Fagioli

Alo’ Franco, vien qui el mi (s)cittino, aiutime a acappe' sti fa(s)gioli...

La mamma, nella cucina del minuscolo appartamento al quarto piano del condominio popolare in periferia, rovesciava sul ripiano di formica del tavolo un sacchetto di stoffa chiara pieno di fagioli cannellini toscani secchi. Il sacchetto aveva viaggiato in un pacco di cartone, trasportato dal servizio postale, ed aveva condiviso centinaia di chilometri con quelle che i miei genitori ritenevano sofisticate leccornie, ma che piu' realisticamente erano semplici ricordi della vita contadina nella campagna umbra, abbandonata emigrando per gli stenti e la fame, ma ancora rimpianta per gli spazi aperti ed i profumi di terra bagnata e di erba fresca.

Iniziava l'opera. I fagioli erano un po' polverosi, ma la loro buccia era liscia, bianca, dura e quasi lucida. Acappare e' un termine dialettale usato in Val Tiberina, al confine tra la Toscana e l'Umbria, e significa "scegliere, separare il buono dal cattivo". Acappare i fagioli vuol dire separare quelli bianchi, interi, non rovinati, dai sassolini che possono essere rimasti mescolati nella sgusciatura e nel confezionamento del sacchetto, e dalle altre piccole scorie che la lavorazione artigianale produce. Ma soprattutto vuol dire togliere i fagioli tonchiati, vera insidia per la successiva preparazione di un piatto di suppetta o di fagioli al fiasco.

Il tonchio del fagiolo (Acanthoscelides obtectus) e' un piccolo coleottero della famiglia dei bruchidi. E' lungo circa due millimetri, di colore verdastro scuro, ha il corpo ricoperto da una corta peluria. La vita di questa piccola peste e' legata al ciclo vitale del fagiolo. Le uova vengono deposte dalla femmina nel baccello, e le larve neonate, minuscole, penetrano nei fagioli ancora freschi e teneri. Qui dentro si sviluppano e mangiano fagiolo per giorni (ma non mi risulta che le conseguenze sul loro intestino siano simili a quelle sul nostro). Scavano gallerie che arrivano in prossimita' della buccia, e quando raggiungono lo stadio di adulti forano la buccia stessa sfarfallando dalla loro casa-mensa. Il fagiolo tonchiato naturalmente va scartato insieme ai sassolini ed alle altre scorie.

L'immagine di un bimbo grassoccio impegnato in quest'opera di cernita minuziosa davanti al tavolo di cucina era stata lavata dalle onde del tempo e non sarebbe ritornata probabilmente mai piu'. Le tecniche di conservazione dei legumi secchi hanno purtroppo o per fortuna cancellato questi piccoli inconvenienti, ed il tonchio viene oggi sterminato nei grandi magazzini sterili in cui i semi sono ammassati e trattati prima di venir infilati negli asettici sacchetti di plastica degli scaffali del supermercato.

La sorte pero’ mi ha portato tempo fa ad acquistare una modica quantita' (la locuzione non e' casuale, visto il prezzo piu' congruo per sostanze psicoattive che per legumi secchi) di fagioli di Conio, presidio Slowfood dell'entroterra imperiese. Il sacchetto, dimenticato per oltre un mese in fondo alla dispensa, ha agito da incubatrice delle piccole pesti, e quando mi sono deciso ad assaggiare questa supposta prelibatezza strappata all'oblio dell'estinzione ho scoperto come il presidio abbia contribuito alla conservazione non solo del fagiolo di Conio, ma anche di questo antico nemico di tutti i fagioli, cosi' mirabilmente adattato a millenni di convivenza e lotta con il genere umano.

E, insieme al fagiolo e al tonchio, ha protetto anche il ricordo dello stile demode' di un tavolo di formica rossa con le lunghe gambe cromate, di una mamma migrante che parlava dialetto umbro in terra straniera, di un termine di quel dialetto, acappare, che e' comunque destinato all'estinzione dell'oblio, come il tonchio, i tavoli anni sessanta e i miei ricordi, che presto saranno inghiottiti, come meritano, nel nulla.

Come la volatile memoria di questo breve racconto di una sera d'inverno, sul lago.

FG

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Post Scriptum.

Questo raccontino e' stato scritto per partecipare ad una gara di scrittura/recitazione (qualcuno direbbe "un contest" che fa piuffigo) indetta in un paesino sul lago d'Iseo (vedi locandina qui sotto) in cui c'erano due condizioni al contorno: Il recitato doveva parlare di fagioli, e non doveva durare piu' di 5 min. Visto che sono logorroico, mi sono prodotto in uno sforzo di sintesi (il che, a detta di Maddalena, ha notevolmente migliorato le cose, e non so se e' un complimento occhiolino ) e ho riletto il racconto: 5 minuti esatti (magari andando un pochino di corsa...).

Sarebbe stata una bella sfida per me visto anche il mio rapporto non proprio idilliaco con la recitazione ed il parlare in pubblico. Mi ha salvato una visita medica programmata da tempo a Torino, che e' durata fino alle 19:35. A quel punto il navigatore mi dava come ora di arrivo a Provaglio d'Iseo le 22:05, decisamente troppo tardi per la partecipazione.

A questo quindi e' dovuto il finale, che ho comunque lasciato come se avessi recitato il raccontino li' alla gara/festa.

I frequentatori abituali del sito (concesse risate) sanno che l'idea alla base del racconto c'era gia' nella sezione dialetto, ma qui lo svolgimento del tema e' chiaramente differente. Bene, ho esercitato la mia logorrea nel post scriptum visto che non potevo farlo nel corpo del racconto, e ora sono sodisfatto.

locandina