L'Orco, Pollicino e la Fata Besciamella

"STOP! PAY TROLL" (solo qualche anno dopo compresi il calembour, al casello di una autostrada americana). Così era scritto sul minaccioso cartello brandito dall'orco peloso e bitorzoluto che ci sbarrava la strada verso il malfermo ponticello di ingresso ad una caverna. Fisicamente eravamo in Italia, a Torino, io e Claudio, ma virtualmente sottoterra, tra echi di stalattiti, al tremulo barlume di una torcia che fendeva il buio pesto, circondati da nani dispettosi, impossibilitati a proseguire nella stop pay trollnostra avventura.

Non sapevamo di stare giocando all'antenato di tutti gli "Adventure games" che sarebbero venuti dopo. Non c’erano immagini, ma immaginazione accesa dalle strane parole inglesi da tradurre e, in quel momento, il Troll da pagare per poter passare (se provavi a tirargli l'ascia rubata ai nani era peggio per te...). Ma dove prendere il denaro, seppur virtuale?

Correva l'anno del Signore 1981, ero da poco stato assunto in CSELT, sogno che si avverava dopo averlo ardentemente desiderato: avevo già lavorato lì quasi un anno per la tesi (allora non c’era ancora lo stage pronunciato a la fransé) ed il posto mi aveva entusiasmato. Il compito assegnatomi era molto interessante, lavoravamo a costruire la teoria e la pratica delle nuove reti dati a pacchetto, e qualcuno tra i lettori saprà di cosa parlo.

Figuratevi che gli stolti americani stavano studiando un modello di rete in cui tutti i pacchetti di una comunicazione fossero indipendenti, cosicché ognuno di loro avrebbe dovuto trovare nella rete la propria strada verso la destinazione. Ma gli universitari yankee non sapevano come fare la trasmissione dati, mica come noi maghi delle Telecomunicazioni, consci del fatto che, come ci insegnano Dedalo e Pollicino, il miglior modo per ritrovare la strada è quello di tracciarla.

Col nostro sistema il primo pacchetto di una comunicazione avrebbe lasciato le impronte (Pollicino usava briciole di pane, oggi forse si chiamerebbero scie chimiche, come i feromoni di api e formiche?) e quegli altri lo avrebbero seguìto, come api o formiche che fiutano l'usta di chi le precede. Per me fu un gioco da ragazzi dimostrare dati alla mano (come mi era stato chiesto) che il nostro metodo era ben superiore al loro. Il nostro metodo si chiamava X.25, il loro si chiama Internet Protocol...

Il mio primo lavoro era perciò semplice, e mi lasciava anche tempo per fare altro, ad esempio aiutare la mia fidanzata nella stesura della sua tesi. Erano i primi esperimenti di elaborazione lennadell'immagine digitale. Si lavorava su una fotografia standard, “la ragazza col cappello" (seppi solo in seguito che era stata presa dalla pagina centrale di Playboy, giuro che a vederla non si direbbe). Dovevamo estrarre i contorni della figura, per far diventare la foto un disegno. Allora le stampanti non erano che grandi macchine da scrivere, e l’unica grafica possibile con loro era la “ASCII Art”, perciò utilizzavo per i miei scopi un aggeggio molto costoso, che il Centro di Ricerca della SIP si poteva permettere: un plotter di grandi dimensioni. Era emozionante vedere quella macchina spostare velocissima un pennino, cercare le coordinate e disegnare punto per punto il risultato dei nostri sforzi.

Utilizzavamo già un calcolatore di dimensioni modeste, un armadio chiamato PDP 11-70 che ci consentiva una certa indipendenza (e c’era chi prediceva addirittura che nel futuro ne avremmo avuto uno su ogni scrivania!), ma solo un anno prima, mentre lavoravo alla mia tesi, l’unico calcolatore presente allo CSELT era un mainframe Siemens operato da un drappello di persone coordinate dall’Esperto. Costui, anche per una questione cromatica, mi ricordava Sun Ra: come lui calato sulla terra da spazi siderali su una navicella intergalattica.

Al contrario dell’eccentrico jazzista, paludato di caffetani dai colori sgargianti, Lui indossava una tunica bianca, più acconcia alla ieratica figura di Gran Sacerdote dei Misteri dell’Informatica Pesante. Comandava a bacchetta La Macchina, Sun Rache estendeva i suoi tentacoli percorsi da fremiti elettronici fino alla Sala Terminali, in una penombra schiarita dal lucore verdastro dei fosfori dei monitor ed animata dal lieve ticchetac delle tastiere.

Quanti pomeriggi a limare il programma FORTRAN che costituiva  la base del mio lavoro! In compagnia dei maggiori utilizzatori della Sala Terminali: gli esperti di traffico, che scrivevano simulazioni della rete telefonica e del suo utilizzo. Tra di loro un duo che ricordo con simpatia: una brunetta asciutta, vispa e peperina, col capello corto e la voce nella parte alta dello spettro sonoro, gli occhi vivaci e i denti smaglianti in un accattivante sorriso, e quello che mi sembrava un suo assiduo tampinatore (chissà, magari invece era solo un collega un po’ “tachìss”), un personaggio dal capello lungo, i favoriti e i baffi in stile asburgico, come in stile asburgico erano la figura un po' appesantita ed il vocione baritonale con cui concionava la ragazza descrivendo i fasti della musica cantautorale italiana di quegli anni.

Un momento per me topico era il pranzo, nella mensa autogestita. A volte mi capitava di far la coda a poca distanza da un sogno (c’erano diverse belle ragazze, lì, certo di più che alla facoltà di Ingegneria appena terminata, ma lei era per me la più bella). La vedevo su un altro pianeta: la sua silhouette eterea incedeva con eleganza semplice, il vassoio la seguiva ammaliato, senza che lei dovesse toccarlo. La luce del suo sorriso accendeva di verde brillante il pesto degli spaghetti e profondeva un magico alone sulle scaloppine valdostane, che venivano redente dall'unto in eccesso e santificate dal suo passaggio. Non avrei mai potuto rivolgerle la parola, lo sapevo: la glottide si sarebbe bloccata per l’emozione (mista all’acquolina innescata dalle patate arrosto). Ne ero cotto, ma non stracotto come gli sformati di cavolfiori che si stendevano dinanzi a noi come prati innevati di salsa béchamel. Il solo vederla sfilare mi era così grato che non avrei mai voluto avere di più, come infatti non ebbi mai...

Basta, taglio qui prima che Valentini mi insegua con le forbici.

Ricordo però un’ultima cosa: molti allora mi dicevano “sbrigati, riscatta gli anni dell’Università, così andrai in pensione cinque anni prima”. Mi sembrava una cosa folle. Ma chi voleva andarsene presto da quel paradiso? Il lavoro interessantissimo, la gente simpatica, le ragazze splendide, tempo per produrre e anche per svagarsi un po’.

Perciò non li riscattai…

Correva l’anno del Signore 1981: quasi mai la passione dà buoni consigli.

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.... Ah, scusate, come dite? Come la mettiamo con l'Orco? Bè, la sua venale avidità si placa con le uova d’oro che trovate nella grotta del piviere, naturalmente, ma questa è un’altra storia.

FG

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Post Scriptum: Come spesso mi succede, il raccontino non scaturisce da un'originale irrefrenabile impulso a scrivere e raccontare, ma da uno stimolo esterno. Renato Valentini (collega citato nel testo) ha proposto, organizzato ed assemblato una raccolta di racconti per celebrare il cinquantennale della nascita di quello che fu lo CSELT, glorioso e dispendioso centro di ricerca della SIP, orgoglio (senza tema di smentita per vanagloria autocelebrativa) della ricerca tecnologica nazionale nel trentennio '60-'89.

All'invito a scrivere un souvenir pseudoletterario hanno aderito diversi personaggi che ricordano lo CSELT con amore e nostalgia. Il risultato finale è una raccolta a mio avviso piuttosto disorganica dal punto di vista stilistico, ma ben rappresentativa di quell'universo di teste matte e creative che hanno frequentato questo luogo particolare.