Tutti i pensierini.

Pensierino di Agosto 2017:

La pompa nell'orto

Sono sincero: non so quante persone, oggi, facciano uso del lucido da scarpe. Le scarpe sono cambiate, raramente ormai sono di cuoio, più spesso di stoffa o di materiale plastico o sintetico vario ed indefinibile. Il lucido da scarpe in fondo è ancora un prodotto abbastanza reperibile, ma non so per quanto: la sua posizione è sempre più ardua da scovare negli scaffali degli ipermercati, dove viene associato ad altri articoli di difficile collocazione o in via di obsolescenza, come il bicarbonato di sodio.

A casa ho un piccolo set per la lucidatura delle scarpe, comprendente due spazzole (una per i lucidi che danno sul marrone, l'altra per il blu e il nero), alcuni panni per la lustratura (anche questi divisi per colore) ed un minimo numero di cere nei toni più comuni (nero, testa di moro, marrone e neutro, che non tinge ma lucida solamente). E' un rito che di tanto in tanto ritorna: oggi ad esempio sono stato ad un matrimonio ed ho lucidato un vecchio paio di scarpe nere che dopo l'operazione sembravano (quasi) nuove.

Qualcuno dirà che sono un tirchio perchè invece di buttare le scarpe vecchie e comprarmene di nuove aspetto che si buchino prima di liberarmene. A queste persone ribattarei che purtroppo le scarpe non sono più fatte come una volta, quando anche se si bucavano non si buttavano, ma si risuolavano. Purtroppo oggi è molto più difficile, sia per la diversa tecnica costruttiva delle calzature che per la rarità del materiale e degli attrezzi necessari per gli interventi di riparazione, sia perchè, anche se si trovassero l'uno e gli altri, dal punto di vista monetario in generale non ne varrebbe più la pebrillna.

Il tema delle scarpe, che mi è venuto per tradizione familiare in mente per l'incipit di questo pensierino è naturalmente un pretesto per parlare di due cose diverse, legate da un filo di pensieri ed in fondo non troppo distanti. La prima è il tema del recupero, della durata, della ripulsa per lo spreco.

Il modello consumista ci vuole scialacquatori, è nato e si basa su questo paradigma. Più si consuma più si produce più si guadagna più si progredisce più ci si arricchisce più si è felici. Può darsi, ma non per me.

Potrò sembrare, come detto sopra, tirchio e gretto, ma se un'albicocca marcisce nel frigorifero lo noto e mi dispiace. Se avanza qualcosa della cena mi piace mangiare l'avanzo la sera dopo, non sopporterei di buttarlo. Lo so che a molti sembrerà banale, ma non immaginate quante persone conosca che gli avanzi semplicemente li buttano, senza neanche pensarci su, per abitudine. Credo che uno dei motivi per cui il concetto del riciclaggio e della raccolta differenziata fanno così fatica ad entrare nella mentalità comune sia semplicemente questo: il messaggio del riciclaggio è l'esatto contrario di quello che ci viene inculcato ogni giorno dalla pubblicità e dal modo in cui i beni sono costruiti e messi in vendita: sprecate, consumate (Berlusconi docet) sennò l'economia non gira, non c'è lavoro, la gente non guadagna e quindi non vive bene. Sarebbe come se Pavlov avesse somministrato ai suoi cani zuccherini e botte in maniera incoerente: non avrebbe ottenuto risultati, naturalmente.

Quando una trentina di anni fa un collega mi raccontò che le lavatrici ormai venivano costruite non in maniera da durare il più possibile, ma perchè si rompessero dopo un certo numero di anni (superiore a quello della garanzia, naturalmente) io istintivamente pensai ad un complottismo irrazionale tipo quello delle scie chimiche grilline (allora non c'erano ancora, ma il concetto quello era), ma col senno di poi devo ricredermi e dire che probabilmente il mio collega aveva ragione.

D'altra parte l'industria delle lavatrici, così come quella delle automobili, si sostiene solo se riesce a vendere sempre di più. E se le macchine (di entrambi i tipi) durassero troppo a lungo, il ricambio sarebbe dovuto solo a motivi estetici o ad aumentate funzionalità, troppo poco per sostenere un buon livello di produzione. Quindi è necessario che la roba si rompa. Non solo, ma è anche necessario che si rompa e che non si possa riparare (o che questo sia molto difficile e costoso), altrimenti lo scopo non sarebbe raggiunto.

Anche qui farò un esempietto recente che mi pare significativo. Venticinque anni fa abbiamo scavato un pozzo nel fazzoletto di terra annesso alla nostra casetta, per annaffiare orto e giardino senza usare acqua dell'acquedotto, come da regolamento regionale. Nel pozzo opera da una quindpompaicina d'anni una pompa sommersa del tipo che vedete illustrato a destra. La pompa è un cilindro che contiene il motore elettrico e la turbina che spinge l'acqua nel tubo di distribuzione, ed è corredata da una scatoletta (evidenziata in figura) che all'apparenza è un semplice interruttore.

Quindici anni di onorato servizio, poi la pompa ha deciso di abbandonarmi: non funzionava più. Dopo un minimo di controlli che non ci fossero problemi a monte, devo decidere: o cambio la pompa tutta quanta, o spero che il problema stia nella scatolozza dell'interruttore e sostituisco solo quella. Penso che probabilmente riuscirò a trovare lo scatolotto, sostituirlo e sperare che il danno sia lì, meglio che spendere 200 Euro per ricomprare tutta la pompa, senza contare il casino di togliere la vecchia dal pozzo e mettere la nuova. Comincio a vagare per negozi di hobbistica, giardinaggio e fai-da-te e ben presto scopro che lo scatolozzo non esiste venduto separatamente dalla pompa: o compro pompa-e-scatolozzo-insieme o niente.

Mi chiedo ma perchè l'hanno fatto separato se poi non si riesce a comprare il pezzo da solo e senza pompa? Ma già nel chiedermelo so che mi sto facendo una domanda del piffero, per non essere più volgare. Sto già per cedere ed immolare 200 Euro all'acquisto di una nuova pompa quando una ricerca su Internet mi rivela che gli scatolozzi separati si possono comprare, perchè c'è qualcuno che, come per i ricambi delle cartucce di inchiostro da stampanti, si è messo in questa nicchia di mercato. Il sito naturalmente non ti garantisce che il suo scatolotto vada bene PROPRIO per la tua pompa, non essendo un ricambio originale, per cui sono un po' cavoli tuoi... Un terno al lotto, insomma. Pero' 40 Euro invece di 200 (ed in piu' la prospettiva di non buttar via la pompa)...

Decido che vale la pena provare. Vado avanti con l'acquisto online e alla fine la spesa lievita intorno ai 60 Euro (l'IVA non era compresa inizialmente, poi c'e' la spedizione etc). OK, nell'impulso dell'acquisto schiaccio "invio" e decido di scommettere sulla bontà della soluzione. Tornato a casa, per curiosità provo ad aprire lo scatolotto. L'impresa si rivela tutt'altro che semplice: quindici anni vissuti in un ambiente sovrassaturo di umidità (la buca del pozzo) hanno ridotto le viti a grumi rugginosi, ma alla fine ce la faccio. L'interno rivela una struttura semplicissima: un interruttore di sicurezza ed un grosso condensatore elettrolitico, con tutti i fili di collegamento. Tutto qui. Ad una occhiata più approfondita, mi sembra evidente come il condensatore sia praticamente esploso, e quindi il problema probabilmente stia lì. Dopo aver fatto un paio di foto per la fase di eventuale rimontaggio decido di provare la strada del fai-da-te-estremo (una pratica borderline paragonabile alle raffinatezze del bondage sadomaso spinto): taglio i fili, scardino il condensatore deforme, me lo metto in saccoccia e comincio a vagare ramingo per le botteghe del piacere proibito in quel di Cirie'.

Dopo un paio di tentativi falliti in una rivendita di apparati elettrici ed in un negozio di componenti ed attrezzature elettroniche, la soffiata giusta, quasi clandestina : "Prova da Cottone". Ultima speranza. Entro nel negozio frequentato da massaie il cui frullatore non frulla più ed il commesso mi confessa con aria complice "Sì, forse ce n'è ancora..." Si tuffa nelle profondità degli antri sotterranei del magazzino (che immagino irti di insidie e misteriosi labirintici cunicoli) e ne riemerge col condensatore. 10 Euro. Non economico, ma accettabile.

A casa, freneticamente, faccio i collegamenti, ripristino i contatti, richiudo lo scatolozzo con viti nuove di pacca, incrocio le dita e chiedo a Maddalena che sta dentro casa dove c'è la centralina elettrica di azionare la pompa. La soddisschemafazione provata nel vedere l'acqua spruzzar fuori dagli innafiatoi non potete immaginarla. Ancora una volta qualcuno penserà che sia solo tirchieria, e io lo lascio pensare. Il mio attimo di felicità era in realtà dovuto (oltre alla naturale soddisfazione di aver vinto una sfida tecnologica peraltro piuttosto banale) al pensiero di non aver buttato via niente, se non l'unica cosa che era rotta (il condensatore). Lo scatolotto comprato online? Vabbè, un errore, me lo tengo di riserva (ho pensato lipperlì, poi invece ho annullato l'ordine ed ho avuto i miei soldi indietro, correttissimi! Un bel sito, molto fornito, mi sa che gli faccio un po' di pubblicità: si chiama utensileriaonline.it).

Insomma, i costruttori di pompe sommerse da una parte sanno che il condensatore è un punto debole del sistema (e quindi lo mettono nello scatolozzo con l'interruttore) dall'altra se quello si rompe ti costringono a riacquistare l'intera pompa (non tutti cercano lo scatolozzo pirata venduto separatamente, ancora meno sono probabilmente quelli che aprono lo scatolozzo e sostituiscono il condensatore).

Ammesso che qualcuno sia arrivato a leggere fin qui avrà sicuramente compreso il nesso tra l'aneddoto della pompa ed il lucido da scarpe. La cultura della riparazione e del riuso, della conservazione, della consumazione (delle cose, prima di buttarle) non è di gran moda, se non molto superficialmente. Tutti si riempiono la bocca di riciclaggio, di attenzione all'ambiente, di rifiuto dello spreco, ma poi quanti agiscono coerentemente? L'esperienza mi dice che dietro una falsa imbiancata di ecologismo prêt-à-porter la maggioranza delle persone agisce comportamenti che hanno nello spreco un'abitudine inconscia.

Ma certi modi di fare non ce li inventiamo noi (e qui arriva la seconda delle riflessioni del pensierino prendi-due-paghi-uno), l'educazione e l'esempio non sono invenzioni di genitori frustrati e beceri professori autoritari.

Il mio papà, tra i diversi e vari mestieri (tutti di livello operativo e con scarsa richiesta di bagaglio culturale o intellettuale, come la sua onorabile licenza di quinta elementare gli consentiva) aveva esercitato per un periodo quello di ciabattino (calzolaio è un termine troppo importante per quello che faceva: infatti riparava scarpe, non le costruiva). Tra le pochissime cose materiali che ci ha tramandato, ci sono un paio di attrezzi che gli erano rimasti da quello scampolo di vita lavorativa: una lesina ed un incudine da calzolaio, un attrezzo affascinante per la sua materialità e semplicità, la fattura artigiincudineanale e la geometria particolare, che sembra disegnata da Escher prima di bere un bicchiere di troppo.

Ma al di là dell'umile eredità degli attrezzi, un lascito sicuramente più importante è il ricordo di papà, che ormai aveva una attività lavorativa completamente diversa, con in mano la taglierina, la lesina, lo spago, la colla, il cuoio, a risuolare le nostre scarpe. L'odore lievemente inebriante del mastice, la meticolosità delle rifiniture, la difficoltà ed anche la fatica delle cucitura di materiali così diversi da stoffe e trine, l'impegno nel manovrare chiodini minuscoli, martellati con impressionante precisione e con riguardo ai piedi di chi avrebbe dovuto calzare il risultato non si dimenticano facilmente.

E l'eredità rimane, mutando i modi, adeguandosi ai tempi ed alla situazione sociale ed economica completamente diversa e stravolta. Il sangue non è acqua, si cambia e si conserva, si (r)innova ma le radici sono lì, e scardinarle non è facile (ma neanche desiderabile, se le si considera accettabili).

Il pensierino stavolta vien fuori nostalgico e non dialettico e polemico, e va bene così.

Ancora pensando alle eredità comportamentali, senza tentare analisi dei risvolti caratteriali di fondo, che richiederebbe capacità psicoanalitiche che non mi arrogo di certo, l'ultimo raccontino autobiografico in tema, giusto per tornare alla pompa. I miei genitori hanno una storia contadina, ma la fame ed il desiderio di campare in maniera decente li portarono ad emigrare verso la vita cittadina, lontana dalle origini non solo geograficamente. Senza terra, aia, filari e boschi, ma al quarto piano (senza ascensore) di un edificio anni 50 di edilizia similpopolare nella periferia sanremese. Non rimpiangevano esplicitamente la vita in campagna, come chi, sapendo di aver fatto la scelta giusta, ne sopporta con gratitudine anche le conseguenze negative. Ma la campagna è rimasta nel cuore di entrambi, ed ogni volta che hanno avuto l'occasione di poter lavorare un pezzettino di terra (mai in proprio, sempre in proprietà altrui) l'hanno fatto con piacere e grati degli scarsi frutti che riuscivano a ricavarne.

Quando 28 anni fa con Maddalena decidemmo che era giunta l'ora di comprarci una casa, il fatto di avere un pochino di terra nostra fu un elemento che ci fece decidere nella scelta, ed io già mi vedevo il mio tovagliolo di terreno (fazzoletto sarebbe una ripetizione) con l'insalata e le piante di pomodori. A dire oggi che ho un orto quasi mi vergogno, ormai è una moda peggio dei pilates e della zumba. Oggi chiunque abbia un balcone butta via soldi per comprarsi fioriere, terriccio, attrezzi, sementi, innaffiatoi per il suo orto-sul-terrazzo, che fa tanto figo e che tra due anni sarà dimenticato, in gloria al consumismo usa-e-getta e con spreco di tutta la suddetta attrezzatura che deperirà in una qualche discarica, son pronto a scommetterci.

Dal 1989 non ho saltato un anno. Per una quindicina di anni con l'aiuto molto saltuario di papà, che le rare volte che veniva a trovarci lo faceva anche perchè poteva metter mano a dissodare il terreno in primavera o piantare i pomodori; ormai purtroppo lo faccio da solo. Ogni stagione rinnovo il piacere di tornare dal lavoro, da maggio a settembre, per mettermi a ravanare la terra a mani nude per strappare le erbacce, legare le melanzane, scacchiare (non è una parolaccia) i pomodori e raccogliere i fagiolini, fino a che viene buio. Non ci posso far niente, è una cosa che ho dentro, e che probabilmente non trasferirò ai miei figli come ha fatto mio padre con me. Vuol dire che loro (i miei figli) si porteranno qualcos'altro, di mio. Non so se l'esempio, l'emulazione o il desiderio di provare qualcosa di nuovo hanno spinto un paio dei miei vicini, negli anni passati, a lavorare un pezzettino di terra del loro giardino, ma è durata poco, il giardino è ben presto tornato prato inglese, molto meno faticoso da manutenere .

Insomma, queste divagazioni (che non sono altro, come al solito, che la risposta all'impulso di scrivere qualche belinata per il piacere di farlo) non sono rivolte a predicare l'autarchia produttiva (non sono un illuso sognatore) nè il pauperismo come soluzione escatologica alle miserie del vivere moderno. Ma credo che un pò di attenzione ai consumi, cercare di evitare gli sprechi, ricordare che il mondo non è la nostra pattumiera ma la nostra casa male non possa fare...

FG

P.S. Ancora oggi, quando telefono a mia madre, spesso la prima cosa che mi chiede è "Come va l'orto"? risata

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Commenti ricevuti:

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Il 04 Agosto 2017 alle 12:14:39 FG Ha commentato:
Ci sto provando, giuro! (anche se non sempre mi ricordo). D'altra parte, biblicamente, "chi e' senza peccato..." O, con un vecchio proverbio spesso citato da Nonna Dina "Solo Iddio e' senza difetti"...
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Il 04 Agosto 2017 alle 11:37:06 Madda Ha commentato:
Quanto mi piace mio marito quando non polemico!!! Poi, se imparasse a tenere chiusa l'acqua mentre si spazzola i denti (e l'aprisse solo per sciacquarli!) allora sarebbe anche coerente e tutto sarebbe perfetto!!! :-)