorno, potrebbe fare ben di piu’ di quello che ho fatto io. Ma l'apnea e' una questione di testa, e se ti senti mancare il fiato e ti prende la paura e non hai confidenza in te stesso non c'e' niente da fare, appena sceso giu' devi tornare su, senno' vai in paranoia. O forse semplicemente nessuno gli ha mai insegnato a compensare, e non puo' scendere giu' piu' di tre metri per il dolore alle orecchie..

Purtroppo il gioco e' finito, il capo ci chiama a raccolta, andiamo a riprendere i divers (che non sono gay ma quelli che si immergono con ausili respiratori artificiali) e ci dirigiamo verso la spiaggetta, un po' meno deserta di quella di ieri ma per il resto identica, dove faremo un veloce pranzo. Sono le dieci e mezza.

<realtime> In realta' sono le 21:30 di lunedi' 28, mi sta venendo sonno ma domani sono comodo perche' parto con un bus alle 10 per Cahuita. Adesso pero' devo andare a scrivere le mail. Ho un po' recuperato, sono indietro solo di poco piu' di un giorno..</realtime>

Martedi' 29 ore 6:30 Hotel Aranjuez. Tra poco seconda doccia dopo quella di ieri per togliermi di dosso il residuo di puzza. Peccato che non possa fare la doccia alla roba che era stipata in valigia. Quando sono arrivato nel tentativo di farla un po' asciugare l'ho appesa un po' in giro per la stanza, che qui e' molto spaziosa, col risultato di avere una stanza puzzolente. Le scarpe da ginnastica ormai sulla via dell'imputridimento le ho messe fuori dalla porta, peggio per chi passa di li'. Tra poco megacolazione!

<memories> Sulla spiaggetta, una costruzione in muratura fatiscente, un paio di docce molto spartane, tronchi di vecchie palme, un grosso residuo metallico mangiato dalla ruggine, sembra la bocca di una benna. Jefe ci da' libera uscita fino alle 11, loro preparano il buffet e poi si mangia. Vado a fare un giro verso il lato in cui la spiaggia sembra essere piu' vasta. La sabbia a un certo punto resta dietro una spianata di rocce che affiorano appena, coperte di alghe non viscide, che agevolano il camminarci sopra a piedi nudi. Mi piace andare a curiosare in questo mondo di confine tra l'asciutto e il bagnato, terra due volte al giorno e mare altrettante. Qui si trovano un sacco di creature a volte sorprendenti: attinie, granchi, conchiglie, stelle marine, ghiozzi, pescetti che saltellano fuori dall'acqua per cambiare pozza. <pubblicita’>Un consiglio ai miei stimati lettori: se questo tipo di ambiente affascina anche voi, leggete "Cannery Row" di Steinbeck. </pubblicita’>

<older memories> L'ultima volta che sono stato in America, California, a S. Francisco, ho voluto fare un pellegrinaggio letterario verso Sud. Sono passato da Big Sur, promontorio protagonista di un omonimo libro di Jack Kerouac, un libro angosciante e particolare. Ho finito il mio viaggio proprio a Monterey, cittadina sonnacchiosa, solare (e qui l'aggettivo purtroppo oggidi' maltrattato ed abusato dalla feccia teleparlante ci sta proprio), dall'andi un po' latino. Ho fatto un giro in Cannery Row, il vicolo degli inscatolatori di pesce, scoprendo che è ormai divenuto monumento postumo a questo piccolo capolavoro letterario, luogo di struscio turistico e di acquisti impulsivi e volanti di bigiotteria kitsch.</older memories>

Guardando bene, l'occhio un minimo allenato nota dei grossi sassi coperti di alghe e di incrostazioni marine che hanno una forma ovale un po' troppo regolare. Li alzi a pancia in su', uno spruzzo di acqua salata segnala l'improvviso ritrarsi del lumacone che sta dentro, e che si agrappa alla columella tirando forte e chiudendo l'entrata con un portoncino coriaceo, anzi, corneo, che si ritira lentamente verso l'interno. La fuga nel bunker dell'animale scopre la parte levigata e coloratissima dell'imboccatura della conchiglia. Quel colore rosa vivace che sfuma nel rosa salmone e poi nell'arancio carico cui siamo abituati per averlo visto mille volte, piu' scialbo perche' asciutto, sulle bancarelle e nei negozietti marini di conchiglieria (la vicinanza anche semantica alla parola chincaglieria forse non e' casuale, ma non sono sicuro che le due parole siano legate in altro modo). Gli americani le chiamano conch, proprio per distinguere questo tipo di conchiglie (quasi sempre grossi strombidi) da tutte le altre.

<realtime> 7:45. Ho il bus per Cahuita alle 10, parto di qui alle 8:50 per estrema precauzione. Tra doccia e valigia mi ci va 20 minuti, ho 40 minuti di buono. Non riesco piu' a stare lontano da sta minchia di computer, sono ormai (lo avete capito) drogato dal racconto, mi perdo sempre di piu' in chiacchiere. Alla fine sara' una schifezza senza filo logico e coerenza stilistica. Me lo terro' cosi'. </realtime>

Giusto per tornare alle divagazioni, sull'aereo per New York, quando avevano finito i due film previsti (che io ho guardato con un occhio solo e sentito con nessun orecchio) hanno mandato sullo schermo una di quelle trasmissioni demenziali americane che ormai spopolano anche da noi. Un incrocio tra una gara tra cuochi ed un reality, molto piu' la prima che il secondo. La gara si svolgeva in questi mondi holliwoodiani di straricchi fannulloni, tra quattro cuochi famosi (ci scommetereste? due uomini e due donne. Ed anche l'assortimento razziale era bilanciato e politically correct. Grande evviva per Checco Zalone e la sguaiata ed aperta scorrettezza politica e volgarita’ gratuita e genuina!). I quattro cucinavano strampalati manicaretti e poi venivano giudicatii da una giuria capitanata da una strafiga che se avesse anche solo assaggiato tutti i piatti preparati non sarebbe piu' stata strafiga e quindi non avrebbe potuto essere li'.

Per farla breve (!) e per tornare al perche' di questo intermezzillo, l'ultima gara era l'apoteosi di tutta questa fatuita' di ricchezza esibita, di mondi esotici e di messinscena inverosimile. I quattro cuochi venivano portati in barca su una spiaggia caraibica si suppone deserta (primo aggancio). Sulla spiaggia pero' qualcuno c'era stato, perche' i concorrenti trovavano spaparanzate sulla sabbia bianca delle casse con su scritto, ad esempio: Cernie. Aperta, la cassa rivelava, adagiate su un letto di ghiaccio tritato, una quantita' di cernie che neanche Montecitorio senza assenteisti, strafogandosi, avrebbe potuto ingollare dopo due giorni di digiuno

Aperte le varie casse, casualmente l'ultima rimasta aveva scritto sopra "Conchs" ed ecco il secondo e piu' importante aggancio. Aperta la cassa, meraviglia (and the audience goes "Wow!"): dentro c’erano maschere e boccagli e retine da pesca. Patetico. I quattro cuochi si mettevano allora in costume da bagno (che casualmente avevano gia' addosso) e con una imperizia da galline buttate nell'acqua cominciavano a starnazzare in un mare cristallino, su un fondo di sabbia bianca, in meno di due metri di fondo (infatti di tanto in tanto si capiva che toccavano). Sul fondo qualcuno aveva appena seminato, letteralmente, decine di enormi Strombus, che questi pirla dovevano solo raccattare. Ma siccome i conchiglioni non si possono (o per lo meno ci vuole una certa perizia) raccogliere coi piedi, i tapini dovevano mettere la faccina sottacqua, tirare il culo fuori dall'acqua (naturale modo di fare contrappeso per scendere con la testa) e allungare le manine per prendere le conchiglie e metterle nella retina. Lo spettacolo indecoroso andava avanti per diversi minuti, peggio del mio racconto. Visto che siete curiosi (no?, vabbe' facciamo finta) ecco in breve l'incredibile finale: i cuochi dovevano preparare improbabili manicaretti a base di lumaconi strombidi, avendo naturalmente a disposizione sulla spiaggia (!) delle attrezzature cuciniere da grand hotel. Si arrabattavano ad aprire le povere conchiglie facendole a pezzi con dei martellazzi e tirando fuori i lumaconi per cuocerli.

Quando i manicaretti erano ormai quasi pronti, udite udite, su un motoscafo superlusso che neanche il berlusca dei tempi d'oro arriva la giuria, tutta di bianco vestita, la strafiga piu' strafiga e magra che mai indossa addirittura guanti bianchi ed un lezioso cappellino di pizzo in tono. Sulla spiaggia e' stata allestita (da schiavi bianchi e non negri sempre per correttezza politica) una tavola imbandita con tovaglieria di lino finissimo e porcellane e cristalli francesi (le posate forse erano di argento inglese). Alla fine la giuria finge di papparsi con grande gusto i manicaretti che hanno nomi con dentro tutti gli ingredienti esotici e dove non manca mai la parola "conch". Basta cosi', disgustato dal ricordo non vi racconto chi vince. Chiudo invece commentando che questi splendidi animali ci mettono piu' di cinquantanni a diventare cosi' grossi, e le loro carni non sono neanche prelibate, anzi. Chi le ha assaggiate dice che sono dure e non hanno gran buon sapore. Insomma, forse potremmo lasciarle in pace.

Torniamo sulla spiaggetta dei subacquei dove intanto e' stato allestito un tavolo ben piu' rustico di quello della trasmissione cagata, con sopra poca roba ma buona, tra cui spicca un'insalata russa a base di patate, carote ma c’è anche un po' di frutta, un mix agrodolce veramente interessante, la prendo due volte. Il sole finalmente scotta in maniera tropicale, passo l'ultima mezzoretta facendo la spola tra il bagnasciuga a prendere il sole e l'ombra delle palme per non esagerare e rischiare scottature.

La seconda immersione e' stata un po' piu' travagliata e meno esaltante. Abbiamo faticato a trovare un posto con l'acqua sufficientemente pulita. Di notevole ho trovato una bellissima conchiglia purtroppo mangiata da un polpo che l'aveva bucata in malo modo, questo mi ha evitato il tentativo di trafugarla che non sarebbe stato semplice visto che era di una certa dimensione. Poi a mezz'acqua una cerniazza enorme e pigra si e' lasciata avvicinare ma non troppo: la bocca con quei denti era almeno temibile quanto quella di uno squalo. Poi il jefe dice se volete stare ancora un po' in acqua state qui intorno, io devo tornare a bordo perche’ "I've got a blister in my foot". Geniale! ricordate l'americano senza vesciche? ricordate quando comprate un blister di pillole? Non sono proprio vesciche di plastica che una volta spremute sputano la pastiglietta medicamentosa? Ecco come si dice vescica in inglese (o e’ un americanismo?). Non me lo dimentichero'.

<realtime> basta vado a prepararmi senno' perdo il bus per Cahuita </realtime>

<realtime> sul bus per Cahuita, ore 9:57 tra 3 minuti si parte. Sono di nuovo al pezzo, finche' batteria e scossoni mi consentiranno.</realtime>

Siamo dunque sulla barca diretti verso Bahia Drake dopo l'avventura dello snorkeling. Non poteva mancare una sorpresa anche al ritorno. A un certo punto con la coda dell'occhio vedo un grosso spruzzo che si solleva a un paio di centinaia di metri a ore due. L'americano zannabianca urla: balena! Il timoniere vira a ore due e punta verso lo spruzzo. Soffia, soffia! E' vero, si vedono gli sbuffi bianchi di vapore e di tanto in tanto una schiena scura si incurva sull'acqua mostrando la pinna dorsale. Il capitano dopo qualche sguardo esperto annuncia che e' una femmina con il piccolo che le nuota ora a fianco ora dietro. Non vi dico la francesina: e' in preda a frenesia isterica da sbigottimento e felicita'. Cerca di filmare ma la scena si svolge troppo lontano da noi, nonostante il timoniere cerchi di star dietro agli sbuffi ed alle rare emersioni. La perdiamo, poi la ritroviamo, un paio di volte. Purtroppo non salta piu'. E' una megattera che migra dal sud al nord, una delle ultime, perche' ormai stanno per arrivare quelle che migrano dal nord al sud, ci spiega il jefe. Il Costarica e' il punto di incontro delle due migrazioni ed e' l'unico posto in cui le balene nordiste incontrano quelle sudiste in questa misteriosa e quasi perenne migrazione, favorendo anche lo scambio di geni con accoppiamenti misti tra i due gruppi, cha male alla razza non fa. Al rientro, come si diceva alle elementari stanchi ma felici, zompiamo a piedi nudi nella melma della battigia della baia senza neanche farci piu' caso.

Prima di proseguire col pomeriggio e la sera prevengo quanti di voi, e saranno la maggioranza (almeno quelli che dopo il giro in notturna mi hanno appellato rompiballe) penseranno: ma questo e' un vanesio e se la tira un po' troppo, e naturalmente avranno ancora una volta ragione. Ma se qualcuno pensasse "guarda quante balle racconta" questo mi ferirebbe come calunnia gratuita. Almeno quando racconto storie, dico solo la verita'smile.

Come per gli americani tutto e' cool e per gli italiani tutto e' figo, per i francesi tutto "c'est genial". Questo penso quando dalla bocca della francesina secca e ciospettina esplode questa esclamazione. Ha trovato davanti alla porta (stanno nella stanza a fianco alla mia) l'adattatore per la presa di corrente che loro imprevidentemente non hanno portato. Io intanto mi sto facendo una doccia, poi esco sul patio per scrivere un po' e lei che evidentemente mi spiava esce per coprirmi di ringraziamenti (i baci li risparmia per il ganzo, e non me ne dispiaccio piu' di tanto) e per darmi la SD card della sua macchina fotografica che scarico immediatamente sul mio PC. I filmati sono formato francobollo, non so cosa si vedra'. Ma ci sono migliaia di foto di loro due abbracciati, ed almeno non mi dimentichero' le loro facce sorridenti e cordiali. Sympa, come direbbero loro.

Sto nel patio rilassato a scribacchiare memorie quando arriva il cruc pardon Patrick il gestore che mi ricorda che c'e' la festa delle tartarughe dall'altra parte della baia. Azz me lo ero dimenticato. Ogni lasciata e' persa. Un po' controvoglia mi costringo ad andare. I francesi sono naturalmente in prima fila. Si attraversa la baia in barca per reggiungere la spiaggia di fronte dove si svolge l'evento.
<realtime> ho alzato gli occhi e siamo in mezzo alla nebbia, viaggiando nella parte alta delle colline coperte di vegetazione equatoriale. Stiamo scendendo, e spero che usciremo dalla nuvola. Sono fiducioso perche' alla stazione di San Jose' splendeva il sole in un cielo terso, le nubi erano solo uno strato di panna montata spalmata sulle alture circostanti.</realtime>
L'evento e' prettamente locale, c'e' una festa col teatro dei burattini, piccole tiendas che vendono cocacola, limonata e porzioni di immancabile gallo pinto, poi e' prevista una gara di kayak sull'estuario del fiume, e poi l'evento clou: la liberazione in mare dei piccoli di tartaruga della recente schiusa. Il sole picchia forte, lo sento nei punti dove non ho messo la crema (tipicamente sul dorso dei piedi, che e' molto esposto e non protetto da peli). Gironzolo sulla sabbia grossa che scotta: sono a piedi nudi perche' le ciabatte da mare mi hanno ormai blisterato dappertutto visto il loro uso improprio. Ero indeciso se infierire sulle vecchie ferite insistendo ad indossarle o rischiarne di nuove camnminando scalzo non solo sulla spiaggia ma anche nella parte coperta dalla vegetazione, avevo poi deciso per la seconda ipotesi.

Girellando tra i pochi e poverissimi stand della fiera mi fermo al teatrino dei burattini, ed eccola li' l'olandese apprendista pittrice di cartelli stradali. La sorprendo col trucchetto del tocco su una spalla e faccia dall'altra parte, evidentemente in Olanda non usa perche' e' molto sorpresa, quasi spaventata, poi mi vede e mi sorride e mi saluta calorosamente. Ce la raccontiamo un po', non ci vediamo da due giorni anche se il mondo e' piccolo e Bahia Drake ancora di piu'. Mi dice che la sua amica tedesca le ha fatto un bello scherzo: le ha detto di andare da lei, che stava in una casa locale con un tico pescatore, lei e' andata ed il tico pescatore c'era, ma la sua amica tedesca no, se ne era andata a San Jose'. Mi racconta la cosa ridendo, mi dice che comunque tutto va bene e il tico e' molto gentile anche se un po' svagato, caratteristica tipica. Traccheggiamo, le dico che le offro una birra, mi dice che la birra non la prende ma mi accompagna volentieri nella ricerca. Naturalmente no hay cerveza da nessuna parte, dovevo saperlo. Eccolo, arriva il tico dell'olandese. Veniamo presentati, lui e' proprio simpatico ma ha una brutta notizia: oltre alla cerveza no hay tortuguitas: non c'e' stata la schiusa e le ultime le hanno rilasciate ieri. Vedo arrivare Patrick trafelato e con aria desolata sta per annunciarmi una notizia. No hay tortuguitas dico io sorridendo, e spero che faccia almeno finta di sorridere pure lui, invece rimane serissimo e mi conferma lapidariamente "yes sir". Ripenso anche alle battute della tedesca sul tempo, che probabilmente volevano essere divertenti: questi cruc pardon tedeschi hanno un sense of humor particolare, decisamente diverso dal nostro (eufemismo per dire che non ce l'hanno proprio). Si torna, saluto Viva Viva l'Olandesona dandole appuntamento sulla barca per Sierpe di domattina visto che anche lei rientra nella sua comune di Silencio.

A cena si chiacchiera amabilmente, e' arrivata una nuova coppia piuttosto giovane (poco meno della trentina) che arriva dal Canada francese (Montreal). Adieu, ho perso i miei francesini che si buttano a parlare francese con i loro omofoni. Nelle pause scopro che il tipo e' un ex consulente Deloitte che adesso sta per andare a Washington a lavorare alla banca mondiale. Brutta gente. Sul sentiero passa Gianfranco con i suoi ospiti voyeur notturni, stasera non c'e' nessuno del Jinetes che va. Mi saluta cordialmente e io ricambio chiedendo di salutarmi Tracie. Domani lungo giorno di viaggio per San Jose', Mi aspettano almeno otto ore tra barca, taxi, stazione dei pullman e autobus. Se sto bene come adesso continuero' a non prendere pillole, anche se il viaggio in bus e' abbastanza massacrante per i miei lombi delicati. Buonanotte.

<realtime> stiamo ancora scendendo, e siamo ancora in mezzo alla giungla ed alla nebbia. Mi sono stancato di scrivere, ora chiudo e mi guardo un po' intorno</realtime>

29 dicembre ore 13:27 il bus per Cahuita si e' fermato per la sosta pranzo. Io visto che ho fatto una colazione pantagruelica all'Aranjuez, salto. Sto qui e scrivo un altro po'. Non chiedetemi per favore che tempo sta facendo fuori.

<memories> Mi corico, ho un po' di fastidio dovuto al sole sulle spalle e in faccia e sui piedi, sugli stessi piedi ho piu' blister di una scatola di voltaren, e naturalmente se n'e' aggiunta una, come prevedevo: camminare a piedi nudi non e' stato salutare. Ho un dolore sotto il piede sinistro. Accendo la luce e guardo. C'e' una righetta nera lunga poco meno di un centimetro. delle due l'una, penso: o e' una scheggia appena sotto pelle, o una crosticina dovuta ad una piccola ferita. Se e' la seconda durante la notte mi smettera' di far male, se e' la prima il male aumentera' e dovro' operare per togliere la scheggia o la spina o quel che l'e'. Il dolore aumenta nella notte. non e' preoccupante ma domani devo camminare.

28 Novembre

Alle 5 sono come al solito sveglio come un grillo e appena c'e' abbastanza luce mi decido ad affrontare il mio piccolo inconveniente, che e' sicuramente una scheggia, togliendola con una piccola incisione col coltellino svizzero. La posizione non e' ideale, ma con un po' di contorsioni riesco a raggiungere la zona. Armeggiando con la punta del coltellino mi accorgo che non e' ne' una scheggia ne' una crosta ma sempilicemente un piccolo taglio che si e' riempito di terreno. Pulisco bene, risciacquo e sono contento del risultato. Certo se avessi un po' di disinfettante... ma questo non era previsto nel minimalista set di pronto soccorso che mi son portato dietro, ed in questo caso Santa Maddalena non e' stata d'aiuto. Esco nel patio dove nel frattempo e' arrivato il caffe' mattutino, e scribacchio un po'. Verso le sei e un quarto esce la secca dall'appartamento vicino, grandi sorrisi, bonjour com'en ça va, avete mica un po' di disinfettante? Il volto le si illumina, certo che ce l 'ha, e con il suo entusiasmo e la voglia di aiutarmi mi ci farebbe fare pure la doccia. A me ne serve invece solo una goccia, applico alla miniferita e ringrazio insistendo per rifiutare la boccettina intera. Loro si fermano ancora un paio di giorni e oggi vanno a fare l'escursione al parco del Corcovado. Poi sono rimasti cosi' contenti delle immersioni all’isola che hanno deciso di ripetere l'esperienza. Gli auguro buona fortuna e tutto il bene possibile, strette di mano, adieu.

Colazione e poi partenza. Adesso devo organizzarmi per il problema dell'imbarco qui alla baia. Non mi posso mettere i pantaloni lunghi e le scarpe da trekking, visto com'e' andato lo sbarco tre giorni fa, e tenendo conto che l’imbarco e’ l’operazione reciproca. Deciso: mi tengo le scarpe in mano, metto le ciabatte fino sulla barca, mi metto i pantaloni lunghi ma me li arroccio (termine monterchiese che mi piace di piu' di arrotolo o tiro su) fin sopra al ginocchio. Tengo le calze a portata di mano (quelle pulite, le altre sono ormai marcite) insomma, ce la posso fare. Prendendo in mano le scarpe ancora umide mi viene quasi un conato di vomito: puzzano da far schifo. Vabbe', ci posso far poco, non ho voglia di spruzzarci dentro il deodorante che e' molto piu' adatto per le ascelle.

La complicata procedura dell'imbarco si svolge senza intoppi, e la barca comincia a correre verso l'imboccatura dell'estuario. L'olandesona non c'e', avra' preso un'altra barca. C'e' invece la famiglia mista californiana, con cui ci salutiamo calorosamente, e la coppia di giovani stronzi con cui altrettanto calorosamente ci ignoriamo. La giornata e' magnifica, il sole splende finalmente senza se e senza ma (!) La barca in una ventina di minuti raggiunge l'ampia bocca dove il fiume si butta nell'oceano, punta dritta verso due faraglioni centrando a tutta velocita' un passaggio di pochi metri, per il brivido dei presenti, poi si infila su per il placido corso delle acque torve. Il fiume oggi e' una tavola d'olio, la barca scivola via senza il minimo scossone, le palme, che popolavano le rive vicino all'oceano, pian piano lasciano il posto alle mangrovie. Tra le mangrovie il confine tra acqua e terra e' assolutamente labile ed incerto. La vegetazione sulle rive subisce cambiamenti non improvvisi, le mangrovie a volte lasciano il posto agli enormi ciuffi di bambu', a spianate di felci giganti, a piccole piantagioni di banane. Tutti sorridono, grati al sole che riscalda finalmente il paesaggio e l'anima. Ti prego, Costarica, cosi' ti volevo, non mi tradire piu'. I cattivi ricordi passano in fretta se scacciati da quelli buoni, che sono piu' duraturi. Fammi dimenticare i primi giorni, la pioggia, il dolore. Accompagnami con questo azzurro chiaro e luminoso ancora per qualche giorno.

Il viaggio dura un'ora e mezza in tutto, gli isolotti di piante galleggianti sono piu' rari che all'andata e si muovono piu' lentamente, la pioggia da smaltire e' forse un po' diminuita e questo ha fatto calmare l'impeto della corrente. A Sierpe sul pontile la mia olandesona mi saluta con la mano. Scendo, mi dice se voglio condividere il taxi con lei, ma io ho gia' un tassista mio che ha anche il mio biglietto del bus per San Jose'. Per questa volta dovremo pagare tutti e due la tariffa piena. Un ragazzone mi cerca per nome, Mr Franco? dice. Dico di si', lui e' il mio uomo. Il taxi e' un grosso pickup fuoristrada, regolarmente fornito di tassametro che lui, regolarmente, accende. Dubbio: la corsa dovrebbe costare 8000 colones (16 dollari) che e' praticamente un prezzo fisso. Da buon italiano mi faccio due conti e dico magari col tassametro viene di meno, e faccio finta di non vedere, poi mi regolero' all'arrivo. All'arrivo il tassametro segna 11000 colones, mi preparo alla protesta perche' il prezzo doveva essere di 8000 colones, ma siccome so che e' colpa mia in cuor mio mi rassegno a pagare 22 dollari invece che 16. Il tassista mi mostra il tassametro, io dico ma all'Hotel mi hanno detto che faceva 8000 colones. Quello mi indica di nuovo il tassametro e dice il prezzo della corsa e' questo, ma se all'hotel ti hanno detto 8000 allora paghi 8000 e OK. In Italia sarebbe successa sicuramente la stessa cosa, come ognuno dei lettori puo' facilmente immaginare.... sad

Alla stazione dei bus entro nel bar e prendo un caffe', mi accingo al cambio scarpe (la parte più difficile e' mettersi le calze lunghe umide) e una volta a posto tiro fuori il computer e mi bevo il mio caffe'. Arriva anche la coppia Chino-americana coi figlioletti, facciamo un po' di conversazione fino all'arrivo, in perfetto orario, del bus per San Jose'. Salgo e prendo il mio posto vicino ad una giovane tica molto grassa, che sbuffa un po' non so se perche' gli e' capitato un vicino dal fisico anche lui non apollineo, oppure, piu' probabilmente, per l'odore che viene su dalle mie scarpe. Non posso farci niente in entrambi i casi, si terra' la mia ciccia e la mia puzza.

Sara' un viaggio molto lungo, oltre cinque ore di bus, e mi metto nello stato d'animo giusto, di paziente attesa ma anche di predisposizione a prendere tutto quello che di buono arrivera'.

E' vero, qualcuno pensera' ma se io vado in vacanza mi voglio spaparanzare e riposare per due settimane, non girare come una trottola (altri avrebbe detto come un pirla), sbattermi per cercare autobus, hotel, taxi, sudare col bagaglio in mano, passare ore e giorni su corriere e treni e automobili. E' cosi'. Ci sono molti modi di viaggiare. L'albergo all inclusive per due settimane non e' viaggiare, e' spostarsi da un luogo dove si lavora ad uno dove ci si rilassa. A volte e' utile, a volte necessario, a volte semplicemente non ti basta. Il viaggio puo' essere fine a se stesso, e se durante un viaggio non viaggi e non ti sposti ti manca qualcosa. Le ore in autobus, il cambiare posto, il cercare di vedere il piu' possibile, sono parte integrante dell’esperienza. Se non senti come piangono i bambini in spagnolo, se non vedi la gente al mercato, se non entri in una bettola e chiedi il piatto del giorno, se non ti siedi vicino ad una donna grassa su un autobus, se non vedi il venditore di patatine e di sacchetti contenenti improbabili liquidi colorati, e non ti chiedi che ci sara' dentro, se non ti sbatti per imparare a capire come parlano questi cristiani, che viaggio e'?

Viaggio pensando tutto questo ed altro, penso che i popoli che vivono ai tropici, per loro fortuna, non sudano e sono sempre belli asciutti mentre noi quando andiamo li' dopo due giorni puzziamo come capre bagnate anche se ci docciamo di continuo. Per essere decente avrei dovuto potermi cambiare, da capo a piedi, due volte al giorno, e senza infilare scarpe calze e pantaloni nella melma, preferibilmente. Il filo di pensieri mi conduce a san Jose' dove dovro' comprarmi un paio di sandali per sostituire quelli uccisi dalla giungla a Manuel Antonio e per evitare di tornare a casa coi piedi con piu' piaghe di un protomartire cristiano. Mi figuro gia' la scena di me che mi tolgo la scarpa da trekking umida per provarli (non si possono comprare delle scarpe senza provarle, siete d'accordo?) la sola idea non so se mi fa ridere o piangere, decido per il ridere perche' in fondo la scena starebbe molto bene in uno di quei film serie trash-comico-volgare tanto di moda da Checco Zalone in poi. L'unica differenza e' che nel film probabilmente il protagonista tirerebbe una scoreggia mentre si china per togliersi la scarpa, almeno questo cerchero' di evitarlo. No, dimenticavo, c'e' un'altra differenza: questa e' la realta'. Beh, non esageriamo, in fondo di puzza non e' mai morta nessuna commessa di negozio di scarpe. Le gentilissime lettrici mi perdoneranno questo sprofondamento (le cadute c'erano gia' prima) di stile, ma in fondo forse anche loro sono andate a vedere "I soliti idioti"...

Il bus si ferma alle 11:00 per la pausa pranzo, scendo a far pipi' e poi, nonostante mi fossi ripromesso di non pranzare, mi metto in fila al selfservice come gli altri abitanti del bus. Prendo solo una lattina di birra e una porzione di riso alla cantonese, giusto per provare se al posto dei fagioli nel gallo pinto ci metti due straccetti di pollo, un po' di uovo strapazzato e qualche pisello il sapore ne risulta differente. Un po' differente e', ma forse e' meglio il gallo pinto, quando ben fatto.

A San Jose' alla stazione del pullman prendo un taxi per l'Hotel Aranjuez. Arrivo, poso al volo la roba in camera e mi fiondo in centro con tre cose da fare: i sandali, ritirare dollari al cajero automatico (vediamo se la solerzia ha avuto buon gioco, non ho piu' ritirato e non so se la carta e' ancora bloccata) e comprarmi dei cerotti di riserva che non si sa mai.

I sandali, almeno quelli che cerco io, sono merce rara: a San Jose' pare abbiano solo infradito, che a me danno fastidio. Ne trovo un paio molto cari ma sembrano di buona qualita', ci penso e poi me li accatto. Non vi racconto la faccia della commessa quando me li sono provati, sembrava il film con Biggio e Mandelli anche senza ulteriori emissioni corporali. Col bancomat e' ok, coi cerotti pure. E' tardino ma decido di tornare in Hotel a piedi, un po' per vedere se San Jose' di notte e' proprio cosi' terribile, un po' per fare un po' di moto perche' qui sto ingrassando (come al solito)

Ma perche' mi piace tutto? Ma perche' se mi butto dentro a qualsiasi bettola riesco a spazzolare le peggio spaltriccature (altro termine monterchiese che amo)? Ma perche' se mi danno gallo pinto per un mese io al trentaduesimo giorno me lo gusto con piacere? Ma perche' la gente va in India e poi si piglia la diarrea e torna larva umana e io ho mangiato a Benares dentro scodelle arrugginite pozioni ferali per qualsiasi occidentale non solo sopravvivendo ma anzi assimilando e mantenendo una puntualita' intestinale da fare invidia alla Marcuzzi quando ha fatto il pieno di bifidus actiregularis? Boh.

Poggio i miei acquisti nella camera dell'Aranjuez, finalmente mi tolgo scarpe e calze mefitiche, pongo le prime fuori dalla mia porta, attentando alla vita dei vicini di camera, le seconde le seppellisco nel sacchetto marcescente della roba sporca, mi godo una doccia ristoratrice , insisto con l'acqua calda sulla schiena e con il sapone sui piedi. Esco, mi asciugo, purtroppo non ho molta roba pulita da mettermi ma mi concedo almeno una maglietta che e' stata solo leggermente contagiata dall'umidita', spruzzo abbondante deodorante in varie parti intime e non e comincio a pensare se sia il caso di andare a cena o di fare il fioretto saltandola.

Ma sono in vacanza, no? ci sara' tempo di fare la dieta in Italia. Pero' non vado al ristorante, non prendo il taxi, ho visto qui da presso un posticino con piatti locali, prendero' qualcosa di leggero, una birretta e via. E' tardino per gli standard tico (sono quasi le otto), decido di sfidare la malavita locale, metto in tasca 10mila colones e tutto il resto sta nella cassaforte dell'albergo, e faccio i due isolati che mi separano dal ristorantino senza nessun problema. Ordino il piatto del giorno, che e' quello che costa meno, mi arriva una cosa enorme, un piatto ovale con tutto intorno una quantita’ di roba. Per cominciare, una specie di insalata russa rossa (devo provare a farla a casa, non e' male) perche' evidentemente la maionese e' stata mescolata con barbabietole rosse schiacciate. Dentro ci sono patate bollite (con la buccia) tagliate a dadini. Il gusto della barbabietola si sente bene ed il colore dell'intruglio e' da occhiali da sole. Vicino, uno stufato di maiale. A fianco un indefinibile mix di verdure saltate sulla piastra, molto speziate, buone e saporite. Ancora, qualche fetta di banana fritta (si chiamano patacones. Davvero!). Poi frijoles (che sono i famosi fagioli neri del gallo pinto), ed al loro fianco il riso bianco bollito (una versione di gallo pinto destrutturata, saranno andati a lezione da Ferran Adria'?) Il riso bianco confina con l'insalata russa rossa, chiudendo il giro. Al centro, sopra, due uova all'occhio di bue come ciliegina sulla torta. Una cosa veramente tosta. Metto giu' la forchetta assaggiando le varie parti del piatto, e nel frattempo la signora mi porta un piattino con quattro tortillas appena sfornate. Una delizia, purtroppo. Ho dovuto ordinare una seconda Cerveza Imperial, perche' lasciare quel ben di dio nel piatto grida vendetta al cospetto dello stesso dio ed e' contrario ai miei in questo frangente solidi principi morali. Spolvero quasi tutto (lascio un po' di riso bianco e un paio di tortillas), libero con educazione lo stomaco dai gas in eccesso, ma la situazione richiede una tequila per mandare giu' bene il tutto. E chi sono io per dire di no alla situazione?

<realtime> martedi' 29 Cahuita ore 18:50 e' venuta ora di cena pure stasera, di oggi vi racconto domani.</realtime>

29 Novembre

La mattina all'Aranjuez me la prendo comoda, la corriera per Cahuita e' alle 10 e posso fare con calma. La colazione, con tre passaggi al buffet (salati&omelette, frutta, dolci) mi lascia quasi steso, ma oggi saltero' pranzo, lo giuro. Giornata senza grandi note, mi godo il viaggio in autobus, che e' piu' lungo di quanto mi aspettassi. Come ho gia' detto nei flash realtime in cui scrivevo in corriera, scendendo verso il Caribe eravamo nella nebbia fitta. Quando siamo sbucati sotto le nuvole, pero', queste hanno continuato a stare sopra di noi. Il cielo completamente plumbeo, con scrosci di pioggia anche forti, ci ha accompagnato fino a Cahuita. Arrivato in paese ho trovato abbastanza facilmente il posto dove volevo andare ad alloggiare, le Cabinas Jenny. Jenny mi accoglie con l'aria un po' abbacchiata, e mi dice che sta piovendo sempre e che, se mi fermo, sono l'unico ospite. Non che il fatto mi spaventi. Mi mostra due camere, una piu' bella al piano superiore che quando c'e' il sole deve avere una vista spettacolare, siamo a dieci metri dalla battigia del Mar dei Caraibi. Dico OK piu' per non andare a cercare altro che perche' la camera mi convinca. E' piuttosto piccola e molto spartana, non ho un posto dove sistemare la roba, che rimane chiusa in valigia. L'ampia finestra dietro il letto non ha tende e sopra la finestra il muro di legno prosegue in una specie di grata a maglie larghe, di li' possono entrare agevolmente insetti ed altri animali meno minuscoli. Pero’ sopra il letto c'e' una bellissima zanzariera a baldacchino. Mi tornano in mente i viaggi in Sri Lanka e in Indonesia, quando eravamo giovani. Mi prende un po' di tenerezza. Intanto mi sono accorto che qui la zanzariera e' proprio necessaria, c'e una bella quantita' di zanze. Che strano, sul Pacifico, stesso clima, stessa umidita', stessa abbondanza di pozze d'acqua ovunque, zanzare non ce n'erano o per lo meno non le avevo mai notate, ma qui non puoi non notarle...

Il pomeriggio lo passo a meditare tristemente come questa pioggia mi stia proprio rovinando molto del piacere di questa vacanza, che comunque resta una cosa bella e che non rinnego affatto. In fondo ci sta, contro il tempo non ci si puo' far niente, e nessuno poteva prevedere che la stagione fosse cosi' in ritardo. Decido di prenderla con filosofia e gestirmi questi pochi giorni rimanenti sapendo che piovera' sempre, se poi non sara' vero tanto meglio.

Spiove e decido di andare a far due passi, anche per dare un'occhio a quello che chiamare paese e' fargli un complimento, tal quale a Quepos: un reticolo lasco di tre strade che incrociano altre tre strade ad angolo retto, quattro baracche, un'alta percentuale delle quali e' adibita all'ospitalita' per un turismo molto easy going di surfisti, seguaci di Bob Marley e giovinastri americani ed europei. Per le strade sterrate e bagnate dall'eterna pioggia si aggirano pochi locali in bicicletta e qualche sparuto turista in cerca di non si sa bene che.

Decido, visto che il mio alloggiamento non mi soddisfa granche', di cercare qualche alternativa migliore per le ultime due notti. Mi ficco dentro un resort che sembra discreto, non c'e' nessuno alla reception, un ospite mi dice che adesso qualcuno viene. Passa una vecchina, non mi sembra una tica, magari e' la gestrice, mi rivolgo col mio stentatissimo spagnolo, quella mi guarda, si scusa e mi dice mi dispiace parlo solo italiano io. Le dico in italiano che l’italiano puo' andare abbastanza bene: mi guarda come se avesse visto un marziano. L'hotel e' gestito da italiani il capo mi dice che ha una camera libera, e' bella ma e' cara ed ha l'aria condizionata che tanto terrei spenta. Nix. Un altro alberghetto invece mi mostra una bella camera ampia, molto migliore di quella dove sto, e a prezzo inferiore. Decido che domani mi trasferiro’ qui.

Torno alla mia cabina, all'ingresso vengo salutato da due bestiacce latranti, uno e' un incrocio grigio tra un mastino e un pitbull, l'altro un meticcio dal pelo nero e dall'aria truce. Qui si mette male (se fosse successo prima, quando sono arrivato, sicuramente avrei girato i tacchi e sarei andato in cerca di un altro posto) ma esce Jenny e ammansisce le bestiacce. Jenny e' una signora decisamente discreta (dal punto di vista dell'aspetto fisico, intendo). Una tedesca bruna, alta, sulla quarantina, con occhi dolci ed un sorriso mite ed un po' triste. Capisco che a vivere da sola qui abbia bisogno di due guardie del corpo. Mi saluta cordialmente, chiede perdono per i cani io le dico che in effetti un po' di paura ce l'ho e lei, come tutti i padroni di cani di questo mondo, mi assicura che non farebbero male ad un moscerino in fasce.

Cena in quello che la guida (vista la mia limitata esperienza non posso confermare, ma a posteriori dico che ne ha buone ragioni) cita come il miglior ristorante di tutta la costa Caribeña. Pago come le altre sere, mangio leggermente di meno ma enormemente meglio. Se piove di continuo uno deve pur togliersi qualche sudisfa, no?

Tornando verso la mia abitacion vedo sulla porta dell'Hotel Casa de las Flores la vecchina. Mi fermo a fare un po' di conversazione, mi dice che sua figlia essendosi innamorata del posto quando c'e' venuta ha comprato l'edificio e adesso vive li' col marito e gestiscono l'Hotel. Parlo del tempo e lei allarga le braccia, dice che la stagione secca sembra un po' in ritardo (ma va'?) e guardando verso l'alto mi dice pero' sembra migliorare. Guardo anch'io e vedo una stellata micidiale, bellissima. La costellazione di Orione e' proprio davanti a me, in una posizione insolita vista la diversa latitudine. La vista mi allarga il cuore ad una briciola di speranza.

Vado a letto col rumore forte del mare a poca distanza, ma a questo dopo un paio d'ore si aggiunge quello, che ormai distinguo bene, della pioggia.

<Realtime> Puerto Viejo de Talamanca, 30 Nov, ore 18:30 andiamo a cena, va'!</realtime>

30 Novembre

Mi sveglio la mattina che piove, ma smette dopo poco. Doccia e poi faccio su i bagagli, me ne vado. Ma non vado in quell'altro albergo, vado proprio via da Cahuita. Visto che il tempo e' cosi' di merda, tanto vale insistere sulla parte viaggiante del viaggio. Dentro i pullman non piove, e cosi' vedo un numero maggiore di posti. Con l'aria di chi si scusa un po' (le avevo preannunciato un soggiorno di tre giorni) saluto Jenny che con la sua aria un po' triste allarga la braccia ma dice che mi capisce. Nel congedarmi da lei faccio un gesto brusco facendo un passo indietro e pesto un piede al cane nero, che fa per sbranarmi il polpaccio. Lo farebbe davvero se non ci fosse Jenny li', ma teme le conseguenze di una simile azione avventata e si limita a guaire di dolore (non sono leggero, e ho anche lo zaino, che ormai e' una spugna bagnata, sulle spalle).

Il viaggio fino a Puerto Viejo e' relativamente breve, una mezzoretta. Arrivo intorno all'ora di pranzo (11:30) vado a vedere l'Hotel Pura Vida (poca fantasia nel nome) consigliato da LP. La proprieta' dell'Hotel e' chiusa da un cancello, bisogna suonare il che predispone a favore, e' una protezione non da nulla. Anche qui la signora e' una quarantina tedesca, anche qui piu' che passabile. Bionda, seno da balia, alta, un po' piu' chiatta di Jenny. Molto gentile, il suo check-in mi ricorda quello del cruc pardon Patrick del Jinetes: ci tiene a farmi una bella spiega, inclusa illustrazione sulla mappa di tutti i punti notevoli della cittadina dalla stazione dei bus a dove consiglia di affittare una eventuale bici a dove si mangia (su mia richiesta) cucina locale buona a poco prezzo.

Visto che miracolosamente, anche se il cielo minaccia di brutto, non piove, decido di fare un salto al supermercato. Anche questa e’ una cosa che faccio volentieri quando sono all'estero, per capire cosa li distingue dai nostri. Ci sono differenze, naturalmente, ma sono sottili e solo l'occhio allenato di un estimatore di supermercati extranazionali riesce a notarle ormai. Infatti in Costa Rica trovi uno scaffale con dieci formati diversi di pasta Divella, altrettanta scelta di vini Zonin, olio di oliva Berio come se piovesse, e questo e' il meno, perche' tutte le mayonesi ed i ketchup sono Kraft, pur nelle loro infinite varianti dal leggero al piccante, dall'aroma di cipolla a quello meno definibile di "tropicale". Il termine globalizzazione assume qui, nei supermarket che in ogni luogo stanno stritolando i negozi, un significato concreto e un po' triste.

Viaggiate, ragazzi, viaggiate. Tra poco in qualsiasi posto sarete costretti a mangiare sushi, involtini primavera, spaghetti alla bolognese e filet mignon che non sono che becere, neutre standardizzazioni degli originali, con piccole varianti per adattarle al gusto locale, unico omaggio alla diversita' dei popoli e delle tradizioni.

Mi accatto un bottiglietta di acqua, una di yoghurt liquido e un sacchetto di nachos piccanti al formaggio, quello sara' il mio pranzo. Lo vado a consumare sulla spiaggia di Puerto Viejo, dove le palme vanno a crescere sulla battigia, curvandosi cosi' verso il mare dove lasciano cadere i cocchi che se ne partono come barchette in cerca di lidi da conquistare, germogliando, alla loro specie. Un posto che, se non fosse che al momento l'atmosfera e’ quella della gia' citata canzone di Ruggeri, col sole tropicale deve essere una meraviglia. Ma il sole non c'e', ricomincia la pioggia appena dopo aver scosso la busta a testa in giu’ per recuperare l’ultimo nacho e le briciolette residuo dei precedenti. Me ne torno in albergo con la coda tra le gambe.

Piove, piove sulla mia vacanza come sulle dannunziane tamerici, ma qui altro che arsa, la natura sara' pure salmastra ma e' zuppa. Ma ormai cio' fatto il callo. Alle 3 ecco, smette di piovere. In cinque minuti il cielo sopra di noi si libera completamente. Mi precipito fuori a godere questo piccolo regalo inaspettato. Sono indeciso se fiondarmi al noleggio biciclette per fare un giretto, decido che no, lo faro' domani, voglio avere fiducia. Vado invece a fare una bella passeggiata lungo il mare. percorro tutto il lungomare del paese, le spiaggette sono proprio belle. Il numero di bancarelle in cui fusti locali acconciati con i tipici dread rasta vendono chincaglieria ed inutili (in questa situazione) coloratissimi teli mare mi fa immaginare quando, nella stagione giusta, tutta la miriade di piccoli alberghetti e' piena di turisti ggiovani che vengono qui a fare il surf e a farsi acconciare i dreadlocks e a fumare erba in riva al mare. Non credo sarei stato piu' a mio agio in quella situazione, forse meglio ilmaredinverno...

Mi godo la mia lunga passeggiata al sole, esco di molto dal centro di Puerto Viejo, raggiungo quasi la prima grande spiaggia quattro chilometri piu' a sud, poi temendo il repentino tramonto e la strada buia e solitaria da fare per rientrare giro i tacchi senza vedere la spiaggia. deciso: domattina affitto una bici, mi metto lo zaino in spalla e arrivo fino a Manzanillo passando per punta Uva, fermandomi a fotografare le spiagge piu' belle tra Limon e Sixaola, al confine con Panama. Lo so che domani non piovera'.

Faccio qualche foto al tramonto che, a causa delle nubi all'orizzonte, non e' rosso e quindi non lascia ben sperare. Comunque non piove, anzi il cielo sopra di noi e' bello sgombro. Le nubi sono minacciose ma lontane. Fusse che fusse? A cena un buon casado vegetariano, una porzione di pane al ajo da far invidia (come effetto) alla piu' piemontese delle bagne caude, una sostanziosa razione di chilero (NdA e' esattamente come una nostra giardiniera Sacla', solo che meta' delle verdure sono peperoncini verdi e rossi di quelli very strong) che viene messo gratis sulla tavola in grandi barattoli tanto e' cosi' piccante che i gringos svengono solo ad annusarlo, mi tirano un po' su. Stranamente la Soda (cosi' si chiamano i ristorantini locali) non ha cerveza, ma solo vino bianco. Me ne concedo due bicchieri. Alla fine sul conto ce n'e' uno solo ma non protesto per l'errore.

A letto col silenzio, mi addormento in fretta. All'una vengo svegliato e sapete da quale rumore. Piove tutta la notte.

1 Dicembre

Ora sono le 9:40 di giovedi' primo dicembre, e' il compleanno della mia Robertina cui ho gia' fatto gli auguri. Roberta, la mia piccola patata che mi penzolava dal braccio addormentata, inerte e piegata in due come il gatto di Frieda dei Peanuts. Roberta che ha venticinque anni e sta ad Austin, Texas, deve traslocare, ha casini con la padrona di casa, dovra' stare quasi un mese a casa di amici prima di entrare nella casa nuova, il 10 di dicembre ha due esami, l'11 parte per il Guatemala, torna il 22 in tempo (forse) per il trasloco e per accogliere la sua famiglia che la raggiunge il 24 dall'Italia. Roberta. Per il 50% (almeno) mia figlia, anzi, figlia mia.

Ed eccoci, finalmente, grazie (?) alla pioggia il racconto ha raggiunto la realta' cui di solito stava dietro di un giorno e mezzo. In fondo in questo ultimo scorcio di vacanza non c'e' piu' molto da raccontare oppure ho perso la vena, fattosie' che da stanotte all'una e' stata la pioggia piu' lunga di tutte, di solito non duravano piu' di un paio d'ore. Ora ha smesso. Ma ormai non ho piu' grosse speranze. Domani lungo viaggio di ritorno per San Jose', pernottamento all'Aranjuez, e poi dopodomani si vola in Italia. Se spunta uno straccetto di azzurro oso e vado ad affittare la bicicletta. Sono un osso duro... cool.

Non e' spuntato uno straccetto di sereno, ma alle 12:30 ha smesso di piovere ed e' venuto un po' di chiaro. Ho preparato lo zaino con asciugamani, macchina fotografica, mantellina, crema solare e sono partito per affittare la bici e andare. A 50 metri dall'affittabiciclette ha cominciato a venir giu' il diluvio. Mi sono fiondato in una soda e mi son fatto una macedonia di frutta come colazione e pranzo (all'albergo non c'e' colazione perche' la tedescona e' sola e non ce la fa a prepararla. Sarebbe comunque costata di piu' della macedonia). Dopo piu' di mezzora la pioggia non accenna a diminuire. Decido che, invece di incazzarmi, mi rilassero'. Non so se la citazione e' giusta, ma qualcuno ha detto che se non puoi combattere un nemico devi fartelo alleato (Sun Tzu, l’arte della guerra? Se non vera, almeno verosimile). La pioggia sara' mia alleata nel relax. Rientro in Hotel e, visto che ho finito a Bahia Drake l'unico libro che avevo portato (quello della Oggero) ed ho perso la matita per fare la settimana enigmistica (che peraltro se fosse toccata da una matita si straccerebbe visto che e' umida come la carta igienica in un bagno turco), mi prendo un libro nuovo e me lo leggo.

<didascalicoepedante> Forse non tutti i miei stimati lettori sanno di cosa parlo, per cui spiego tediando gli altri. Se andate in un albergo da tre stelle in su, e vi capita di non aver sonno e non saper cosa leggere, visto che siete in un albergo di lusso sicuramente troverete altre distrazioni. Se invece siete in un ostello, una guest house, un resort per gente senza tanti sghei, allora avrete grande scelta di libri da leggere. Sono quelli che i viaggiatori finiscono di leggere in quel posto, e lasciano li' per quelli che vengono dopo. Magari, ma non sempre, ne prendono uno in cambio. Inutile dire che non ci sono mai libri in italiano. Per un italiano fare una cosa del genere semplicemente non esiste. </didascalicoepedante (almeno spero)>
Infatti ho trovato una discreta scelta di libri in inglese, in spagnolo, in tedesco ma nessuno in cinese, in hindi o in italiano. Avrei potuto lasciare il libro della Oggero in cambio, ma poi avrei dovuto ricomprarlo senno' Madda chi la sente? (E' giusto, tra l'altro, il libro e' suo smile) Mi prendo un libro di John Grisham (naturalmente quello che si trova e' solitamente letteratura trash) che normalmente scrive polizieschi, ma in questo caso invece ha scritto
<pubblicita’>una commedia di costume niente affatto spiacevole e che ha una serie di coincidenze con la mia attuale vita reale. Una figlia poco piu' che ventenne appena laureata che parte per un luogo lontano, ambientato a fine novembre, dopo il thanksgiving, ma soprattutto il fatto del saltare le feste natalizie con tutti i loro rituali, cosa che faremo noi andando a trovare Roby. Si chiama "Skipping Christmas" ed e’ molto carino e piacevole.</pubblicita’>
Me ne sto il pomeriggio a traccheggiare tra la hall, davanti alla tedescona, dove ho il segnale WiFi per la connessione a Internet, ed il letto dove NON ho la tedescona, ma John Grisham da leggere. Alla facciazza della pioggia che continua a cadere imperterrita.

Alle 18:30 decido che va bene andare a cena (peggio che i piemontesi che cenano alle 19:30, altro che terroni che cenano alle 11!) mi munisco di ombrello e vado. Mi godo, sotto una pioggerellina che non mi costringe ad aprire l'ombrello, la mia ultima sera nella campagna costariqueña. Scelgo le strade piu' periferiche (non e' che debba fare tanta fatica), e saltando tra le pozze d'acqua su cui balugina riflettendosi la luce dei pochi lampioni, costeggio le baracche. Dall'interno provengono bagliori di vita familiare. In alcune si riesce a sbirciare, intravedendo bambini seminudi che saltano e scherzano davanti alla TV, famiglie intorno ad un semplice desco, letti, tavoli, sedie, tendine, variopinti asciugamani stesi ad aspettare una improbabile asciugatura essi stessi. Le voci non arrivano, sono sommerse dai rumori incredibili della giungla poco distante: stridii, cinguettii, il frinire di mille insetti diversi, altrettante raganelle cha gracidano in differenti idiomi anfibi, le rane toro che ululano con un verso potente e quasi pauroso, le cicale che da sole fanno piu' casino che in un'estate siciliana assolata. E' questo che mi portero' dietro, non la pioggia ma la sua bellezza, quello che lascia sul terreno, la vita che porta, il verde scuro, pure le zanzare, si', anche loro. La cimice che mi capita sugli occhiali mentre cammino, la vita che brulica tutto intorno, l'enorme formicaio multiforme invisibile ma presente.

Cercando di evitare le pozzanghere per non ripetere l'immersione delle scarpe nella mota di Bahia Drake allungo il percorso per assorbire meglio la realta' strana (nel senso di non normale, per me) in cui sono immerso. Vorrei non mangiare nella stessa soda dove son stato ieri sera, non perche' non fosse buono, ma per la smania di cambiamento, ma poi va per questo verso, perche' le alternative non mi convincono. Per questo mi concedo un piatto piu' lussuoso. Un casado, si', ma con un filetto di pesce che e' una meraviglia. Stasera pero' scrivendo la cuenta non si dimenticano del secondo bicchiere di vino, e di conseguenza il totale e' un po' piu' salato.

E' l'ultima sera qui, percio' decido di tirare un po' piu' tardi e provo a mettermi nei guai (si no hay adrenalina no hay gusto). Scherzo, naturalmente (?). Vado percio' a prendermi un drink in un posto in cui mi piacerebbe vedere molti dei miei colleghi (di cui peraltro ho grande stima). La musica reggae va a palla, l'atmosfera e' satura di ganja, annuso volentieri l'aroma dolciastro sperando in un qualche blando effetto collaterale da fumo passivo. Mi siedo al bancone, intorno qualcuno gioca a carte, qualcuno a biliardo, tutti fumano come disperati, parlano a voce esageratamente alta e ridono sguaiatamente ma di gusto (eccicredo, vista la concentrazione di THC nell'aria). Sono rarissimi quelli che non indossano treccine o un floscio basco di lana tricolore (rosso, giallo e verde) rigonfio delle stesse. Un cartello attaccato con una puntina ad un palo che sorregge il soffitto di foglie di palma recita: in questo locale e' proibita qualsiasi attivita' criminale. Mi sento sollevato: se sto qui dentro sono al sicuro, visto che al di fuori evidentemente le attivita' criminali sono consentite. Tra quando ordino il mio margarita (discreto, ma per me un po' troppo sour) e quando pago mi viene offerto per tre volte l'acquisto di hierba buena e di fumo. A onor del vero, mi aspettavo anche almeno una offerta di coca, che pero' non arriva. Sorrido davanti al mio bicchiere, mi diverto a guardarmi intorno, non ricevo profferte sessuali di nessun genere (inteso come maschile, femminile o neutro) e anche questo mi stupisce leggermente. In fondo, questo Costa Rica e' davvero un paese da chierichetti, penso. Finisco il cocktail e me ne torno in hotel, non bisogna esagerare.

E adesso sono qui, alle 21:56 in attesa del sonno (stamattina ho tirato tardi a letto, mi sono alzato alle otto visto che pioveva). Forse riesco a finirmi Grisham. Domani, se Murphy non era un cretino, dentro il pullman per San Jose' sudero' sotto il sole cocente, salvo prendermi un acquazzone quando scendero' a San Jose'. Se andra' cosi' o no lo saprete solo domani, comunque.

2 Dicembre ore 7:45

Non ci crederete (o forse si) ma non ha smesso di piovere, e ci sta dando giu' bene. Da un lato questo rendera' meno spiacevole la mia dipartita, dall'altro pero' mi fa un po' preoccupare. Vista la situazione delle strade, i precari ponti che attraversano i frequenti corsi d'acqua gonfi delle piene dovute alla pioggia incessante, spero non ci siano interruzioni da qui a San Jose', sarebbe un bel casino. Tra 15 min esatti (e' pur sempre tedesca) la signora aprira' la reception e potra' prepararmi un caffè (porzione piccola, e' la caffettiera da sei persone. Porzione grande e' quella da nove) di cui sento proprio di aver bisogno. Nel frattempo sbrigo la posta e poi mi mettero' tranquillamente a finire Grisham prima di impaccare gli stracci umidi e partire per il penultimo viaggio di questa vacanza.

Alle 8:10 smette di piovere e arriva un po' di chiaro, naturalmente mi fiondo fuori per fare un po' di foto ricordo a Puerto Viejo. Arrivo fino alla Playa Negra, subito a nord del paese, due-tre chilometri di spiaggia con la sabbia nera, bellissima secondo me. Sulla piccola foce di un rio faccio qualche foto anche a un paio di aironi blu, una garzetta e degli uccellini piu' piccoli che in gruppo zampettano sulla battigia. Cammino un po' sulla spiaggia, le onde sono cavalcate da un paio di surfisti mattinieri, poi torno indietro perche' c'e' da fare il checkout, le valigie e andare a prendere il bus delle 11 per San Jose'. Alle 10:30 sono gia' in attesa. Sembra che il tempo migliori, magari Murphy ci ha preso.

In pullman mi ricredo: ricomincia a piovere fitto fitto e non ci lascera' fino a San Jose'. Passando davanti a qualche supermercato (sapete che mi piacciono, ormai) noto una cosa che non sapevo: il marchio italiano che piu' spesso compare nelle insegne e' quello del brodo Maggi. Una curiosita' che mi conferma quanto il mondo del marketing e della grande distribuzione mondiale di alimenti sia buffo ed impredicibile. Come quando molti anni fa scoprii che in America il liquore italiano piu' famoso era il Liquore Galliano, che da noi e' praticamente sconosciuto ed introvabile (e' una specie di Strega, stesso improbabile colore giallo evidenziatore che li accomuna alla Soluzione Schoum). In corriera finisco Grisham e mi rendo conto di quanto diventando vecchi si diventi pirla. Ormai riesco a commuovermi persino per il finale sdolcinato di un romanzetto trash americano. E dire che il finale l'avevo gia' capito subito dopo la meta' del libro, quando la figlia annuncia un ritorno improvviso per Natale. Se Grisham scrive i gialli come le commedie non riesco a spiegarmene il successo, sara’ forse per il modo di scrivere che, devo ammettere, e' molto piacevole ed avvincente. Non so perche', penso anche che mi piacerebbe una volta cimentarmi nella traduzione di un libretto del genere (ma visto l'autore probabilmente e' gia' stato tradotto in tutte le lingue del mondo). Nel bus, il sottofondo musicale non e' esaltante: un CD di canzoni in spagnolo di Laura Pausini, dado Maggi della musica italiana, nostro piu' che modesto contributo alla globalizzazione musicalpopolare.

Finito il libro mi immergo nella osservazione del paesaggio, che voglio assolutamente portare con me. Per un amante delle piante questo e' un vero paradiso. Una terra verdissima (e ci credo, piove molto di piu' che in Irlanda, terra verde per antonomasia) ma soprattutto con una varieta' di vegetazione sbalorditiva. Costeggiamo il mare da una parte, dall'altra e' inizialmente un susseguirsi di piantagioni di banani e di palme. interrotte dall'attraversamento di corsi d'acqua gonfi per le piene fangose alimentate dalla pioggia di questi giorni. In alcuni punti mette paura attraversare questi stretti ponti con l'autobus, a pochi decimetri dalle onde scure della corrente di piena. Poi si comincia a salire verso le alture che circondano San Jose' ed e' la foresta pluviale a farla da padrona ovunque. L'intrico ai lati della strada non consente di capire se il muro verde ha dietro di se' una parete di terra o roccia oppure sono solo gli alberi e le liane che a loro si intricano, le epifite che vi si abbarbicano e le radici aeree che ne penzolano. Tra gli alberi, felci con foglie piu' grandi di quelle delle palme, strane piante con foglie peltate rotondeggianti del diametro di oltre un metro, ciuffi erbacei che potrebbero nascondere un elefante.

I fiori non sono tanti in questa stagione, ma qua e la' punteggiano di rosso o di giallo questa muraglia verde. Di tanto in tanto scrosci di acqua, piccole e meno piccole cascate solcano la parete verde, mostrando che in effetti la strada e' stata ricavata tagliando la montagna. Con tutta quest'acqua probabilmente solo l'intrico fittissimo di radici sostiene il muro che ci costeggia e che altrimenti franerebbe ogni due per tre. Quando entriamo nella nebbia so che stiamo per superare il punto piu' alto per poi ridiscendere verso San Jose'. Cinque ore di viaggio anche oggi, ma posso assicurare che mi annoia infinitamente di piu' un pomeriggio passato a prendere il sole su una spiaggia.

Ora sono nel tranquillo ed ormai familiare ambiente dell'Aranjuez, in un bel patio dove il WiFi prende bene. La camera e' ancora piu' spaziosa e lussuosa delle precedenti. Sto per andarmi a mettere una felpa perche' non fa niente caldo. Domani, al rientro a casa, ne fara' sicuramente ancora meno.

La sera vorrei andare in un posto diverso a cenare, ma senza prendere il taxi, cosi' chiedo al portiere di consigliarmi un ristorante buono li' intorno. Non ha dubbi: La Soda Isabel, a due isolati di distanza. Sorrido, allora stavolta il mio fiuto ci aveva preso bene, e' proprio quello in cui ero entrato l'altra volta. E' destino. Stavolta mi concedo delle costine di maiale da leccarmi barba e baffi che nel frattempo mi sono cresciuti incolti (tento di essere ancora piu' brutto e di sembrare almeno un po' cattivo, come ulteriore deterrente contro indesiderate attenzioni). Intorno alle costine, varie amenita' tra cui patate bollite con salsa di erbe, una porzione di ceviche di pesce, due piccole banane asade alla salsa inglese e l'immancabile gallo pinto destrutturato stile El Bulli.

3 Dicembre ore 5:40

Giorno della partenza. Ieri sera sono andato a letto presto, e stamattina alle 5 non c'e' stato verso, ho dovuto alzarmi. Doccia, ultimi ritocchi all'equipaggiamento da indossare per il viaggio (ed ennesima risistemazione alla valigia) e poi eccomi qui in quella che e' diventata piu' che un'abitudine. Il sonno di stanotte non e' stato troppo tranquillo.
<didascalico> Per i pochi che non conoscono la classificazione americana dei letti, solo un piccolo inciso: gli americani passano dalla culla ad un twin bed, letto da una piazza e mezzo dei nostri (perche' si chiama cosi? Due ipotesi: la meno probabile e' che significhi due letti piccoli (peraltro inesistenti in USA) affiancati, la seconda che si possono affiancare due di questi letti per assemblarne uno decente, un King Size). Poi se vai negli alberghi puoi scegliere tra un queen size che e' un normale matrimoniale a due piazze, e king size che e' un tre piazze che da noi non esiste (chissa' poi se e' vero che i letti dei re fossero piu' grandi di quelli delle regine, a parte il fatto che da Versailles alla Venaria i letti regali che si vedono nei musei sono meno di un quarto di questi qua). </didascalico>
Il mio attuale letto all'Aranjuez e' un King size, non troppo comodo, per la verita', per la presenza di dossi e cunette nei materassi provocati forse dagli spostamenti degli occupanti in cerca di una sistemazione comoda in quella piazza d'armi. Io durante la notte ho effettuato due migrazioni complete dalla sponda sinistra del letto a quella destra, coprendo la distanza con circa quattro rotolamenti di 360 gradi ogni volta.

Ho sognato molto, svegliandomi di frequente per intraprendere una nuova tappa nell'attraversamento del letto. In un sogno un padre piuttosto anziano ed un bambino, dai lineamenti orientali, abbigliati con poveri mantelli viaggiavano con un sacco sulle spalle, sotto la pioggia fitta, per un viaggio che sapevo essere molto lungo. Io, come spesso capita nei sogni, ero sia il vecchio che il bambino oppure un po' l'uno e un po' l'altro. Camminavano senza parlare ma intendendosi, i piedi bagnati sulle pietre viscide, indossando poveri sandali consumati.
In un altro sogno durante un congresso di lavoro incontravo un illustre matematico che mi illustrava uno strano teorema, una complessa dimostrazione che mi avrebbe fatto dimenticare dio. Non esattamente un Descartes alla rovescia, non una dimostrazione della non esistenza dello stesso, semplicemente se avessi capito quella dimostrazione cosi' complessa non ci sarebbe piu' stato spazio per dio nella mia testa (in realta' ce n'e' gia' poco cosi'). E cosi', tra questi e molti altri sogni che sono ormai svaniti nonostante ogni volta che mi svegliavo mi ripromettessi di ricordarmeli, quando sono arrivato per la seconda volta alla sponda sinistra ho deciso di alzarmi.

Tra poco Pantagruel si avventera' sul buffet dell'Aranjuez per l'ultima volta, poi alle 8 il taxi che ho prenotato ieri mi portera' all'aeroporto.

Finito il racconto, ormai giunto quasi a casa, voglio fare un esercizio molto americano: provare a vedere se questo viaggio un po' pazzo mi ha portato qualcosa di nuovo oppure no, a parte le cose viste, udite e vissute, ovviamente. Quello che nel mondo odioso del lavoro si chiamano le "Lessons learned": Alcune di esse avrebbero potuto essere scritte da Monsieur de La Palice, ma le voglio citare lo stesso perche' oltre a capirle lo ho digerite e assimilate. Altre sono meno scontate

La prima lezione, o convinzione rafforzata, o banalita' interiorizzata e' che se ti piacerebbe fare una cosa, hai uno sfizio da toglierti, un desiderio a lungo represso per le complicazioni delle sua possibile realizzazione, se senti che cio' che desideri e' sano e lecito, anche se e' fuori dagli schemi, anche se devi lottare per realizzarlo, anche se devi soffrire e far soffrire qualcuno che ti e' caro, te lo devi concedere. Lo stress, i casini, le recriminazioni, le lotte saranno ripagate dall'assenza di recriminazioni, dalla soddisfazione, dalla pacata considerazione che, visto che hai potuto farlo e sei stato bene, hai mille buoni motivi in piu' per essere in buona col mondo e con chi ti vuol bene. Insomma, volevo fare questo cazzo di viaggio da solo, mi son tolto lo sfizio e son contento. E se son contento credo che anche chi mi sta intorno non ne abbia niente da perdere.

La seconda, piuttosto lapalissiana anch'essa, e' che, come ho detto piu' sopra, se sei in una condizione diversa da quella che avresti creduto o desiderato, e non puoi lottare per cambiarla a tuo favore, devi trasformarla in occasione di novita', fare cose che si adattino, non farti rabbuiare. Troverai che c'e' un modo di vivere positivamente e guadagnare cose che altrimenti avresti perduto. Se tutti i turisti a Cahuita fossero stati incazzati per il brutto tempo ci sarebbero stati scontri a fuoco per le strade, strangolamenti tra amici e uxoricidi plurimi. Se te ne vai a spasso sotto la pioggia tropicale, con le ciabatte a pesticchiare l'acqua delle pozze come un bimbo, godendoti la situazione insolita il cuore si alleggerisce e ti commuovi per la felicita' che non pensavi di poter provare in quella situazione. Lo so che a questo punto i non pochi che mi hanno sorriso augurandomi buon viaggio con malcelata invidia, se avranno occasione di leggere queste righe (cosa che cerchero' accuratamente di evitare) penseranno godendo "ecco il coglione, ben gli sta. Li volevi i paradisi tropicali e ti sei preso la pioggia come un vero pirla, e adesso ci vuoi pure far credere che sei stato felice, ma vadevialcul, va" Per questi non provo che un senso di profonda compassione, poiche' la loro piccolezza mentale non merita di piu'.

La terza e' gia' meno scontata, per lo meno ai miei occhi. A Bahia Drake lottavo contro le varie piccole piaghe che mi tormentavano le estremita' delle estremita’ inferiori, impossibilitato ad agire per alleviare la situazione. Avevo li' solo le scarpe da trekking fradice e non mettibili senza calze, ed un paio di ciabattine da mare di plastica che mi avevano gia' procurato le piaghe suddette, e andare a comprare un paio di sandali nuovi averebbe voluto dire oltre mezza giornata di viaggio barca+taxi per Palmar Norte. No way. In questa situazione mi sono ricordato di un libro letto qualche tempo fa (e qui ho proprio paura di sbagliare la citazione, sorry). Credo fosse "Se questo e' un uomo". In un passo del romanzo uno scampato ai Lager nazisti o un combattente in fuga, senza niente con se’, incontra dei cadaveri sulla sua strada. La prima cosa che guardava erano le scarpe, per vedere se fossero ancora in qualche modo utilizzabili e robuste. Non cercava sigarette, cibo, eventuale denaro o oggetti: le scarpe per camminare, per continuare a viaggiare. Riflettevo a quanto siamo abituati a ritenere scontate cose come il non morire di fame ed il riuscire a muoversi coi propri piedi, i piedi che spesso ignoriamo o peggio disprezziamo come appendice poco elegante degli arti inferiori, le gambe, che godono di superiore nobilta'. Ma provate a venir giu' da un sentiero di montagna con uno scarpone rotto, o con i piedi piagati. Le scarpe, i piedi, il viaggio: me ne ricordero' meglio la prossima volta. <help!>Pero' non sono affatto sicuro che il libro fosse quello, anzi sono quasi sicuro non lo fosse. Se qualcuno dei lettori ricorda una cosa del genere mi aiuti, per favore!</help!>

Quarta: mi piace scrivere. Lo sospettavo, ma ormai ne ho la certezza. Queste note, partite come modo di condividere le mie esperienze con le persone piu' vicine a me che restavano a casa pian piano mi hanno preso la mano. Sono diventate un mostro, un blob autoalimentante e che si gonfia orribilmente nel tempo. Quando non scrivevo facevo attenzione a cogliere le situazioni, magari con le loro sfumature piu' singolari, per poi poterle raccontare. Quando scrivevo ero (sono) contento di farlo. Negli ultimi due anni ho scritto pochi (quanto le dita di una mano) racconti, che in qualche modo mi hanno soddisfatto. Qui la cosa sta dilagando piu' di quanto probabilmente dovrebbe. Non e' un racconto, non e' neanche (si parva licet...) un diario di viaggio alla Chatwin. Mi viene in mente il Gordon Pym (anche qui non certo per ...componere magnis). Poe, grande creatore di atmosfere lugubri e/o enigmatiche da consumare nella snellezza ed essenzialita' di poche pagine, avendo bisogno di soldi (lo pagavano un tanto a puntata pubblicata sul giornale) tento' di scrivere un romanzo. Il risultato fu un romanzo breve con sezioni pleonastiche, vere escrescenze neoplastiche (l'anagramma e' voluto) benigne perche' non letali per lo scritto, ma sicuramente fastidiose per il suo scorrere fluido. In questo caso il mio reale dubbio e' se sia giusto vessare che mi sta vicino propinandogli piu' che proponendogli questo genere di guazzabuglio. Ho deciso, la prossima volta scrivo solo per me.

Quinta: Ho imparato a far funzionare una connessione WiFi nelle condizioni piu' disparate (e scusa se e' poco). Sono andato a spiare Windows XP nelle sue piu' recondite intimita', da vero voyeur informatico. Come un ragazzino ho fatto tentativi a caso (evito la doppia zeta) sfrucugliando quelle che pomposamente vengono chiamate "Impostazioni avanzate", quasi sempre avendo ragione di un'etere che non mi voleva lasciare accesso al mio cordone ombelicale col mondo. E anche questo e' un risultato!

C'e' sempre anche un piccolo rimpianto, naturalmente. Per me e' quello di aver imparato troppo poco lo spagnolo, che speravo di esercitare di piu. Ma chevvuofa', quando tutti i gestori degli alberghi sono americani e tedeschi l'unico modo sarebbe stato trovare una donna... (che non ho trovato anche perche' non l'ho cercata, (di questo sto cercando di convincermi whistle ))

Stop press! Credevo proprio di aver finito, anche perche' trovare nel viaggio aereo di ritorno una hostess degna di maggior nota di quella dell'andata sapevo sarebbe stata cosa impossibile. Qualcosa invece e' successo, e tutti voi innocenti lettori avete corso il grosso rischio di una puntata extra della saga. Queste ultime righe servano anche da monito a chi dovesse prendere una coincidenza aerea al JFK di New York; se l'intervallo tra i voli e' di meno di tre ore rischiate grosso. Andiamo con ordine. Il volo da San Jose' atterra alle 16:00 in perfetto orario. Il volo per Milano parte alle 17:55. Coincidenza non troppo stretta, visto anche che la compagnia aerea e quindi il terminal sono gli stessi. Alle 16:10 inizio la coda alla dogana, il mio volo imbarca alle 17:15. Poco piu' di un'ora per passare la dogana, recuperare la valigia, metterla sul nastro trasportatore dei transiti, andare al terzo piano del terminal, passare i controlli di sicurezza, cercare il gate e imbarcare.

La coda alla dogana e' mostruosa. Mi guardo in giro per vedere se c'e' qualche segno di priorita' per chi ha un volo in coincidenza, ma non c'e' speranza. Mi metto in coda e so che le mie probabilita' di perdere il volo sono molto alte. Mi rassegno e continuo la coda. Dopo un paio di serpentine (ce ne sono sette per arrivare al controllo passaporti) vedo che si avanza piuttosto speditamente e che, fatti un po' di calcoli sulla velocita' media di percorrenza delle serpentine stesse dovrei riuscire a passare le guardie intorno alle 17:30, massimo 17:35, con ancora un filo di speranza di imbarcarmi sul volo. Alla terzultima serpentina la velocita' di attraversamento diminuisce notevolmente, un paio di banchi di controllo si sono infatti svuotati del personale. Alla penultima serpentina supplico la signora (signora?? Una vecchia strega piu' nera di Amelia, e anche piu' crudele) che regola il flusso verso le guardie. Sono ormai le 17:30. Le dico che il mio volo sta imbarcando da un quarto d'ora, puo' per favore aiutarmi a non perderlo? La risposta e' lapidaria: la coda non si puo' saltare. Il fegato si consuma, il cuore fibrilla, quelli davanti a me fanno di tutto per rallentare, con mille intoppi, il regolare flusso. Mi presento al controllo alle 17:46, affranto. Il poliziotto se la prende comoda.

Alle 17:48 sfreccio verso la riconsegna bagagli, chiedo di corsa qual'e' il nastro da San Jose', mi viene indicato al volo. Non vedo la valigia, poi si', eccola, la abbranco senza fermarmi, corro con la valigia, passo la dogana, lancio la valigia sul nastro trasportatore dei transiti (sapendo che comunque, anche se tutto va bene, la probabilita' di recuperarla domattina a Milano e' prossima allo zero). Mi fiondo verso l'ascensore e schiaccio il tasto del terzo piano. Un bastardo va al secondo piano costringendomi ad una fermata in piu'. Guardo l'orologio (tanto in ascensore non e' che posso far molto). Sono le 17:52. Sono deciso a sgomitare alla security urlando "non mi fate perdere l'aereo per favore". Non ce n'e' bisogno, miracolosamente ai controlli di sicurezza non c'e' praticamente coda, ma c'e' comunque da togliersi orologio, portafoglio, togliere il computer dallo zaino e metterlo separato (e poi sara' da rimettere a posto) la carta di imbarco tra i denti, il passaporto in una mano, la roba non so piu' bene dov'e', ma la cerchero' poi.

Le scarpe, ancora loro!. All'aeroporto di New York ti devi togliere le scarpe alla security, metterle nella bacinella di plastica e farle passare allo scanner. Vi siete mai chiesti quanti terroristi abbiano mai imbottito di esplosivo le loro scarpe da ginnastica? No? Neanche io ma non provo a protestare, non farebbe che peggiorare le cose. Aspettando che lo zaino esca dalla macchina infernale do' un'occhiata all'orologio: le 17:57 e' fatta, sono fottuto, devo ancora andare al gate, questi non aspettano nessuno. Tentando il tutto per il tutto, e sperando in solo 10 minuti di ritardo della efficientissima macchina da guerra statunitense, non controllo sul tabellone il gate di uscita, fidandomi che quello che hanno detto sull'aereo prima dell’atterraggio, il numero 3, sia ancora valido.

Caccio tutta la roba di nuovo nello zaino eccetto le scarpe, che decido di tenere in mano e correre verso il gate, che naturalmente e' piuttosto lontano (un corridoio comprende i gate dall'uno al dieci, ma, ci credereste? il dieci e' il piu' vicino). Mi accorgo dopo pochi passi che le calze scivolano sul pavimento dell'aeroporto e, a parte rischiare una caduta che sarebbe a questo punto disastrosa, mi fanno andare molto piu' lentamente. Perdo ulteriori 15 secondi infilando le scarpe a mo' di ciabatte, la corsa migliora un po' ma non troppo, ma non posso certo mettermi a slacciarle e riallacciarle.

Il gate numero 3 e' dietro un angolo, non vedo nessuno. Giro l'angolo ed una signora di colore con divisa aeroportuale mi guarda stranita e poi urla nell'interfono: Stop! We gothim! Sudato piu' che nel caldo umido della giungla tropicale, ansimante, vorrei baciarla mentre dice di fermare tutto e riaprire la porta. Un paio di botta e risposta tra lei e l'aereo, ma ormai mi sento rinvenire. Guardo l'orologio: le 18:02, sette minuti cruciali. La signora mi guarda e mi dice ma dove ti eri cacciato?. Le rispondo lapidario: un'ora e quaranta di coda alla dogana. Scuote la testa. Entro nell'aereo, sono tutti gia' seduti. Me ne sbatto del fatto che tutti pensano per questo idiota stiamo ritardando. Mi asciugo il sudore con le maniche, considero la situazione scarpe che e' ancora una volta risultata critica, mi siedo dove mi dice la hostess, che nel frattempo aveva un po' mescolato le carte dei posti per accontentare i soliti furbi che non gli va mai bene niente, figuriamoci il posto assegnato sull'aereo.

Mi metto lo zaino tra le gambe perche' ormai le cosidette cappelliere (ma chi ci mette mai un cappello dentro? Solo valige da venti chili, altro che cappellini) sono gia' stipate al limite dell'esplosione. En passant, conoscete qualcuno che rispetti i limiti del bagaglio a mano? Io si, lo conosco bene, il pirla. Sono a posto? No, devo spedire un messaggio a Madda poiche' l'ho promesso ma non l'ho ancora fatto perche' se nella zona della dogana usi il cellulare te lo requisiscono e non lo vedi piu'. Accendo il telefonino, ci mette quasi piu' di Windows a partire, intanto ci si devono allacciare le cinture. Scrivo il messaggio piu' breve che posso, schiaccio invio. La hostess mi dice lei che fa? spenga il cellulare. Faccio in tempo a dare un'ultima occhiata, pare che il messaggio sia partito.

Spengo il cellulare, respiro profondamente. Una hostess bionda ed anzianotta mi chiede che e' successo, le racconto e lei dice “Oh, dear!” e poi “qualche volta capita, mi dispiace”. Poi mi sorride e dice visto che alla dogana ti hanno torturato, ti regalo un bicchiere di vino o una birra, cosi' risparmi sette dollari. Le dico che e' troppo gentile. Piu' tardi, a ora di cena, passa vicino a me e mi poggia sul vassoio due bottigliette di vino rosso, facendomi l'occhiolino. Ho un déjà vu.

FG

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Note, ringraziamenti:

Grazie innanzitutto a Maddalena, per cui queste righe sono state originariamente scritte, e che con la sua solita pazienza, sapienza e puntigliosa accuratezza ha mondato il primo grezzo manufatto dalle scorie degli errori grossolani di ortografia, delle ripetizioni, delle cacofonie e delle cazzate in generale (anche se non di tutte, altrimenti sarebbe rimasto ben poco). Grazie poi a Roberto che mi ha ricordato la corretta citazione da Primo Levi (almeno questo era giusto). La citazione sull'importanza delle scarpe non e' da "Se questo e' un uomo" ma da "La tregua", altro scritto dello stesso autore che e' pubblicato, insieme al primo, in una edizione dei "Tascabili Einaudi" che possiedo e su cui ho letto entrambi i racconti. Questa circostanza ha fatto si' che sia io che Graziella (che parimenti ringrazio per i commenti) abbiamo associato il ricordo a quello che forse e' il piu' importante (o magari solo il piu' noto) dei due scritti. Grazie a Roberta per i suggerimenti sulla versione HTML e su come renderla piu' facilmente fruibile. Infine grazie al mitico Gino (quello delle crocchette di besciamella) che con la sua infinita conoscenza del mondo del marketing di prodotti alimentari mi ha fatto notare che il brodo Maggi non e' affatto italiano, poiche' attualmente marchio posseduto da Nestle', e perche' Julius Maggi era uno svizzero. Invece Justus Van Liebig, che lo precedette di pochi anni nell'invenzione dell'estratto di carne (di cui il dado Maggi e' una variante/evoluzione) era tedesco. Niente italiani quindi nella storia del dado da brodo. In maniera duale credo che la Pausini, lei si' italiana, non rimarra' pero' nella storia della musica.

Ancora Gino, pochi giorni dopo il mio rientro, mi ha comunicato una notizia di cui avevo avuto sentore e timore (vedi descrizione dell'ultimo giorno a Puerto Viejo). Inondazioni abbastanza catastrofiche portate dalla pioggia continua hanno colpito il paese causando anche gravi danni alla viabilita'. Il filmato, preso dal sito di "La Repubblica" e' del 15 dicembre.

FG