Maldive 2015: Isola di Gulhi, Crociera coi subacquei

Non voglio ciance, fammi vedere le foto!

 

La vacanza

Allora eccomi qua a scrivere qualcosa del nostro ultimo (spero in senso relativo e non assoluto) viaggio, alle Isole Maldive. Un luogo per alcuni versi mitico (per chi non ci è mai stato, come eravamo noi fino a due mesi fa), per altri motivi stucchevole e trito, simbolo dei viaggi di nozze "vorrei ma non posso ma ti faccio vedere che posso" e delle vacanze spendaccione di chi puo' usare oltre 3000 euro a testa per una settimana di dolcefarnulla in un posto da sogno.

Insomma, un luogo che come avrete capito era un po' un "odi et amo" della nostra immaginazione. E tale è rimasto nella realtà. Un posto da amare e non dico da odiare, ma almeno da detestare per diverse ragioni, che cercherò di spiegare almeno altrettanto bene di quelle che lo rendono un luogo meraviglioso.

Non sto qui a isolediscettare se i coralli maldiviani siano più o meno colorati di quelli del Mar Rosso o dei Caraibi. Il mare è splendido, una maschera ed un paio di pinne fanno scoprire tesori e vivere emozioni, così come nelle altre barriere coralline e candidi atolli tropicali in giro per il mondo. Ma essendo uno dei posti più belli del mondo, non poteva non soffrire delle conseguenze nefaste che questo comporta, per la cupidigia e la stupidità degli uomini.

Comunque, andiamo con ordine. Le Maldive sono realmente un luogo incantato: una manciata (molto abbondante, in realtà una nuvola) di atolli corallini sparsi nel mezzo del nulla, rappresentato in questa occasione dall'oceano tra Madagascar e India. Emergono dall'acqua per chissà quale scherzo del caso. Un fenomeno unico, che merita vedere perchè affascinante, particolare e sorprendente come, nel loro piccolo, gli tsinghy malgasci o, in dimensioni maggiori seppure non paragonabili, le montagne di Yangshuo, tanto per rimanere su due esempi di cui ho esperienza diretta. Ma loro, le Maldive, sono pure in mezzo al mare tropicale, caldo, cristallino e popolato da pescetti variopinti. Perdipiù, a differenza di altri luoghi simili non soffrono neanche la presenza di squali pericolosi o altre serie minacce per l'incolumità dei turisti. Insomma, una specie di paradiso. Confermato e sottoscritto da mister brontolone che cià sempre da ridire.

Un paradiso naturale trasformato in paradiso artificiale, soprattutto nelle decine di villaggi turistici asettici e perfettini, frutto della speculazione internazionale di danarosi proprietari che hanno saputo ben sfruttare i danarosi clienti che possono permettersi una vacanza salatissima, e non per il tenore salino dell'acqua del mare. Fanno bene i clienti, visto che i soldi ce li hanno, a partire in aereo, arrivare in idrovolante nel loro bungalow superaccessoriato, stare una settimana a spaparanzarsi al sole equatoriale, sciaguattare nell'acqua a 30 gradi e volare via, da dove erano venuti. Fanno bene anche quelli che vengono qui per la vacanza della vita, quella regalata da una colletta di parenti ed amici per il viaggio di nozze. Un tipo di vacanza, però, che non ci ha mai attratto, e per questo non avevamo mai fatto.

Poi è arrivata una proposta che ci ha incuriosito. Il gruppo di subacquei insieme ai quali eravamo stati nelle Filippine a febbraio di quest'anno proponeva una crociera di mare alle Maldive. Un tipo di vacanza di cui avevo sentito parlare anche dall'amico Gino, che ne era entusiasta: una settimana in barca (beh, a posteriori forse chiamarla barca è riduttivo). Una decina di cabine, una ventina Barcadi compagni di viaggio, sole caldo e mare aperto, isole deserte, immersioni in acque incontaminate, grigliate di pesce fresco (mi scuso coi vegetariani che non apprezzeranno questo passaggio) su candide spiagge deserte. E scusate se è poco. Abbiamo deciso di aderire. Il prezzo non era trascurabile, ma quando uno i soldi ce li ha e se li è guadagnati senza imbrogliare nessuno è anche giusto che li spenda, no? Almeno non marciscono sotto il materasso e l'economia gira, come diceva quel tale smile

Un piccolo tarlo, il solito che interviene in queste occasioni, ha assalito la mente di Maddalena che, da buona epicurea (intenzionalmente non dico dionisiaca, che sarebbe forse esagerato) ha pensato bene di sfruttare l'occasione per godere non di una ma di due settimane in questo posto così attraente e particolare, senza raddoppiare i costi dell'aereo. Incuranti perciò dei piccoli problemi logistici ed organizzativi che questa soluzione avrebbe potuto comportare, abbiamo deciso di fare due settimane alle Maldive: la prima l'avremmo organizzata noi (in realtà Maddalena) nella seconda ci saremmo uniti alla compagnia dei sub del "Diving World San Marino" per la crociera sulla barca.

Per questo la vacanza ha avuto due facce nettamente diverse, anche se accomunate da alcune cose, come vedremo.

L'isola di Gulhi

Dopo quanto detto, potevamo stare una settimana in un megaresort tuttocompreso in una di quelle isolette dai nomi impronunciabili? Naturalmente no. Abbiamo deciso, e non (solo) per una questione di soldi, di provare un'esperienza un po' diversa, visto che la vita da nababbi ce la saremmo concessa nella seconda settimana, nel megayacht coi subacquei.

Dovete sapere, affezionati quanto pazienti lettori smile, che da qualche anno il governo delle Isole Maldive ha deciso non dico di incentivare, ma almeno di consentire lo sviluppo di una forma di turismo alternativa a quella dei lussuosi villaggi turistici di cui sopra. Nelle pochissime isolette abitate dai locali si è perciò sviluppata una piccola imprenditoria dedicata al turismo low-budget di chi vuole visitare le isole senza svenarsi finanziariamente, e preferisce il viaggiare a fare il turista. Un minuscolo circuito di pensioncine, alberghetti, ristorantini, caffè, bed-and-breakfast, negozietti. Ancora molto acerbo e per certi versi dilettantesco, Orchid lodgema vivace e produttivo. Ha portato alla popolazione locale un assaggio non dico di benessere, ma quasi, accontentando una domanda non trascurabile, come dimostrato dai fatti.

Non la faccio più lunga del necessario. Abbiamo prenotato e poi pernottato 8 giorni all' Orchid Lodge, uno dei quattro bed-and-breakfast della minuscola isola di Gulhi, nell'atollo di Male sud. Gulhi emerge dall'oceano per non più di due metri di altitudine a poca distanza da Maafushi, altra isola abitata dai locali e frequentata da turismo low-budget. L'isola è veramente uno sputo nell'oceano, percorrerne il periplo a piedi richiede non più di 25 minuti, senza correre e senza scarpe. La popolazione totale ufficiale è di 800 abitanti, ma secondo me non sono piu' di 500, esagerano un po' la cifra per sentirsi grande metropoli smile

Poche casupole basse, una moschea, un generatore che dà energia a tutta l'isola, una torre di telecomunicazioni sproporzionata (perchè deve servire anche le barche che vagano nel mare attorno, e non solo i telefonini dei locali). Tre piccoli negozi tuttofare, un caffè, due ristorantini (ma questo appellativo è un po' esagerato per i nostri canoni), un negozietto di scrausi souvenir fortunatamente sempre chiuso, un porticciolo cui attraccano il traghetto che giornalmente viene da Male e va a Maafushi, le barche veloci affittate dai pochi turisti e i pescherecci carichi di tonnetti che vengono rapidamente scuoiati appena toccato l'approdo. Una specie di paradiso? Quasi.

Quasi, ad esempio perchè le Maldive sono un paese musulmano, e quindi almeno per alcuni di noi occidentali non musulmani qualche piccolo disagio ce l'hanno. Per esempio quello di non poter trovare non dico una damigiana di grappa, ma una bottiglietta di birra in tutta l'isola. Ma questo, se uno non e' alcoolizzato (e se lo è meglio non vada da quelle parti) non è un grosso problema. Così come non lo è il fatto che teoricamente ci sia una sola spiaggia consentita ai turisti che lì possono mettersi in bikini (o in slip se di sesso maschile). Nel resto del'isola è buona educazione e segno di rispetto coprirsi il corpo e le membra così come il decoro locale richiede.

No, non sono questi i problemi. Il problema fondamentale è l'incuria che gli abitanti, per abitudine e diseducazione, hanno verso questi luoghi meravigliosi in cui hanno avuto la fortuna di nascere. E questa, come tutte le fortune capitate casualmente, non è percepita come tale, e pertanto semplicemente ignorata. I maldiviani non rispettano il territorio su cui vivono. E non parlo del non raccogliere la cacca che i rari cani fanno sulle spiagge candide, quella sarebbe pure benedetta. Parlo dei sacchetti di plastica che galleggiano abbondanti in queste acque cristalline, vagando non solo vicino alle coste ma anche in mare aperto, problema non tanto per l'occhio viziato del turista quanto per lo stomaco delle tartarughe di passaggio.

Parlo dei rifiuti che non vengono trattati come potrebbero. Lo smaltimento dei rifiuti in un luogo simile è chiaramente un problema importante e di non facile soluzione. Ma da qui a bruciare plastica e mille altre schifezze, giornalmente, in roghi che al tramonto producono fumi oleosi e nerastri in riva al mare ce ne passa. Il tramonto, questo tramonto qui, meriterebbe ben altro incenso a profumarlo degnamente. Ma tant'è, non possiamo certo noi turisti passeggeri risolvere la situazione raccogliendo e radunando sacchetti di plastica che poi non sappiamo dove mettere vista l'assenza di cestini e soprattutto di procedure sane di smaltimento. Finchè gli abitanti non prenderanno coscienza di questo tipo di problemi, e finchè il governo locale non metterà in atto qualche provvedimento serio per contrastarli questa sarà la situazione. Qualche timido segno di cambiamento c'è, ma per il momento solo ventilato come buona intenzione dai gestori del turismo locale di piccolo cabotaggio, che più degli altri sentono il problema, se non altro perchè i loro ospiti se ne lamentano.

Ciò detto, la settimana a Gulhi è stata molto bella, godibilissima, tranquilla e rilassata, ma con tutte le piccole e grandi emozioni che un luogo simile può riservare. Dagli incontri mozzafiato sul reef, con murene, squali, meduse, torpedini, tartarughe e tutti i pesciolini di contorno, alle serate in cui il sole scende soffice, tra le risate dei bimbi che giocano nell'acqua bassa e calda, osservati dalle madri che fanno il bagno avvolte nei loro bbagnetto seraleingombranti veli neri. Gioie grandi come andare in barca in mezzo a centinaia di delfini che ti saltano intorno, lievi soddisfazioni come le saporitissime spremute fresche di papaya o di anguria, gustate al baretto, coi piedi nudi sul pavimento di sabbia del locale, in compagnia degli altri avventori che perlopiù vengono qui per masticare betel o bere nescafè. E piccole curiosità, come il cercare di capire la regolarità oraria del muhezzin che declama la preghiera del tramonto, o la visita al magazzino che conserva, nell'attesa della spedizione che avviene una volta alla settimana, i pesci tropicali vivi catturati qui nei dintorni e che andranno a dare un tocco di colore agli acquari delle sale di attesa di mille studi dentistici in giro per il mondo.

Approfittando dell'economicità della sistemazione peraltro quasi lussuosa (camera spaziosa e pulita, aria condizionata, un bel bagno fornito di acqua calda a ben vedere quasi inutile, insomma tutto cio' che serve e anche qualcosa che non, tipo la TV che non abbiamo mai acceso smile ) abbiamo perciò deciso di scialare un po' di risparmi accettando le escursioni che il piccolo resort ci proponeva come extra. I prezzi sembravano onesti (i prezzi indicati sono il totale, e non a testa) e le proposte attraenti. Abbiamo deciso di aderire all'uscita di snorkeling su altri atolli, alla sessione di pesca notturna, alla gita in mezzo ai delfini e ci sarebbe piaciuta anche quella più costosa, la mitica mattinata sull'isoletta di sabbia (Sand bank). Un po' di contrattazione, qualche malinteso, e alla fine la conclusione: avremmo fatto tutte e quattro le uscite, ma quella all'isoletta sarebbe stata offerta dal gestore come ringraziamento di avergli occupato una camera per otto giorni (fortuna per lui inconsueta, di solito i turisti di questo tipo si fermano pochi giorni perchè visitano più isole diverse)

I turisti a Gulhi non sono tanti. La spiaggia bikini free non è grande, ma spiaggia di Gulhinon è mai affollata. Un massimo di sei-sette ombrelloni, su una spiaggia bianchissima di fronte ad un mare dai toni verdazzurri assolutamente irreali. Nella settimana in cui siamo rimasti eravamo gli unici ospiti dell'Orchid Lodge, e siamo stati trattati davvero bene dai tre ragazzi che lo gestiscono con cura ed attenzione. A posteriori, anche avendo sentito i pareri di chi aveva visitato altre isole (ad esempio la vicina e già citata Maafushi) abbiamo fatto la scelta giusta. Ancora una volta, grazie Maddalena!

Comunque, torniamo a noi. Le cose da dire sulla nostra settimana a Gulhi sarebbero come al solito troppe. Necessita una sintesi, anche se questo non è proprio il mio forte. Allora, visto che ho più o meno descritto l'andazzo generale (vita a piedi nudi, materassino, asciugamani, ombrellone e sdraio assicurati su una sabbia candida e perciò neanche ustionante anche a mezzogiorno, acqua tiepida come quella delle uova sode lasciate a raffreddare nel pentolino, pescetti colorati a pochi centimetri dalla maschera subacquea), cercherò di riassumere le esperienze salienti, cioè le escursioni fatte con l'organizzazione dell' Orchid Lodge.

Prima: uscita di snorkeling. Più di tre ore (che sembrano poche, ma se le fai alla fine ne hai a basta) di barchetta, tuffo con maschera e pinne, barriera corallina sempre diversa, pescetti colorati, madrepore, e questo genere di cose, accompagnati da una guida molto gentile ed accomodante, senza "fai questo e non fare quello", cosa che ho sempre detestato. Una bella uscita. Purtroppo (ma per colpa del caso e di nient'altro) non allietata da incontri particolari in acqua, ma l'inseguimento di una tartaruga giù tra i coralli rimarrà come ricordo di questa giornata.

Tramonto

Seconda: Spedizione di pesca notturna. Parental advice, General warning e altre stronzate all'americana: Questa è una sezione non adatta ai deboli di cuore, protezionisti, vegani, animalisti et similia: si parla di pesca e perciò di uccidere esseri viventi in maniera crudele e per il piacere di farlo e di cibarsene. Chi è contrario può saltare al capitolo successivo e soprattutto è pregato di non rompere le balle con commenti piagnucolosi, in quanto preventivamente avvertito.

Partiamo verso le cinquemmezza del pomeriggio, il sole dopo poche miglia di navigazione è sulla linea dell'orizzonte. Un tramonto bellissimo sull'atollo di Antarara, prossimo a Gulhi e sede di tre Resort molto ben quotati da Tripadvisor. Proprio in un "pass" prossimo all'atollo, ci fermiamo e prepariamo (anzi, i nostri due anfitrioni, il capitano della barchetta ed il mozzo (ma i ruoli erano ampiamente intercambiabili) preparano) l'attrezzatura necessaria. Forse non tutti sanno cos'è la pesca al bolentino, una tecnica molto rudimentale che richiede solo una lenza, un piombo ed un amo. E' una pesca emozionante perchè non essendo mediata dalla canna si basa sulla percezione diretta dell'abbocco del pesce, quando senti la lenza che ti trasmette piccoli strattoni direttamente sul dito che la regge fuoribordo.

Maddalena non è certo avvezza, ma impara in fretta i rudimenti di questa barracudapratica antica. Io pescavo al bolentino nel mare di Sanremo cinquanta anni fa, e per me è un ritorno quasi onirico ad un tempo di favole, giochi e nuove esperienze. Inneschiamo con abbondanti pezzi di pesce fresco gli ami che a me sembrano sproporzionatamente grandi per le prede che vorremmo catturare. Qualcosa "pitta", si sentono i morsi dei pescetti che strappano l'esca dall'amo senza rimanere impigliati all'arpioncino con cui lo stesso termina. Dopo una ventina abbondante di minuti trascorsi in tentativi infruttuosi, e qualche piccola preda, in una bonaccia piatta e con una fascinosa luna quasi piena che illumina le nere acque circostanti, il capitano decide che questo non è il posto giusto. Noi siamo un po' delusi, l'atmosfera però è stupenda: l'odore del mare e la brezza serale ci danno qualche brividuccio. Un asciugamani sulle spalle risolve i problemi, gli spruzzi delle onde durante la navigazione sono tiepidi, e tutto sembra un piccolo sogno irreale. Ci fermiamo poco più in là, a meno di un quarto d'ora di navigazione.

Qui il capitano getta la piccola ancora, ed inneschiamo di nuovo i nostri quattro bolentini, attendendo fiduciosi. Dopo pochissimo sento qualcosa tirare abbastanza forte, strappo e cerco di tirar sù. La lenza in un primo momento è lasca: forse non l'ho preso, qualsiasi cosa fosse. Poi però lo sento di nuovo, sembra tirare forte. Se nuota nel senso della lenza sembra non esserci più, ma di tanto in tanto nuota contro, e tira di brutto. Io cerco di recuperare, e dico che secondo me è un bel pesce. Pian piano lo sento venir su, poi lo vedo. E' un piccolo (per la sua specie) ma grosso (per le mie aspettative) barracuda, di oltre 50 cm. Sono felice come un bimbo, è un bel pesce. Il barcaiolo non me lo fa toccare, lo toglie lui dall'amo perchè teme mi possa mordere.

Dimenticavo pesca notturnadi dire che le regole dell'uscita di pesca notturna hanno un interessante cavillo: quello che peschi te lo puoi portare a casa (all'albergo) per magnartelo. Il che male non fa. Già mi vedevo il mio barracuda arrostito fumare nel piatto, anche se questa non era una gioia paragonabile al fatto di averlo preso. Ma la cosa non finisce qui: il barracudino è stato solo il segnale di avvio di una piccola pesca miracolosa, che è proseguita con la cattura di un buon numero di prede da parte di tutti noi. Era bellissimo osservare Maddalena, insieme eccitata e divertita ma anche un po' ritrosa. Quando tirava su un pesce era difficile capire se fosse maggiore la gioia per averlo preso o il timore di toccarlo, ed anche in questo caso il timore era un misto di paura per eventuali morsi/punture e schifo per la viscidità e l'odore. Il mozzo ha cominciato ad innescare due ami per volta, e a tirar su due pesci per volta. Pian piano il fondo della barchetta si riempiva di prede variopinte, e bisogna dire che almeno un quarto delle prede venivano rigettate in mare in quanto non buone da mangiare o troppo piccole.

Al porto, al nostro arrivo, si era radunato un piccolo gruppo di curiosi, che erano stati avvisati via cellulare dai due marinai della nostra barchetta del risultato positivo dell'uscita, ad ammirare l'abbondanza del bottino. Amey, il ragazzo dell'albergo, si è complimentato con noi dicendo tutto fiero agli astanti che lui lo sapeva che gli italiani erano buoni pescatori. Ci ha fatto scegliere quello che volevamo mangiare a cena il giorno dopo. Non potevamo non prendere il barracuda, ed insieme a quello abbiamo scelto i due più grossi "red snapper" (quei bei pescioni rossi che vedete nella foto, che si sono rivelati squisiti alla brace). Ai pescatori sono rimasti, oltre al pagamento per l'uscita, una quarantina di pesci, e credo che anche per loro la serata sia stata positiva smile.

Terza: La terza doveva essere l'uscita a vedere i delfini, ma il ragazzo dell'albergo, con una onestà professionale ammirabile, ci ha detto che non ci avrebbe fatto uscire "allo sbaraglio", col rischio di pagare la gita e non vedere i delfini. Perciò, giorno dopo giorno, l'uscita veniva rimandata fino a quando gli informatori del nostro anfitrione Amey avessero dato notizie positive sull'avvistamento dei cetacei.

Al giovedì, perciò, abbiamo deciso di fare l'uscita gratuita offerta dal nostro alberghetto, sul banco di sabbia deserto e solitario. Partiamo la mattina alle 9 con il motoscafo su cui vengono caricate due sedie a sdraio, un ombrellone, un tavolino e pochi generi di conforto. Noi in partenzasaliamo con al seguito la nostra immancabile attrezzatura da snorkeling e le creme solari d'ordinanza. Arriviamo presto in questo posto che definire da cartolina è riduttivo: una macchiolina di sabbia bianca nel mezzo del mare turchese nel mezzo di un piccolo atollo nel mezzo del mare blu nel mezzo del grande atollo di Male Sud. Qui siamo accolti dagli unici abitanti: gabbiani ed altri uccelli marini che quando il motoscafo si avvicina alla sabbia si alzano in volo e svogliatamente ci lasciano il posto. Amey scende dalla barchetta, pianta l'ombrellone nel mezzo dello sputacchietto di sabbia, ci piazza sotto il tavolino e le due sedie a sdraio, e se ne torna sulla barca, a chiacchierare col capitano e ad attendere l'ora della ripartenza, non senza averci ricordato che un nostro cenno sarebbe bastato a richiamare la sua attenzione per qualsiasi cosa di cui avessimo potuto aver bisogno.

Un po' increduli per la bellezza e la particolarità del posto, iniziamo a fare foto per avere prove concrete, al ritorno, di esserci stati. Subito dopo ci tuffiamo nell'acqua verdazzurra con le pinne e le maschere, per un primo "tour" sulla parte settentrionale del reef esterno del piccolo atollo. Dopo un'oretta, sazi di questo primo assaggio di coralli e pescetti, ci trasciniamo sulla bianca spiaggia corallina, abbacinante per la luce del sole del mattino. Qui, sotto l'ombrellone conficcato nell'ombelico dell'isoletta, Amey ci fa trovare gli asciugamani sulle sdraio, tè freddo e un po' di frutta per il relax.

Riflettiamo sulla nostra fortuna ad essere qui, da soli, con il tempo bello. Ci godiamo ogni piccolo momento, non sappiamo neanche bene cosa o chi ringraziare per questa nostra buona sorte: non dio, essendo atei, non la nostra particolare intelligenza o bravura essendo stupidi ed umili, e allora ringraziamo il caso, la grande ruota cieca della fortuna e sfortuna, e non ci pensiamo più. Un velo di pessimismo mi fa anche pensare che forse saremo tra gli ultimi a godere di questo piccolo paradiso. Sono infatti convinto che ciò che si dice sul riscaldamento globale e sul conseguente innalzamento del livello dei mari abbia più che un fondo di verità. E penso che basteranno 30 cm in più di livello medio delle acque per far sparire questo piccolo gioiello insieme a tanti altri.

Dopo questi pensieri oziosi ripartiamo per la seconda parte dello snorkeling con l'obiettivo di completare il periplo del reef esterno, girando stavolta sul lato sud, sempre a favore della leggera corrente che ci trasporta senza trascinarci. Poco dopo aver iniziato, incrociamo una grande barca, un dhoni in stile maldiviano, che trasporta una allegra banda di turisti asiatici (forse coreani, meno probabilmente cinesi), che ci salutano dal bordo. isolettaLa barca si avvicina pericolosamente e dobbiamo scansarla, mi accorgo che mentre noi ci allontaniamo verso est quelli gettano l'àncora, la nostra solitudine è finita. Ma l'egoismo non è il nostro forte, sull'isoletta ci staremo tutti. Non ci curiamo più dei coreani e terminiamo il nostro secondo giretto.

Al rientro però una sorpresa sgradevole: i turisti si erano impossessati della nostra attrezzatura: due grasse signore asiatiche erano sdraiate sulle sedie, una piccola folla sotto l'ombrellone e sui nostri asciugamani. Mi stropiccio gli occhi per essere sicuro di aver visto bene, una scena del genere non ce l'aspettavamo di certo. Raggiungo Amey e chiedo spiegazioni. Il ragazzo, un po' confuso e molto dispiaciuto, mi dice timidamente che lui ci ha provato a dirgli che quella roba lì era nostra e che noi ci saremmo probabilmente alterati al rientro dal bagnetto, ma quelli avevano fatto orecchie da mercante. Fumi sulfurei mi cominciano a fuoriuscire dalle narici, gli occhietti mi diventano piccoli piccoli, mi rimbocco le maniche (immaginarie, vista la tenuta del momento) e parto verso l'ombrellone.

Ho detto a tutti, ai turisti ma anche e soprattutto ai loro accompagnatori maldiviani, cosa ne pensavo della faccenda. Ricordandomi le loro facce immagino che la mia non fosse delle più accomodanti, ma anche io, come le formiche, qualche volta mi incazzo. Hanno cominciato a balbettare ma noi non sapevamo... allora ho fatto avvicinare Amey e ho chiesto "lui mi ha detto che vi aveva avvisato, mente lui o mentite voi"? Insomma, meno male che non siamo venuti alle mani perchè nonostante la stazza dei maldiviani non sia erculea noi eravamo in evidente inferiorità numerica. A quel punto, sia perchè le tre ore della nostra escursione volgevano ormai al termine, sia perchè le balle mi giravano a 5000 rpm, abbiamo cominciato a smontare la nostra roba, l'abbiamo caricata e ce ne siamo ripartiti verso Gulhi lasciando i coreani e i loro accompagnatori a crogiolarsi al sole in quel posto incantato.

Mentre rientravamo Amey non poteva nascondere sorrisetti soddisfatti. Mi ha ripetuto due volte: "io glielo avevo detto che vi sareste incavolati, hai fatto bene a trattarli così, I'm very happy ". Poi ha iniziato a discettare sul fatto che lui gli asiatici non li sopporta proprio (neanche lui fosse un vichingo purosangue). In una specie di razzismo alla rovescia mitizza il comportamento degli occidentali (per lui soprattutto europei, perchè gli americani non bazzicano da queste parti) e ricorda tutti gli episodi sgradevoli che ha dovuto subire, quando faceva il cameriere, dagli "asiatici" (e capisco che lui intende gli uomini con gli occhi a mandorla, ed esclude evidentemente tutta la grande stirpe indiana). Rifletto sul fatto che la diffidenza razziale purtroppo non l'ha inventata Salvini, ma è ancestralmente radicata nella pancia della maggioranza delle persone, soprattutto quelle semplici (ma esistono persone "semplici"?). Mi riconfermo nel pensare quel che penso tutti i giorni leggendo post demenziali su Facebook: è difficile cambiare la pancia della gente con delfinola forza della ragione. Fine della storiella.

La quarta escursione, quella dei delfini, giunge inaspettata: ormai convinti che ce ne saremmo andati senza vederli, il penultimo giorno, mentre eravamo spaparanzati sulla spiaggia, vediamo Amey arrivare trafelato a dirci che i delfini erano proprio lì di fronte a noi, e se volevamo potevamo subito salire su una barca e andare a vederli. "Proprio lì dove?" chiediamo noi. "Ma come, sono proprio lì, non li vedete?" No, non li vediamo, ma di Amey ormai ci fidiamo abbastanza, anche se un leggero sospetto di bufala inventata all'ultimo momento per recuperare i 60 dollari dell'uscita ha attraversato (vergogna!) la mente di entrambi.

Ci precipitiamo sulla barca che Amey ci segnala, contrattata lipperlì col proprietario. Partiamo senza prendere nulla, lasciando la nostra roba sulla spiaggia. Purtroppo lasciando lì anche la batteria di ricambio della macchina fotografica che infatti subito dopo la partenza si scarica. Per questo non c'è documentazione fotografica dell'uscita, e me ne dispiaccio perchè è stata anche questa all'altezza delle aspettative. I delfini infatti c'erano, un branco molto numeroso, ed abbiamo cominciato a intravederne in lontananza il movimento e gli spruzzi subito dopo essere saliti in barca. Erano proprio vicini, nel piccolo tratto a maggiore profondità che sta tra il reef di Gulhi e quello dell'atollo disabitato a fianco.

Con la barca abbiamo iniziato un piccolo carosello, a bassa velocità, cercando di seguire il branco. Solo raramente i delfini sono venuti sotto la barca a divertirsi un po' con noi, ma il branco era spettacolarmente numeroso, e quando tutte le schiene si inarcavano e gli sbuffi come una grande ola procedevano dai primi del branco verso il fondo l'emozione era grande. Un paio di volte mi sono buttato dalla barca per cercare di raggiungerli, ma come ho detto non erano in vena di giocare con questi cappero di disturbatori rumorosi, e si tenevano ad una distanza che ci permetteva di godere della loro vista senza interagire più di tanto. Le due ore dell'escursione solo volate, e dopo qualche avanti e indietro del branco sul canale tra i due reef siamo ritornati alla spiaggia.

Un degno finalino per una vacanza difficilmente dimenticabile, almeno in questa sua prima parte. Domani si parte per Male, dove incontreremo il resto del gruppo per la seconda parte della vacanza, la crociera in giro per le isole, o "boat safari", detto all'inglese...

 

La crociera coi sub

Allora, affrontiamo la seconda parte che è stata la causa scatenante per il viaggio, e di questo siamo sicuramente grati al "Diving World San Marino" e più in particolare alla Piera e Tony ottimi organizzatori. Per i miei gusti (e non oso dire nostri, ma credo che Maddalena condivida buona parte delle cose che sto per dire) questa è stata la parte più controversa del viaggio. La crociera si è svolta su una barca di nome "Princess Handy", accompagnata nel suo viaggio da due imbarcazioni di servizio: un "dhoni", una imbarcazione di derivazione tradizionale maldiviana usata come appoggio per tutte le attivita' dei subacquei, ed un "dingy": Princess Handyun piccolo motoscafo fuoribordo che viaggiava al traino della Handy e veniva utilizzato per spostamenti di persone in fondali molto bassi (ad esempio per il trasbordo sulle spiagge coralline).

A fronte di una situazione logistica quasi perfetta (la barca era bellissima, l'equipaggio amichevole ma molto professionale, il capobarca Walter e la subcomandante Alessia persone amabili e capaci) qualcosa strideva, ogni tanto. Sarà l'effetto della vecchiaia che ci rende (me in particolare) critici e brontoloni, e nel contempo non giova alla socializzazione che in questi casi aiuta molto, sarà la diffidenza verso le situazioni stereotipe: non tutto è stato all'altezza delle aspettative, soprattutto delle mie. Ma anche qui andiamo con ordine, anche se organizzare i ricordi non e' facile come per la prima parte, e non so neanche bene spiegare il perchè.

Cominciando dalle impressioni generali e positive, una delle cose che mi è piaciuta di più è sicuramente la vita di barca. Un ambiente che, nel lusso della moderna sistemazione, conserva qualcosa di antico nella gestione degli spazi e dei tempi.

L'andare in giro scalzi per i ponti di legno, vivere in costume da bagno, dormire a lato di un oblò a un metro dalla superficie delle acque; il rumore basso e costante del motore, acceso al minimo anche di notte per generare energia e filtrare acqua marina, il movimento a volte impercettibile ma perpetuo del mondo che ti circonda. Ed il potersi alzare alle cinque e mezzo del mattino, in punta di piedi salire la scaletta che porta sul ponte principale per vedere l'alba rossastra mentre la nave si risveglia, il grande motore diesel tossisce i primi potenti sputi catarrosi dopo aver sonnecchiato al minimo per qualche ora, le catene delle ancore sferragliano trascinate dai motori sotto lo sguardo vigile del comandante. Scambiare due parole con Danilo che con gli occhi ancora socchiusi e assonnati come i miei ma con la stessa voglia di vivere ogni momento si dirige verso la macchinetta del caffè e poi si fuma la sua sigarettina soffiando nuvolette nella brezza tiepida del mattino, parlando di tutto e di niente, gustando insieme il piacere di questi piccoli momenti stupidi e non raccontabili. I ritmi scanditi dalla campana che raduna tutti i partecipanti, citazione di un'epoca remota in cui la vita era regolata da questi rintocchi, che richiamavano le persone nei campi per una genuflessione o per un pasto caldo. Anche in questo caso il richiamo metallico segnava i pasti principali e le occasioni di riunione, per le uscite, le immersioni e le escursioni.

Certo, mi sarebbe piaciuto di più se ci fosse stata una maggiore libertà di contatto col mare, un tuffo e una nuotatina ogni tanto nei momenti di ozio me li sarei fatti volentieri, ma la scaletta di risalita sul ponte posteriore a livello mare non era praticamente mai calata, e non mi andava di chiedere, a rischio di fare la figura dell'originale a tutti i costi e di rompere le balle a chi probabilmente La compagniaavrebbe dovuto svogliatamente vegliare sulla mia incolumità.

Le uscite di snorkeling insieme ai sub sono state di soddisfazione, anche se senza incontri particolarmente eclatanti: non abbiamo visto molto di più, in termini di quantità e varietà di fauna, rispetto a quanto già sperimentato a Gulhi. In crociera le uscite con maschera e boccaglio erano per noi un po' più sacrificate, naturalmente, trovandoci in un gruppo abbastanza numeroso ed eterogeneo in cui le capacità natatorie e la curiosità naturalistica variavano notevolmente. Io e Maddalena eravamo assatanatissimi come sempre, e non ci siamo persi nessuna uscita, sempre primi ad entrare in acqua e ultimi ad uscire, eguagliati solo dall'inossidabile Luciano con la sua maschera da Uforobot, un vero grande passista dello snorkeling di osservazione, un marciatore della superficie e delle onde che Abdon Pamich gli avrebbe fatto un baffo

Tra le altre note positive sicuramente c'è il cibo (e qui con Tony e la Piera si va sul sicuro). Di grande qualità, sempre fatto fresco, con qualche strizzata d'occhio alla cucina italiana, che per noi non è un particolare merito ma per la maggioranza degli astanti evidentemente sì, tutto preparato con materie prime eccellenti e ben cucinate. Il pesce la faceva da padrone, naturalmente, ma anche i noodles di stile indo-cinese. A colazione non mancava mai il mashuni, piatto tipico maldiviano a base di tonno affumicato, cocco grattugiato, cipolle e peperoncino. Per compiacere gran parte dei commensali non è mancata la serata pizza, con una sfilata di pizze e focacce cucinate a regola d'arte, cotte sul momento e in vari gusti. Un piatto memorabile, che abbiamo poi ritentato di fare a casa con minor successo (ma sbagliando si impara, la prossima volta verrà meglio) è la carbonara di tonno, in cui al posto della pancetta a dadini si usa l'ingrediente principe della cucina maldiviana: il fruttatonno essiccato ed affumicato di cui abbiamo fatto scorta in loco.

Fine della parentesi culinaria, torniamo alle gite ed escursioni. Sicuramente le due più attese erano le uscite notturne, una per incontrare le mante (Manta birostris, un animale di dimensioni considerevoli, dal fascino inquietante, con forme e movenze insolite), l'altra per un incontro ravvicinato con gli squali nutrice, animali che, pur nella loro innocuità incutono timore ed ammirazione. Personalmente ci tenevo soprattutto a incontrare una manta, animale che non avevo mai visto prima. Gli squali non sono per noi una novità, ma l'incontro con qualcuno di loro resta una delle emozioni più grandi che si possono provare in mare. Arriva pertanto la sera delle mante, programmata e prevista, così come ogni altro "evento".

Ci avviamo verso il luogo dell'appuntamento (lasciatemelo chiamare così), che risulta essere una laguna dal fondo sabbioso profonda una dozzina di metri. La barca si ferma a poca distanza da un'altra, simile, che è arrivata prima e si è messa in posizione. La grande lampada dei nostri vicini è già puntata sulle acque ferme e scure. Capisco come va la faccenda: una tecnica antica di pesca, che si faceva con le "lampare" ad acetilene nei nostri mari è stata riadattata a favore dello spettacolo turistico d'elite.

La luce di una grande lampada (al confronto le vecchie lampare sembrerebbero candeline da torta di compleanno) viene sparata a perpendicolo nell'acqua. La luce favorisce la concentrazione del plancton, che rende l'acqua illuminata quasi opalescente per il brulicare di miriadi di animaletti di dimensione quasi microscopica. L'alta concentrazione di plancton, primo gradino della scala alimentare marina, richiama gli animali più grandi che stanno ai gradini superiori. Tra essi le mante, che pur essendo enormi, così come gli squali balena e le balene stesse si cibano direttamente di questo pulviscolo nutriente invece di cacciare pesci di dimensioni maggiori. Insomma, un innocuo trucco manteche attira le mante per il piacere voyeuristico di noi turisti.

Nonostante l'organizzazione però, c'è sempre l'imprevisto, e le mante quella sera non si vedevano proprio. Tutto era pronto per l'immersione, ma niente mante. Tra gli astanti cominciava, come in un noto film di Fantozzi, a serpeggiare un certo malumore. Dopo una mezzoretta di attesa però ecco avviene il miracolo: qualcuno, rimasto pazientemente di vedetta ad osservare la luce che sprofonda nelle acque ormai lattiginose per la presenza di krill urla: "eccola! eccola!". Tutti si precipitano sul retro dove una manta sta volteggiando nell'acqua scura con le caratteristiche capriole all'indietro e l'enorme bocca spalancata a filtrare il cibo, che rimane impigliato e convogliato verso lo stomaco. Poi, mentre i sub si precipitano ad indossare la muta e gli snorkelisti maschera e pinne, dal buio profondo compare un altro di questi grandi fantasmi del mare.

Più che fantasmi in realtà mi ricordano l'iconografia dei vampiri, con il loro ampio mantello svolazzante, i due grandi rostri anteriori a ricordare i canini ricurvi, le movenze di volo leggero e lugubre. In cinque minuti i sub (che hanno la precedenza) sono in acqua con le loro potenti torce, e scendono quietamente verso il fondo sabbioso cercando di non sollevare troppo polverone per non rovinare lo spettacolo. Gli snorkelisti sono riuniti in una situazione più precaria, attaccati ad una cima che unisce la barca al dhoni, stipati come sardine, e io sono tra loro. E' bellissimo osservare i movimenti di questi magnifici animali che in alcuni casi vengono a sfiorarti, noncuranti della prossimità che a noi sembra talvolta eccessiva.

Io soffrivo invece la vicinanza dei miei compagni "sugherini" (così ci chiamano i subacquei, alludendo al nostro costante galleggiare). L'affollamento infatti ci costringeva a darci pinnate e manate, ad infastidirci l'un l'altro con le maschere. Le numerose immersioni in apnea di questa vacanza mi avevano inoltre lasciato un fastidioso mal d'orecchie che non mi consentiva di compensare, e di accompagnare le mante in basso, verso il fondo, come avrei voluto fare. In più la macchina fotografica subacquea ha smesso improvvisamente di funzionare. Per me, un disastro. La somma delle cose mi fa sprofondare in un malumore che lo spettacolo affascinante non riesce a scacciare. Dopo un quarto d'ora mi sembra che tutto sia molto ripetitivo, mi allontano dalla mischia, mi godo un po' di oscurità subacquea, un briciolo di brivido quasi in solitudine, per essere naturalmente richiamato all'ordine ("allontanarsi può essere pericoloso!" Ma se ero a tre metri di distanza...!). Insomma, mi sono riappacificato con le mante solo a casa, due mesi dopo, riguardandole mentre costruivo il filmatino che trovate in fondo alla pagina.

Il piccolo dramma della macchina fotografica si è poi risolto grazie alla generosità di Roberto e Simonetta, che mi hanno affidato per i giorni seguenti la loro compatta subacquea. Loro sono entrambi sub, e la macchinetta non può andare a grandi profondità, perciò va benissimo per la mia apnea dilettantesca, ma per loro è poco utilizzabile, per lo meno durante le immersioni. Non sarò mai abbastanza grato per questo gesto che mi ha risollevato l'umore e le sorti della vacanza, consentendomi di continuare a scattare le foto che trovate squalonella sezione di foto subacquee, che sono una delle mie soddisfazioni.

Passiamo all'altra uscita fonte di emozioni controverse, quella degli squali di Alimatha. Così si chiama il piccolo atollo su cui sorge uno dei complessi turistici più longevi e famosi delle Maldive. Qui è non dico facile ma sicuro incontrare il grande branco di squali nutrice che in queste acque vive e vedremo poi il perchè. Attracchiamo nei pressi dell'isola, ed alla luce della lampara posteriore, accesa anche stasera, fanno la loro apparizione due begli esemplari, che cominciano a girellare pigri, mostrandosi molto vicino alla superficie: quasi un piccolo show in nostro favore. La serata comincia bene, evidentemente. Maddalena vedendo la dimensione e l'aspetto dei pescioloni dice che lei non crede che verrà ad immergersi in mezzo a quelle bestie, ma io so che dice dice ma poi lo farà.

Il suono della campana di bordo ci raduna per l'uscita. Il sole è tramontato da un pezzo, ed il mare nero ha il fascino atavico del mistero minaccioso. Ci avviciniamo col dhoni, ognuno pronto nella sua mise da sub o da sugherino. Di fronte al pontile del resort di Alimatha c'è già un'altra barca, come normale. Mica abbiamo l'esclusiva, d'altra parte, no? Aspettiamo il nostro turno, ci affianchiamo all'altra barca e ci tuffiamo (prima i sub, naturalmente) nelle acque scure, illuminando il buio con i lampi delle torce che ci sono state gentilmente fornite dall'organizzazione.

Appena a bagno, cominciamo a vedere grandi carangidi che cacciano velocissimi sotto di noi, poi sento Maddalena che mi stringe forte la mano, con un brivido di terrore. Subito sotto di noi ci sono un paio di squali molto grandi, sicuramente intorno ai tre metri, che nuotano pigri. Li sfioriamo quasi da sopra. Sembrano non essere interessati a noi, e dopo poco sento che la tensione si allenta. Nuotiamo sulla superficie con le nostre torce che a mo' di spade laser fendono l'oscurità, incontrando altri fantasmi oltre agli squali nutrice: enormi trigoni, razze grigie, carangidi che in piena frenesia alimentare guizzano velocissimi. Lo spettacolo è affascinante, l'uscita gratificante, anche se soffre un po', come quella delle mante, dell'affollamento che ci costringe a stare tutti insieme per timore di perdersi, con la conseguenza di qualche piccolo scontro e pinnatina fastidiosa.

Prima di concludere racconto ancora un episodio che ci ha fatto sorridere per come spesso il destino ti riservi piccole sorprese, coincidenze inaspettate e rivelatrici. A riallacciare come in un anello di Moebius la fine della vacanza con il suo inizio, mentre rientravamo con la barca verso Male, il penultimo giorno, scopriamo che passeremo nei pressi dell'isola di Gulhi. Alessia ci dice che è prevista un'ultima sosta "da spiaggia" su un'isoletta piccolissima e deserta. Mi vien da pensare a quella uscita dall'Orchid Lodge al "Sand bank", ma mi dico che no, non può essere la stessa: era così minuscola... Probabilmente di posti del genere ce n'è a decine in questo pulviscolo di atollini ed isolette. Alessia, al nostro racconto, dice che probabilmente sì, è proprio lo stesso posto. Chiedo come si chiami e mi dice che loro la chiamano "Sexy Finolhu". Sorrido pensando come questo nome sia sicuramente più attraente di "Sand bank", e rifletto che, se veramente il posto è lo stesso, bisognerebbe mandare i gestori dell'Orchid isolettaLodge a scuola di marketing.

Avvicinandoci mi sembra di riconoscere il posto ed infine, quando con il dingy ricopriamo le ultime decine di metri ed i gabbiani ci lasciano svogliatamente il posto ritirandosi in buon ordine capisco che è proprio lo stesso. Mentre i nostri accompagnatori sistemano qualche ombrellone sulla sabbia noi ce ne andiamo, come una settimana prima, a fare un giretto con le maschere. Al nostro ritorno una seconda grande barca ha attraccato lì nei pressi e vomitato il suo carico di turisti. L'isoletta ormai ha una densità di persone per metro quadro da far invidia alla spiaggia 61 di Enrico il bagnino a Riccione. Come se non bastasse, a un tratto si materializza con grande fragore e spruzzi una moto d'acqua che porta sull'isola una coppia di giovani asiatici (coreani?) che contribuisce ad aumentare la percentuale di gas combusti nell'atmosfera e di gasolio nell'acqua. Con l'aria felicemente ebete, oltre a pavoneggiarsi per il privilegio di essere arrivati con un mezzo così fashionable i due ragazzi cominciano a far gara a chi usa meglio il selfie stick sbucato da chissadove. Come uno struzzo vorrei ficcare la testa nella sabbia corallina e non assistere a quello spettacolo, ma mi limito a scuoterla, fischiettando "Romagna mia" e riflettendo su quanto fossimo stati fortunati, una settimana prima, nonostante lo scippo dell'ombrellone...

Ora basta, chiudo veramente con un paio di riflessioni postume che mi hanno accompagnato nel viaggio di ritorno verso casa. Già mentre eravamo lì, ed a maggior ragione ripensandoci, mi sono chiesto se lo spettacolo delle mante o l'uscita con gli squali fossero molto diversi da una gita allo zoosafari di Fasano. La risposta è stata che forse no (mutatis mutandis, naturalmente). Quei pescioloni minacciosi stanno lì perchè il resort di Alimatha, che campa anche di questo, getta in acqua tutti i rifiuti alimentari e forse anche qualcosa in più, favorendo la concentrazione degli squali e degli altri grossi animali marini. La mente è andata veloce a quando, qualche anno fa, avevo visto un gruppo di stambecchi quasi domestici pascolare davanti al rifugio Giacoletti al Monviso. Animali selvatici che, allettati dalle bucce di mela e dal sale che i gestori del rifugio spargono sulle rocce circostanti, vengono attratti e vincono la ritrosia verso il genere umano in cambio di stambecchiun pasto saporito e a buon mercato.

La cosa mi era stata confermata dalla guida maldiviana che ci accompagnava nelle uscite di snorkeling. Chiacchierando degli enormi carangi che avevamo visto sbisciulare veloci tra i pigri squali nutrice, mi aveva spiegato che quelli erano gli stessi che avevamo mangiato a bordo in un paio di occasioni. Sono pesci buonissimi e carnosi, molto grandi, come le nostre ricciole, che appartengono alla stessa famiglia. Ci ha detto anche però che se li peschi lì davanti non sono buoni come quelli che prendi in mare aperto, perchè mangiano i rifiuti dell'albergo, e per questo hanno carni più grasse e meno saporite. Ora, al di là della disquisizione alimentare che lascia il tempo che trova, questa è una delle ragioni per cui il viaggio è stato un po' diverso da quel che mi aspettavo. Personalmente, e lo so che sono un criticone mai contento, ma sono fatto così, preferisco intravedere una manta da lontano, in mare aperto, magari senza neanche essere sicuro che lo sia, piuttosto che avere un'organizzazione perfetta che mi porta a vedere le mante nel posto giusto al momento giusto attraendole con mezzi artificiali. Lo stesso si dica per gli squali. Mi ha molto più emozionato la vista fugace di un pinna nera nel reef, o di un piccolo squalo nutrice addormentato sotto un corallo a fungo che non strusciarmi contro i grandi squali di Alimatha.

Per questo, in fondo, sono contento che l'uscita per vedere gli squali balena sia stata infruttuosa. Una piccola rivincita della natura contro l'ostinazione caparbia e ottusa dell'uomo che pensa di poter ottenere tutto in cambio di soldi. Abbiamo fatto avanti e indrè per più di due ore col dhoni, subito fuori dal reef esterno di Maamigili. In compagnia di altre barche turistiche che, come noi, cercavano invano di avvistare uno di questi magnifici animali. Niente da fare, tutti siamo stati beffati dal più grande pesce vivente, che evidentemente quel giorno non aveva voglia di mostrarsi. Non voglio neanche immaginare cosa sarebbe successo se ne avessimo avvistato uno: la ressa, le liti con gli equipaggi delle altre barche, gli spintoni etc. Meglio così, molto meglio così. Lo squalo balena rimarrà ancora, per me, la visione fugace che ne ebbi a Nosy Sakatia, in Madagascar, dove lo incrociammo per caso andando a cercare balenottere. Quella volta feci appena in tempo a buttarmi in acqua per vedere questa bestia imponente di sfuggita, mentre si inabissava lentamente con la sua corte di remore. Oggi, mi diceva Walter, alcune delle barche più lussuose sono attrezzate con un piccolo elicottero che si alza in volo per avvistare gli squali balena dall'alto, per poi dare istruzioni al capitano della barca su come raggiungerli. Auguro a Walter di avere una barca con l'elicottero, se è questo che desidera, per le prossime gite. Sono però contento che la "Princess Handy" non ne fosse ancora fornita wink

FG

Foto: in vacanza sull'isola di Gulhi

Foto: in crociera sulla "Princess Handy"

Foto: sott'acqua

Filmato subacqueo diurno: "Mannaggia li pescetti"

Filmato subacqueo notturno: "Demoni e fantasmi"