Tutti i pensierini.

Pensierino di marzo 2020:

Te le lavoro io!

Grazie al teribbile coronavirus si preannuncia un lungo periodo di permanenza in casa o comunque di scarsi rapporti sociali e trasferte, insomma un periodo ideale per la riflessione ed il ricorso a passatempi al riparo dal contatto potenzialmente letale con vapori e spruzzi di aliti umani infetti. Ne approfitto per raccontare, con la mia solita prolissità per passar più tempo, un evento tra i più importanti della mia vita che ha fatto da sfondo alla quasi profetica anticipazione di un tema che mi avrebbe accompagnato nella carriera lavorativa ed era destinato ad esplodere proprio in questi giorni concitati, febbricitanti e tenebrosi, infettati da miasmi venefici più culturali ed intellettuali che fisici.

Correva l'anno 1988, era una sera di fine aprile ed io, dopo oltre due anni (diconsi due anni) di attesa nelle liste della miracolosa sanità pubblica italiana (e non sto celiando, come i risultati avrebbero poi dimostrato) ero stato convocato per il ricovero all'ospedale di Bologna per essere sottoposto ad un difficile intervento chirurgico di consolidamento della mia disastrata colonna vertebrale. La suddetta colonna era infatti cresciuta nei primi 34 anni della mia vita seguendo un percorso più simile al tracciato di una tortuosa strada di montagna che non a quello di un rettifilo autostradale.

La trafila si preannunciava molto lunga, l'operazione avrebbe dovuto essere preceduta da un periodo di preparazione fatto di stiramenti del busto del tutto simili per tecnica, se non per violenza, agli smembramenti per trazione illustrati da alcune trucide miniature di torture medievali, e seguita da un lungo periodo di ingessatura ed immobilità, con conseguente impossibilità di recarmi al lavoro per un periodo di luntorturaghezza imprecisata, ma sicuramente per molti mesi da quel momento.

Per questo motivo avevo preparato la mia partenza con accuratezza, al lavoro avevo cercato una persona che potesse adeguatamente sostituirmi, l'avevo istruita, e nel contempo visto che l'ambiente di lavoro era per me molto piacevole e frequentato da persone cui ero legato da sincera amicizia avevo organizzato con l'aiuto di Maddalena una bella cena di "arrivederci" invitando la cerchia di colleghi cui ero più legato affettivamente.

Quella sera la ricordo molto bene anche perchè fui sorpreso nel ricevere dagli invitati uno dei più bei regali della mia vita, che qui non disvelo e che sarà oggetto di un raccontino/pensierino separato che coccolo nella testa da tempo. Dopo le abbondanti libagioni, i baci, gli abbracci, e gli arrivederci con gli occhi umidi, venne il momento di partire per Bologna accompagnato solo dall'amore infinito di mia moglie e della mia bimba allora neanche bienne, che per più di tre mesi vennero a rincuorarmi regolarmente durante la trasferta nel vetusto nosocomio felsineo, l'Istituto Ortopedico Rizzoli.

Fui operato il 25 luglio, nella canicola quasi agostana, e feci i primi 20 giorni di degenza nel pieno dell'afa, ma il ricordo di quel periodo fatto di dolore e immobilità, di sangue sulle lenzuola, catetere uretrale e flebo conficcate negli avambracci, è addolcito dal ricordo della felicità per la perfetta riuscita dell'operazione, del sorriso e della vicinanza delle mie due donne e della speranza, in seguito avveratasi, in una vita nuova fatta di maggior libertà di movimenti e di assenza delle angustie e dei dolori cui ero abituato fin da ragazzino e che erano divenuti insostenibili negli ultimi anni.

Venne il momento più importante per me, era intorno a ferragosto (il giorno non lo ricordo esattamente) e mi portarono in sala gessi, dopo 20 giorni di immobilizzazione a letto, per confezionarmi un abitino di gesso che, attaccando subito sopra il bacino (poggiava sulle anche) stringeva tutto il busto, aveva due buchi per le braccia a mò di canotta ma era molto accollato, somigliando più ad un maglione dolcevita che mi reggeva il mento e la capa costringendomi ad uno sguardo perennemente rivolto verso l'alto. Come in una preghiera di ringraziamento per la maestria del chirurgo che mi aveva raddrizzato la schiena a suon di seghetto, martello e scalpello, come un vero carpentiere delle ossa, senza ledere alcun nervo (praticamente, un miracolo). E tutto questo è naturalmente solo un lungo prologo per venire al punto.

Le ferree regole amministrative allora vigenti nella mia azienda impedivano ad ogni persona che avesse anche solo il mignolo sinistro ingessato di varcare l'ingresso del posto di lavoro, pena il licenziamento. Immaginatevi se io col mio cappottone (in)gessato potevo pensare di recarmi al lavoro... Lavoro che peraltro avrei potuto agevolmente svolgere al 95% dell'efficienza, visto che si trattava di impegno impiegatizio basato su studi, rapporti, relazioni al computer e tutto quello che un giovane ricercatore nel campo informatico faceva 32 anni fa.

Il lavoro mi piaceva molto, e la prospettiva di attendere quattro mesi o più a casa col gesso fino alla gola senza poterlo riprendere mi procurava uggia e sconforto. Tra l'altro avrei perso tempo prezioso per l'aggiornamento in un campo (lavoravo sul tema delle reti informatiche) che evolveva molto rapidamente. Correva voce che in America stessero usando tecniche che promettevano miracoli (come si chiamava? Ah, già, Internet o qualcosa di simile). Così, aiutato anche dalla specificità del lavoro che svolgevo, pensai di tentare un'impresa non semplice: convincere i miei superiori e la mia azienda che avrei potuto essere utile (in realtà proprio lavorare) anche da casa!

Azz, direte voi, e che ci vuole? Con un PC, la Rete, la connessione fissa o mobile. Già. Peccato che nel 1988 i PC erano merce rarissima, quasi inesistente, la telefonia cellulare, il wireless, la stessa Ethernet avevano da venì, Internet muoveva i suoi primissimi passi sperimentali in America ma in Europa nessuno ne aveva ancora sentito parlare, e la trasmissione dati su rete telefonica era un tema pionieristico studiato per collegare le filiali delle banche alle sedi centrali, mica dei pirletta che avevano lo sfizio di lavorare da casa. Ma poi, chi cazzo glielo faceva fare, a uno, di voler lavorare da casa? Goditi il tuo gesso e stai tranquillo, che quando dovrai rientrare (e sarà sempre troppo presto) saran dolori...

Insomma, visto che comunque ero un privilegiato che lavorava proprio nel campo delle reti telematiche, riuscii (con l'aiuto fondamentale del mio capo di allora: una grande persona, acuta e lungimirante) a convincere gli apparatčik della burocrazia aziendale a fornirmi, sotto la mia totale responsabilità e quasi sottobanco, un videoterminale (ripeto, i PC quasi non esistv22evano) ed un modem V22, allora il top di gamma, in grado di raggiungere la stratosferica velocità di 1200 bit al secondo (ma solo se la linea telefonica era di buona qualità).

Oggi tutti fanno finta di sapere cosa sono i "Giga", o per lo meno sicuramente tutti ne parlano. Se io chiedessi ad una persona qualsiasi "Ma quanto tempo ci vuole a scaricare uno di quei famosi Giga su un modem a 1200 bit al secondo?" probabilmente non molti avrebbero un'idea neanche vaga della risposta. Allora ve lo dico io: per avere uno di quei famosi giga trasferiti dal computer dell'ufficio al mio videoterminale (che peraltro non avrebbe mai saputo che farsene) ci sarebbero voluti oltre 77 giorni di trasmissione ininterrotta, giorno e notte. Se avessi dovuto scaricare un giga, in pratica, ci sarebbero voluti i tre quarti del tempo che avrei dovuto rimanere a casa ingessato...

Ma allora non c'era bisogno dei giga(byte), e neanche dei mega, non si trasferivano non dico video ma neanche fotografie: mi bastava avere la possibilità di leggere documenti, e di scriverne a mia volta, interagendo con i computer che erano in ufficio. Perciò, per quattro mesi abbondanti, fino a fine gennaio 89, rimasi a casa, e col mio modemmino a 1,2 Kbit/s scrivevo quel che dovevo scrivere e leggevo quel che dovevo leggere.

Fortuntamente a febbraio iniziò la fase 2 della convalescenza, in cui il gesso fu sostituito da una specie di armatura di plastica e metallo che era come il gesso dal punto di vista funzionale finchè indossata, ma essendo incernierata dorsalmente e smontabile frontalmente poteva essere rimossa almeno per andare a dormire. Ricordo che ci fu qualche consulto tra l'amministrazione ed il medico aziendale sulla mia possibilità di ritorno al lavoro dentro quel carapace artificiale, ma fortunatamente, non trattandosi di gesso ma di "protesi rimovibile" mi fu consentito il ritorno alla scrivania, anche se faticoso.

Aggiungerò un piccolo aneddoto (anzi, due) che c'entrano poco col tema principale della chiacchierata, ma che ricordo con un sorriso. A maggio di quell'anno feci il mio primo viaggio di lavoro in Cina a Pechino, pochi giorni prima degli eventi di Piazza Tiananmen, per un progetto che durò poi per ben sei anni. Due episodi legati alla mia protesi di plastica e acciaio li ricordo con particolare lucidità. Uno all'aeroporto di Pechino, quando dissi che non avrei potuto passare sotto il metaldetector perchè mi avrebbe probabilmente polverizzato con un raggio laser immaginando che stessi cercando di nascondere un carrarmato sotto i vestiti. La polizia aeroportuale non sapendo che fare mi portò in una cabina dove fui fatto svestire e mostrai l'armatura che mi faceva assomigliare ad un Ironman ante-litteram. Lo stupore delle guardie non si limitò alle bocche spalancate e ai sospiri di ammirazione per le tecnologie mediche occidentali, ma richiamò un piccolo drappello di colleghi che venivano convocati ad ammirare l'opera architettonica. Superato non senza imbarazzo lo sguardo curioso dei poliziotti dell'Aeroporto Internazionale di Beijing il problema vero venne la sera, quando all'albergo, al momento della buonanotte, mi resi conto che avevo dimenticato un attrezzo fondamentale: il piccolo cacciavite che mi serviva per togliere le viti dalla parte anteriore del carapace per poterlo aprire e quindi togliermelo e coricarmi. Allora senza perdermi d'animo andai alla reception e chiesi per favore se me ne potessero procurare uno. Il mio inglese era men che passabile, ma sfortunatamente quello dei receptionist era inferiore al mio (e questo non è cambiato dopo oltre 30 anni, posso testimoniare) perciò dovetti far ricorso al piccolissimo vocabolarironmanietto inglese-cinese che mi ero procurato. Ricordo ancora come si dice cacciavite in cinese: Luo-si-dao. Non l'ho mai dimenticato... smile

Bene, torniamo a bomba all'argomento principale, origine della oziosa meditazione e di tutte le divagazioni laterali. Questo tema della possibilità, in moltissimi casi, di essere efficace nel lavoro anche senza per forza ogni giorno doversi recare in un edificio lontano da casa, con conseguente spreco di energie e risorse, mi rimaneva come un tarlo, nel retropensiero. Evidentemente farlo nel 1988 era una specie di vezzo possibile solo per una elite tecnologica, impensabile da esportare ad altre realtà lavorative. Ma dopo il 1988 presto arrivò il 1995 con l'esplosione di Internet, il Web, i modem a 48 Kbit/s (già quaranta volte più veloci di quello che avevo usato io), i PC divenuti la normalità su ogni scrivania.

Poi arrivò il 2000, con l'ADSL e la possibilità di comunicare via audio e video su Internet. Ricordo l'entusiasmo con cui nei primissimi anni 2000 lavorammo, sotto la mia responsabilità diretta, ad un progetto di multivideoconferenza su Internet. Skype doveva ancora nascere, ma anche il nostro software funzionava niente male, e ci consentiva di evitare viaggi aerei facendoci parlare ed interagire coi colleghi romani nelle nostre riunioni da remoto. Ma erano anni ricchi, ed il tema dei risparmi aziendali non era un tema importante. In fondo, se puoi andartene da Milano a Palermo per una riunione di lavoro, con contorno di giro per la città, assaggio del rinomato cibo di strada o (per i più viziosi) cena in ristorante stellato rimborsato dalla ditta chi te lo fa fare di stare dietro la tua scrivania e il tuo PC a videointeragire col tuo collega siculo? E finchè le vacche sono grasse, va tutto bene.

Pochi anni e arrivò anche il 2008 e la grande crisi, ed il tema del telelavoro ritornò non dico di moda (era ancora neanche una nicchia, ma un argomento affrontato solo in via teorica da fini pensatori visionari e futuribbili), ma se ne riparlò. E lì ebbi la seconda esperienza reale, a 20 anni di distanza dal mio modemmino a 1200 baud. Nel 2008 fui trasferito (uno dei miei ultimi passi nel lungo cammino verso la pensione) in una zona per me diversa e molto interessante di Telecom Italia: i laboratori di testing.

Qui un altro capo che ricordo con grande ammirazione e rispetto aveva molte idee innovative e, nel suo piccolo, rivoluzionarie. Era arciconvinto, dodici anni fa, che il telelavoro fosse un'ottima idea. Ne era talmente convinto che aveva a sua volta convinto una riluttante dirigenza ad attuare un test (lui che era a capo dei Testing Lab), con tanto di misurazione dei risultati e verifica di efficienza e produttività. I Testing Lab di Telecom Italia furono perciò in quegli anni un esperimento pioniere, e se non fu il primo (questo non posso dirlo) fu certamente quello più significativo, perchè coinvolgeva un settore di importanza strategica di un'azienda leader a livello nazionale.

Quando fui trasferito nei laboratori Carlo mi parlò di questa iniziativa cui io, come tutti gli altri, avrei potuto volontariamente aderire oppure no. Lo feci in maniera entusiastica, anche ricordando con nostalgia i miei pomeriggi dietro al vecchio videoterminale VT100 piazzato sul comò in camera da letto (non avevo una scrivania a casa nel 1988) accanto al modem friccicante, a San Maurizio Canavese. Naturalmente fu tutta un'altra cosa. Oltre a disporre di una bella scrivania in tavernetta nella nuova casa ciriacese, ero collegato all'ufficio con un portatile Intel/Windows ed una connessione ADSL che mi consentivano di operare da casa esattamente come se fossi stato in ufficio, per tutto fuorchè per le interazioni personali e la pausa caffè alla macchinetta. Il numero di giorni a casa era limitato ad uno la settimana, e sicuramente non comportava alcun nocumento al lavoro da svolgere, anzi, si dimostrava assolutamente positivo per produttività. D'altra parte le persone che come me facevano parte del middle management erano già ampiamente abituate a non avere un orario fisso di lavoro e a trovarsi a rispondere a mail importanti o a scrivere documenti o relazioni ben al di fuori dell'orario classico 9-18, sforando spesso in orari notturni da "ma non hai ancora finito? Vieni a letto che è tardi..."

Potrà sembrare stupido a chi non ha vissuto in prima persona queste cose che sembrano banali, ma non si può credere quali e quante siano state le resistenze a questo cambiamento che sembrava scritto nella storia del lavoro e nella evoluzione tecnologica. Nel 1988, sono d'accordo, era un cicinin prematuro, ma nel 2008 avrebbe potuto diventare facilmente non dico mainstream, ma almeno buona prassi per un numero non trascurabile di aziende. Ma non avvenne.

L'esperimento di telelavoro di quella piccola zona di Telecom Italia durò divcartaersi anni, ma non si espanse mai ad altri settori o sul territorio. Nonostante i risultati evidentemente e misurabilmente positivi, la resistenza del management al telelavoro si dimostrò quasi invincibile. Il capo ha bisogno quasi fisico di esercitare il proprio potere su persone che vede e su cui esercita un controllo diretto: il telelavoro gli fa avere l'impressione di perdere questo potere e la conseguente gratificazione. Il progresso del concetto di telelavoro, nonostante l'appoggio ampiamente positivo quando non entusiastico della letteratura sociologica e di politica del lavoro internazionale, fu estremamente lento. Anche grazie (?) all'ottusa opposizione di alcune forze sindacali che attuarono un ruolo di conservazione, sostenendo che il telelavoro fosse una ennesima forma di sfruttamento ed arrivando a dichiarare che se l'azienda voleva che lavorassi a casa allora avrebbe dovuto fornirti la carta igienica, che nei cessi aziendali era gratuita (non sto scherzando).

Fino ad arrivare ai nostri giorni, quando da qualche anno, grazie alla convergenza di molte esigenze oggettive (la principale delle quali resta il risparmio economico in termini di costi fissi per le aziende) il concetto, ammantato di un nuovo nome (che fa più figo, evidentemente) è tornato di attualità. Oggi infatti si parla di smart working. Vi assicura un esperto del settore che si tratta esattamente della stessa minestra con un nome diverso, che come la soupe à l’oignon gratinée fa più figura della brodazza di cipolle.

Nonostante siano passati più di dieci anni e le tecnologie siano oggi tali che lavorare da casa qualche giorno la settimana sia assolutamente indistinguibile (per molti lavori, non per tutti, naturalmente) dal farlo in ufficio, ancora oggi le stesse tare psicologiche nel management aziendale rendono estremamente lenta la diffusione di questa buona pratica. Ma è arrivato il Coronavirus, aka COVID-19, e molta gente ha aperto gli occhi, e comincia a pensarci. Se guglate il termine "smart working" vedrete che la stragrande maggioranza delle citazioni è proprio degli ultimi giorni. Da domenica 23 febbraio 2020 tutti parlano, a Milano, di lavorare da casa piuttosto che recarsi al lavoro, magari prendendo la metro. E quelli che non si erano attrezzati piangono e corrono ai ripari. In focoronavirusndo ci vuol poco: un PC, una connessione veloce a Internet, una VPN per la sicurezza dei dati, e procedure adeguate.

Ma ci voleva un RNA-virus di grande contagiosità ma fortunatamente di bassa letalità a far riflettere la gente su un tema così importante, con implicazioni potenzialmente esplosive per la loro positiva ripercussione sull'ambiente e sui costi aziendali? Boh, magari tra qualche anno ricorderemo il coronavirus COVID-19 non solo per i morti causati, che spero si manterranno su un numero ragionevolmente basso e comunque inferiore a quello di una normale epidemia influenzale, ma anche per questo effetto collaterale su un tema secondo me importante della gestione del lavoro nelle aziende del terziario e non solo.

FG

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Commenti ricevuti:

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Il 03 Marzo 2020 alle 12:09:09 Valerio Viani Ha commentato:
Sempre sopra la media! Un mio amico di Bordighera si alzava alle sette e mezza. Si connetteva al server di Milano della sua azienda, poi faceva le sue cose, portava i bimbi a scuola, poi tornava a casa e d'ogni tanto schiacciava qualche tasto sul pc, oppure scriveva qualche linea di codice... Poi ha perso il lavoro.
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Il 27 Febbraio 2020 alle 17:48:30 FG Ha commentato:
Caro anonimo che non so chi sei: Le faccine si possono mettere, solo se sei bravo come me
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Il 26 Febbraio 2020 alle 14:58:52 Anonimo Ha commentato:
Bel pensierino ma qui non si possono mettere le faccine ,-)
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Il 26 Febbraio 2020 alle 13:57:18 FG Ha commentato:
Grazie Maria, troppo buona. GiÓ ti sei presa la briga di leggerlo... :-D :-D
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Il 26 Febbraio 2020 alle 13:10:49 Maria Teresa Ha commentato:
Molto interessante e scorrevole.