Punta Fourà (m. 3411) dal Col del Nivolet

Sul colle del Nivolet ho già scritto qualche riga nella gita alla Punta Basei. Lì mi sono solo dimenticato di citare un particolare che può essere interessante se qualcuno decide di ripetere queste escursioni: nelle domeniche di Luglio ed Agosto l'accesso al colle con auto private è proibito (o almeno strettamente regolamentato). Bisogna fermarsi con la macchina al parcheggio sotto il lago del Serrù e da qui si viene trasportati con un bus navetta fino al Rifugio Chivasso, poco oltre il colle. Trovo questa iniziativa lodevole perche' evita il carnaio e l'inquinamento del colle che si verificavano nei week-end qualche anno fa.

Veniamo alla Punta Fourà. Si trova sullo spartiacque tra la valle dell'Orco e la Valsavarenche, costituendo il punto culminante della cresta che parte dal Col del Nivolet in direzione Est. E' una montagna non troppo impegnativa da salire, anche se e' una di quelle bastarde che non ti lasciano (almeno non lasciano i dilettanti come me) salire sulla vetta. Della stessa serie, ad esempio, il Grand Tournalin. Infatti dopo essere arrivati sull'antecima, di pochi metri piu' bassa della vetta vera e propria, c'e' un passaggio di terzo grado che richiede l'uso di corda e una certa pratica alpinistica. Ma noi dilettanti ci accontentiamo dell'emozione che regala la salita all'antecima, comunque non banale.

ForoLa montagna si riconosce da lontano perchè guardando bene sembra forata sulla punta, un foro verticale simile alla cruna di un ago. La montagna deve naturalmente il proprio nome a questa caratteristica apertura nella roccia.

Anche sulla Punta Fourà, come sulla Basei, sono salito quattro volte, a testimonianza del fatto che amo molto queste destinazioni. Della prima salita, nel 93 con Mario Vaudagna, non ho purtroppo alcuna documentazione fotografica. Mi spiace, perche' quello e' stato uno degli ultimi anni in cui esisteva ancora il Ghiacciaio di Punta Fourà, un piccolo ghiacciaio scomparso definitivamente alla fine degli anni 90.

Il ghiacciaietto, ancora segnato sulle cartine un po' datate, costringeva all'uso dei ramponi se si voleva salire la montagna, poiche' era l'unica via di accesso al Colle di Punta Foura', a 3100 metri, punto obbligato di passaggio per la salita alla cima. Quando sono salito la seconda volta, nel 2003, non ne ho trovato piu' traccia se non per i desolati sfasciumi e detriti che, tristemente privi di vegetazione (proprio per la recente scomparsa del ghiacciaio) salgono al colle.

Come ho detto sono tornato da solo nel 2003 e nel 2008 ed infine sono salito con Ettore e Andrea suo cugino due anni fa, nel 2010. La passeggiata e' caratterizzata dall'attraversamento in leggera salita dell'infinito Pian Ferauda, che raccoglie in mille rivoli le acque che scendono dalla testata delle montagne circostanti, e che non sarebbe meritevole di grande attenzione non fosse per una nutrita colonia di camosci che li' prospera indisturbata. La gita infatti non e' molto frequentata, capita raramente di incontrare altri escursionisti che abbiano la stessa meta poiche' dal Col del Nivolet questa e' la gita piu' faticosa delle tre "classiche". I camosci sono molto piu' timorosi e "selvatici" degli stambecchi, e bisogna far molta attenzione per arrivare abbastanza vicino e scattare delle foto decenti, ed infatti quelle che vedrete nella galleria fotografica qui sotto sono tutte indecenti sad.

La salita fino al Colle di Punta Foura' non presenta alcuna difficolta' se non per la ricerca del percorso. Questo infatti non e' segnato da tacche colorate, ma solo da una teoria di ometti di pietra non sempre facilmente identificabili, quindi bisogna avere un po' di senso dell'orientamento. Gita inoltre che, proprio per questa caratteristica e per la monotonia di gran parte della traversata del Pian Ferauda e' assolutamente da sconsigliare con la nebbia, a meno che non si abbia un GPS con se'. A questo proposito, comunque, chi volesse ripercorrere il percorso che ho fatto nel 2010 puo' scaricarsi la traccia GPS col solito sistema (click sul link col tasto destro e "salva con nome").

Se non avete la traccia e il GPS con voi, la prima difficolta' e' trovare l'attacco del sentiero. Io nel 2003 ho sbagliato strada, salendo da dietro al Lago del Nivolet, e sono stato costretto a qualche acrobazia per scendere dalle balze rocciose della Punta Violetta sul Pian Ferauda per riprendere il percorso normale. C'e' anche chi sale seguendo la linea di cresta proprio dalla Punta Violetta, ma io non ho mai osato farlo.

Per prendere l'attacco giusto del sentiero, bisogna con la macchina oltrepassare il rifugio-albergo Savoia, scendere sotto al lago del Nivolet e lasciare la macchina in prossimita' della sbarra sulla strada verso Pont, piu' o meno in questo punto. Da qui si attraversa in leggera discesa diagonale l'avvallamento, attraversando il ruscello che scende dal Lago del Nivolet, e si comincia a salire sulla sponda opposta cercando di seguire la traccia formata dagli ometti di pietracamoscio1.

Dopo una breve salita piuttosto erta ci si trova sullo spazioso pianoro di Pian Ferauda. Da qui la Punta Fourà, meta della gita, e' nettamente visibile, e la traccia di sentiero prosegue verso est attraversando il Pian Ferauda in salita leggera e costante, puntando dritta verso il Colle di Punta Fourà, che e' ben visibile sulla cresta che scende dalla vetta verso Nord.

Salendo, e' quasi impossibile non incontrare il branco di camosci che staziona da queste parti. Con un po' di attenzione si riesce ad avvicinarli, ma mai piu' di una trentina di metri. Che spettacolo vederli saltare elegantissimi sulle rocce e tra l'erba!

Se non ci fossero i camosci a distrarci, la salita fino al colle sarebbe veramente pallosissima, meno male che hanno pensato di stabilirsi da queste parti. Comunque, bene o male alla fine ci si trova di fronte ad un'ultima piccola impennata del percorso che sale tra sfasciumi e blocchi di roccia al Colle di Punta Fourà, che e' esattamente qui, ad un'altezza di poco superiore ai 3100 m.

Dal colle la vista si apre sulla catena del Gran Paradiso, proprio di fronte. Sotto i piedi c'e' Pont Valsavarenche verso sinistra, e verso destra la testata della Valsavarenche, ricoperta dai suoi ghiacciai crepacciati. Qui ci si puo' rifocillare e riposare un attimo prima dell'ultimo tiro, che richiede un po' di attenzione e concentrazione, non conviene farlo con le gambe che tremano! L'ultimo tratto e' infatti piuttosto ripido, privo di una traccia ben visibile (occhio agli ometti!) e con un punto di snodo importante che permette di evitare un passaggio esposto che alla nostra prima salita, con Mario, ci aveva fatto stringere i glutei sigillando ogni pertugio.

La traccia sale inizialmente vicino alla linea di cresta, ma sul versante Est, con strapiombi da brivido sulla Valsavarenche. Il primo tratto e' comunque percorribile senza difficolta'. A circa due terzi della salita ci sono due alternative: proseguendo sul versante Est (purtroppo anche questa via e' segnata da ometti) si trova il punto delicato di cui sopra, esposto (almeno per i miei gusti) su uno strapiombo impressionante, da segno della croce. Se invece si taglia verso destra, oltrepassando la cresta per portarsi sul versante Nord della montagna, la scalata sulle roccette richiede magari di mettere le mani a terra, ma non e' difficile e con un minimo di attenzione si riesce a guadagnare l'antecima con un unico passaggio che richiede un po' piu' di cautela, ma senza difficolta' reali. Il consiglio comunque se avete timore e' quello di tornare indietro, io l'ho fatto qualche volta, ad esempio sull'Uia di Mondrone, ma non l'ho mai rimpianto!

genepiL'antecima e' segnata da una croce metallica. Sotto la croce, cercando, si puo' trovare il libro di vetta inserito in una scatola di metallo. La vista anche da questo meraviglioso pulpito sulle due vallate e' bellissima, soprattutto verso Nord. Verso Sud si vede la cima vera, pochi metri piu' in alto, che fa venir voglia di andare a vedere se e' proprio cosi' difficile salirci. Io sono arrivato fino al salto verticale e sono tornato indietro

Ultima avvertenza: dalla croce di vetta, per scendere, cercate di riprendere la via da cui siete saliti, andando verso Nord (puntando al Colle): la traccia che scende verso Est (Valsavarenche) vi porterebbe al punto esposto.

Dal punto di vista botanico la gita riserva poche sorprese: tante Saxifraga biflora e retusa, ma soprattutto, nella parte alta del percorso, una buona quantita' di piantine di genepi (Artemisia genipi) che, ricordo, e' assolutamente vietato cogliere, e qui doppiamente essendo in pieno Parco del Gran Paradiso (ma se volete inebriarvi dell'odore di questo cugino del mitico assenzio, nessuno vi dira' niente se stropicciate una spiga fiorita tra le dita, vicino al naso, aspirando. Altro che coca! smile).

Dal punto di vista escursionistico, la gita e' consigliabile solo senza nebbia e sempre in stagione avanzata (agosto-settembre, fino alle prime nevicate) poichè le altezze sono comunque considerevoli e fino a fine luglio la neve renderebbe difficoltosa la salita. Il profilo altimetrico mostra un dislivello di poco inferiore ai mille metri (bisogna infatti scendere dal Col del Nivolet per imboccare il sentiero giusto) per uno sviluppo orizzontale di una dozzina di chilometri, che la rendono una gita da escursionisti discretamente allenati.

Le foto in questo caso non sono numerose, anche perche' di una salita non ne ho, e due le ho fatte da solo e non avevo voglia di fotografare... In compenso tanti camosci, tutti da lontano smile

Le foto sono qui