Al fiume

Al fiume fa caldo, tanto caldo, ma i piedi stanno al fresco. La schiena curva, la faccia sudata, il bordo dei calzoncini corti, tirato per la taglia un po’ scarsa e per la posizione innaturale, riga di segni rossi le cosce grassocce. Le giapponesine di plastica slittano sui sassi che, pur essendo immersi nella corrente, hanno quella leggera limacciosita’ tipica di tutto cio’ che che staziona a lungo nell’acqua dolce del fiume. L’acqua arriva poco sopra le caviglie e le rinfresca, rendendo meno insopportabile la situazione insolita. La mia faccia sfiora un grosso sasso immerso per meta' nell’acqua corrente. Un abbraccio avvolge il sasso, le mani sono dentro l’acqua, da parti opposte, la’ sotto.

Perche’ non riesco a prenderlo? E’ li’, lo sento. Lo sfioro con la punta delle dita, si muove, forse riesco a fermarlo. Perche’ non passa nessuno? Proprio oggi dovevo essere solo, senza Mario, senza Piero, oggi che con loro avrei potuto prenderlo? L’ho visto mentre si infilava sotto il sasso, e’ grosso. Una grossa lasca. Ma non mi sfugge, non puo’ uscire, i due buchi li copro con le mani, lo sento, e’ li’. Se mi capita bene a tiro lo ammazzo e poi lo prendo. Ma e’ difficile, non ci riesco. E non posso distrarmi, riposarmi, raddrizzare la schiena per un attimo: un attimo gli basta per scappare.

Ma forse arriveranno, passera’ di qui qualcuno. Magari uno degli amici piu’ grandi, quelli che si fanno le seghe e sanno prendere i  pesci. No, strofinarsi il grillo non aveva riscosso grande successo tra noi piu’ piccoli, una serie di prove deludenti ci aveva portato al rapido abbandono di quella pratica, che non riuscivamo a capire come potesse essere cosi’ popolare tra gli altri. Meglio lasciar perdere. Ma loro, i piu’ grandi, ci insegnavano tutte le cose piu’ interessanti: costruire una fionda, sparare i botti col carburo, prendere uccellini e lucertole, rane e pesci; potevano pure fare qualcosa di strano... Prima o poi avremmo apprezzato pure quel bislacco passatempo, pensavo. Ma perche’ ci stavo pensando? Adesso l’importante era non lasciarselo scappare. Era il piu’ grosso che mi fosse capitato e ce l’avevo li’, ormai l’avevo quasi preso. Ancora poco ed avrei vinto.

Il fiume attrae, Lascaipnotizza. L’acqua scorre, metafora della vita, come il sangue nelle vene: impetuosa in alcuni tratti, calma e sonnacchiosa in altri, sempre uguale e diversa. Una lieve pendenza e fila via veloce sui ciottoli arrotondati, luccica e suona con risucchi, gorgogli e fruscii. Poi d’improvviso si quieta, intrappolata in una pozza piu’ grande riposa ed accumula energia per nuove corse piu’ a valle. Il fiume e’ la casa dei pesci, creature fascinose che stanno sempre al fresco; volano nell’acqua come le libellule nel cielo, liberi su tre dimensioni, una liberta’  che non godremo mai appieno per quanto ci affanniamo a surrogarla con parapendii e immersioni subacquee.

Il fiume e’ un affluente del Tevere. Forse non meriterebbe questo pomposo appellativo, potendosi accontentare di quello piu’ umile di torrente (di cui pero’ invidia asprezza e vivacita’). Scorre a meno di 500 metri dalla grande casa di campagna della nonna, una distanza non indifferente per bambini di meno di dieci anni. Ma le automobili non esistono ancora, almeno li’, ed i pericoli sono relativi e diversi da quelli di oggi. Ciao nonna, noi andiamo. Dove andate? Andiamo al fiume. State attenti, state lontani dal gorgo, tornate tra due ore che si mangia. Il gorgo era una pozza un po’ piu’ grande delle altre, formata da una passerella di cemento che aiutava il guado del fiume a piedi. Un metro e mezzo di fondo, pur sempre piu’ profondo di quanto noi fossimo alti, comunque.

Il tempo non passa, il sole brucia la schiena anche attraverso la maglietta scolorita di cotone, scotta il collo e le orecchie scoperte, bagna i capelli che si appiccicano alla testa e alla fronte. Poggio la guancia sul sasso caldo, per cercare di scavare piu’ sotto con le mani, per raggiungerlo e intrappolarlo. Il tempo non passa, nessuno passa di li’, ma non posso pensare di abbandonare l’impresa. Quando sto per mollare lo sento, mi sfiora le dita che cominciano a dolere, lo fa apposta. Come le bambine che ci razzolano intorno dietro i mucchi di paglia, fra le stalle e i pollai, e che i grandi ci incitano a riconcorrere, ridendo, si lascia toccare ma non afferrare.

Nel gorgo, come nelle altre zone in cui il fiume riprende fiato per lanciarsi poi nelle piccole rapide a sfiorare i ciottoli chiari e lucenti, stanno i pesci piu’ grossi. I bronzei barbi pigri frugano l’acqua verde di limo vibrando i baffi tremolanti nel fango del fondo. Ce n’e’ di grossi, anche da un chilo, si dice. E’ molto difficile prenderli, sia con la canna che con la bilancia. Le lasche invece stanno nell’acqua corrente, soprattutto quelle giovani. La pancia argentea balena al sole, la schiena grigia disegna percorsi sinuosi, guizza improvvisa alla rincorsa di chissache’, compie repentini zigzag che fanno rassomigliare il movimento al moto browniano delle mosche. Le lasche bottaie sono piu’ grosse, hanno le pinne venate di rosso, stanno anche loro in acque piu’ calme e profonde, ma al contrario dei barbi nuotano Barbopigramente quasi sempre in superficie. La schiena verde scuro, la testa grossa, sembrano respirare a pelo d’acqua, fanno le bolle quasi fossero anfibi o rettili. Anche la bocca e’ grande, sembra fatta apposta per abboccare all’amo, ma anche loro sono difficili da prendere. I piccoli ghiozzi sono semplicemente ridicoli nella loro goffaggine, la testa enorme rispetto al corpo, incollati ai sassi del fondo stanno immobili muovendo solo le pinne per tenersi in un precario equilibrio nella corrente. Se tenti di prenderli, pero’, ti sorprendono con un guizzo improvviso che li disloca di venti centimetri in un decimo di secondo, lasciandoti a bocca aperta e mani vuote.

La pesca tradizionalmente intesa qui semplicemente non esiste. Non c’e’ tempo per poltrire con una canna in mano aspettando che il pesce abbocchi, c’e’ da lavorare nei campi, da governare le bestie (leggi: dar da mangiare agli animali domestici e rassettarne le stalle), riparare gli attrezzi rotti, tutti meno la schiena e le braccia, perennemente spezzati dalle fatiche della giornata, soprattutto d’estate. Non si va a pescare, al fiume. Quando proprio si vuol perdere un po’ di tempo in una attivita’ ricreatoria, ed approfittare della frescura e di una superficiale pulizia a togliere di dosso la polvere e la pula, si va al fiume ad acchiappare i pesci.

D’estate i pesci si acchiappano con le mani. Devi solo prenderli, e se farlo fosse come dirlo non ci sarebbero pesci nei fiumi. In altre stagioni, quando il lavoro nei campi e’ meno impellente, l’alternativa e’ la bilancia. Un quadrato di tela rada tenuto su da quattro fili di ferro e un bastone, e’ un oggetto che sembra di facile uso, ma e’ pratica difficile e pesante. Affascinante, pero’. Quando riesci a tirarne su un paio con la bilancia devi essere attentissimo: non son presi all’amo, guizzano, rimbalzano sulla tela, spesso ritrovano la via della liberta’ saltando dal bordo, e uno spruzzo saluta la vita riconquistata e lo smacco del predatore. La canna ed i suoi ozi deliziosi, la finta occupazione che nasconde il riposo e la meditazione ghiozzoe’ riservata a qualche anziano ed ai bambini, che costruiscono l’arnese tagliando i fusti di bambu’ sulle ripe di alcuni fossi, ai bordi delle aie.

Noi, i bambini, ci accontentavamo di emulare i grandi. Avevamo anche noi le nostre bilance. Una balla da patate, un sacco di juta di quelli per il grano. La tela rada della balla agiva da vaglio nell’acqua corrente. In due, ognuno tenendo due pinzi del sacco, come si fa quando si aiuta la mamma a piegare le lenzuola, lo si adagiava sul fondo del fiume, in un punto in cui l’acqua correndo portava con se’ ogni tanto un pesciolino. Quando il poveretto passava li’ sopra zac, si tiravano su i quattro angoli, e il pescetto rimaneva intrappolato. Qualche volta erano addirittura due o tre, raddoppiando o triplicando la nostra emozione, esultanza e gioia.

La piccola gioia crudele di governare la vita e dare la morte ad esseri minuscoli e’ comune a molti (forse la maggior parte dei) bambini. I pesciolini catturati col sacco non sono realmente esseri viventi, sono giocattoli, piccole prede, allenamenti al gioco tragico della vita. Una crudelta’ che verra’ in seguito mascherata da spessi e pesanti strati di addomesticamento culturale, o forse da una sincera consapevolezza che matura solo dopo l’adolescenza. Al fiume, ad esempio, uno dei giochi preferiti comportava il gratuito sterminio di decine di magnifici insetti.  Tra i vinchi dei giovani salici che ombreggiano le rive, svolazzano sgraziatamente le libellule (Calopteryx splendens). Sono creature di una luccicante bellezza, come testimoniano sia l’epiteto generico, che significa “dalle belle ali”, che quello specifico, che riflette i colori sgargianti delle stesse, ma anche la lucentezza dell’incredibile corpo blu metallizzato. Probabilmente hanno dovuto pagare pegno al creatore, che in cambio di questo splendore non si e’ sprecato nel concedere abilita’ nel volo, rendendoli una goffa e facile preda. Con l’aiuto di una frasca fogliosa degli stessi salici o di qualche altro arbusto del fiume, menando fendenti ad incrociarne la traballante traiettoria se ne faceva strage, contando poi sulla superficie dell’acqua chi ne aveva abbattute di piu’. Non un’ombra di pieta’ per le alucce, trine di seta blu profondo e iridescente. Sbattevano, nella nostra indifferenza, gli ultimi inutili colpi sul pelo dell’acqua che rimaneva senza Libellulaun’increspatura, imperturbata dalla loro leggera inconsistenza.

Per questo non mi sfiorava l’ombra dell’idea di possibile malvagita’ nell’ intrappolare un pesciolino, e tentare di ucciderlo, l’importante era prenderlo, e mostrare questo trofeo di dimensioni insolite agli amici. A un tratto un guizzo improvvido me lo porto’ a tiro, sentii che l’avevo pizzicato, anche se in maniera precaria, tra due dita ed il sasso. Stavo schiacciando la parte ventrale, lo sapevo perche’ qui la carne e’ piu’ cedevole. Si dimenava. Gli stavo facendo male. L’avevo preso, finalmente, lo tenevo, era fatta. Macche’, con uno sforzo che immagino disperato riusci’ a liberarsi e a rintanarsi un po’ piu’ in la’, dove non arrivavo. Eravamo daccapo.

Il vero spettacolo e’ quando i grandi pescano, anzi, acchiappano i pesci, con le mani. Loro sono capaci di metterne insieme anche due o tre chili in un’uscita. Purtroppo capita cosi’ di rado, ma per noi bambini e’ una vera festa, molto meglio dello zucchero filato alla sagra della Madonna Bella, che pure viene una sola volta l’anno. In mutande, lo zio Angelo e il suo amico Giancarlo si inoltrano sui sassi scivolosi, a trovare l’acqua piu’ profonda e calma. Arrivati vicino alla sponda si immergono fino al collo e cominciano a tastare la riva, nell’acqua. Sondano l’argine con le dita, poi si fermano, si danno un’occhiata d’intesa, un respiro piu’ profondo e spariscono scivolando lentamente sotto la superficie. Dopo un tempo che a noi sembra lunghissimo, la testa ricompare, grondando acqua e viscide alghe verdastre. Lo zio, tranquillamente, ci lancia una grossa lasca sul greto dove noi aspettiamo in trepidazione. Ci avventiamo sul pesce, che scoda e salta sui sassi sabbiosi, fatichiamo ad acchiapparlo e a tenerlo fermo per infilzarlo nel giunco preparato apposta in anticipo, facendolo entrare dalle branchie ed uscire dalla bocca.

Il giunco sembra fatto apposta per questo scopo. I fusti lunghi e tenaci, privi di foglie, in vetta hanno infiorescenze dense fatte a palline, che non passano nel pertugio delle branchie e della bocca del pesce, imprigionandolo. In questo modo possiamo impilare i pesci uno dietro l’altro, per portare a casa il bottino. Intanto, anche Giancarlo e’ ricomparso e ci ha lanciato un grosso barbo, ridendo. Lo zio si e’ riimmerso in silenzio. E’ uno spettacolo: se trovano la buca buona ne tirano fuori anche sei o sette prima che gli altri si accorgano di cio’ che sta accadendo e fuggano disperati. Giancarlo, da buon istrione qual’era, per farci impazzire di gioia una volta risali’ con un pesce in ogni mano ed uno in bocca, che si dimenava tra i denti. L’anguilla, se Anguillacapita, e’ piu’ ostica: irrigidendo l’affilata pinna dorsale puo’ tagliare mani e braccia fino a farli sanguinare. E poi, una volta sul greto e’ impossibile da bloccare per noi bimbi. Per nulla spaventata dall’assenza del suo elemento naturale scivola via scodinzolando tra i sassi, viscida e inafferrabile, a ritrovare infallibilmente l’acqua, con un fiuto inspiegabile.

Solo diversi anni dopo, con la confidenza che le apnee marine sanremesi mi avevano regalato, avevo osato chiedere allo zio di spiegarmi la tecnica, accompagnandomi in un’uscita a “chiappare i pesci”. Da alcuni anni non trascorrevo piu’ le vacanze estive in campagna dalla nonna, consigliato dai medici a frequentare spiagge e acque piu’ ampie e salate di quelle del fiume. Rammento la sensazione di brivido da ignoto, nel tastare al buio gli antri viscidi formati dalle radici dei salici che scavano la terra della riva, nell’acqua scura. Sott’acqua, gli occhi serrati ed il fiato chiuso nei polmoni, ricordo la sorpresa sentendo su una mano la carezza del fianco di un grosso pesce. Memore degli insegnamenti, non mi sono mosso, ho accarezzato quello e altri dei pesci che si muovevano intorno. Lo spazio angusto di quelle tane, dove d’estate, complice la siccita’ che diminuisce gli spazi vitali, si rifugiano in gran numero, li costringe alla promiscuita’. Li’ dentro si sfiorano di frequente, e la torbidita’ delle acque e l’oscurita’ delle tane consentono di confondere le mani tra di loro, trasformandole in pesci. Il momento magico pero’ e’ quello della presa. Devi immobilizzarlo senza che lui si agiti provocando lo scompiglio e la fuga di tutto il branco. E’ un attimo: l’autonomia polmonare sta per finire, decido di provare: lo afferro, ma non lo tengo, e’ scivoloso, guizza e si agita, scappa, intorno e’ un brulicare di alieni che pazzi di paura eccitandosi gli uni gli altri mi vengono incontro e si rifugiano nello spazio aperto dell’acqua libera, svuotando in un attimo la tana. Riemergo con un respiro profondo e deluso, incassando il “coglione!” che lo zio ridendo mi appioppa meritatamente per aver rovinato il potenziale festino di vittime di quella tana cosi’ ben fornita.

E’ vero, sto divagando, il pesciolino era sempre sotto il sasso, io ero sempre piu’ stanco, non riuscivo a trovare una possibile via d’uscita. L’attacco piu’ letale l’avevo ormai sprecato, lui aveva capito e non si sarebbe piu’ fatto fregare. La situazione di stallo si era stabilizzata, lui era fermo dove non lo sentivo piu’, ed i polpastrelli cominciavano a gonfiarsi, assumendo l’aspetto biancastro, grinzoso e bollito di quando stanno troppo a lungo in acqua. Pensai che forse era tardi, la nonna si stava preoccupando, gli altri potevano essere gia’ intorno alla grande tavola di legno, di fronte al camino incrostato di nerofumo. Per la prima volta in vita mia, per lo meno nel ricordo della mia vita, deliberai di accettare la sconfitta.

Raddrizzai la schiena, riprendendo l’equilibrio sul fondo scivoloso in una posizione piu’ naturale. Il sangue torno’ a scorrere piu’ regolare nelle braccia e nelle gambe, provocando quel formicolio pizzichino che arriva improvviso poi svanisce lentamente. Lo vidi uscire da una delle due aperture sotto il sasso. L’andatura sciancata, la pancia pallida che tendeva a salire in superficie, i deboli colpi di coda mi fecero intuire che non avrebbe vissuto a lungo. Scappava piu’ per virtu’ della corrente che lo trascinava che per moto proprio. Spari’ tra i piccoli vortici ed il biancore dei ciottoli, piu’ a valle.

Sulla riva del fiume, in un pomeriggio senza tempo, l’acqua verde e pur trasparente sorregge i dorsi scuri dei pesci che ne sfiorano il pelo. Le foglie gialloverdi dei pioppi tremuli scivolano via silenziose girando mollemente su se stesse;  quelle dei pioppi gatterini, verdi o bianche a seconda di quale guancia abbiano adagiato al fresco, le seguono lente, in una languida danza lasciva. L’ombra dei vincastri segna zone piu’ scure, un debole vortice pigro appare e scompare nel tempo di un goffo battito d’ali della libellula. Il tempo non esiste. Non c’e’ il passato, e’ troppo presto. Non c’e’ il futuro, il futuro e’ immenso, la vita e’ infinita. Avro’ tempo di tornare, di appisolarmi ancora sull’erba, in questo incanto. Potro’ sedermi sul bordo della riva con una canna telescopica, un mulinello automatico, e con pazienza attendere che abbocchi il barbo piu’ vecchio e grosso, quello che se ne sta quatto, nascosto nel buio fondo della fanghiglia, quello che non si e’ mai lasciato abbindolare da false mosche o larve morte infilzate da un uncino.

Ora che il tempo accelera in un turbine impazzito che trascina via le giornate l’una piu’ veloce dell’altra, ora che il futuro e’ troppo breve e il passato troppo grande, il cuore e gli occhi si gonfiano al ricordo di quei pigri pomeriggi infiniti, di quelle estati eterne, al fiume.