Il Landini

Scaccio un po' dell'uggia che il pensiero di essere a Novembre mi suscita ricordando momenti assolati di un'infanzia lontana, quando il mondo intorno era una favola e la vita un'avventura che mi riempiva di stupore ed ammirazione.

Un bagliore di memoria ha cominciato a rincorrermi quando recentemente, durante la vacanza in Madagascar, in una strada rotta e polverosa di campagna abbiamo incrociato un vecchio trattore italiano. Le macchine di una volta erano fatte per durare, e spesso finita la loro carriera nei paesi sviluppati andavano a trascorrere la vecchiaia, aspettando la ruggine della morte, in qualche luogo dal clima migliore ma dall'economia peggiore della nostra. E la vecchiaia puo' essere in alcuni casi molto lunga, come quella di questo trattore marca Landini, che ancora fa il suo dovere di mulo meccanico in una remota campagna esotica, smuovendo una terra riarsa color mattone e stoppia.

Nel dopoguerra, fino a tutti gli anni sessanta, Landini era sinonimo di trattore. Molto del boom economico che porto' la campagna da una lavorazione manuale, coadiuvata dalle "bestie" (buoi, muli, asini) all'adozione delle prime tecniche meccanizzate, fu propiziato da quest'azienda italiana monoprodotto. Erano macchine diverse da quelle moderne, il ciclo termomeccanico landiniera "a testa calda": l'avviamento, avveniva quasi sempre a mano con qualche difficoltà, ma poi mostravano una tenacia affidabile, una durata che le macchine moderne non possono neanche sognare. Ricordo lo spartano sedile metallico alleggerito da grossi fori, sostenuto da un'apparentemente esile sbarra di ferro che gli conferiva un po' di elasticita' per ammortizzare i sobbalzi piu' ampi nell'attraversare i solchi dei campi coltivati. Ricordo le ruote posteriori enormi con i loro artigli a mordere il terreno sotto i parafanghi incrostati di mota essiccata; quelle anteriori invece erano piccole, rigate, e conferivano a questa macchina possente l'aspetto di uno strano, enorme insetto alieno.

Il trattore non era utilizzato solamente per trainare (da cui il nome) attrezzi agricoli come aratri, erpici, seminatrici o mietitrici a lavorare gli ampi appezzamenti a granaglie che caratterizzavano il paesaggio tosco-umbro delle mie prime estati. Il trattore dava la vita anche ad altri complicati attrezzi che, non avendo un motore proprio, necessitavano dell'energia propulsiva fornita da una macchina esterna. Prototipo di queste macchine grandi e complesse era la trebbiatrice.

Ricordo l'eccitazione di mio cugino quando, nell'imminenza dell'inizio della festa piu' bella dell'anno, la trebbiatura, mi comunico' entusiasta: Ci siamo, domani arriva il Landini! Nella mia ingenuita' ed ignoranza di bimbo cittadino pensai ad una qualche autorita' che avrebbe diretto i lavori e che veniva chiamata per cognome in senso di rispetto, non sapevo che il Landini fosse il trattore per antonomasia: lo imparai il giorno dopo.

La sera successiva, infatti, eccolo, il trattore. Il Landini arrivo', lento e regale, accompagnato dal battito basso e ritmico del suo cuore diesel e si ando' a fermare nell'aia. Grande per gli adulti, enorme per noi bambini cui fu concesso di avvicinarci solo quando il brontolio quattrotempi del motore monocilindrico fu definitivamente estinto.

La trebbiatrice, grande cassone rossastro trapuntato di ruote, cinghie, volani e pulegge era gia' sistemata li' vicino, di fianco al barcone di grano che l'aspettava paziente gia' da diversi giorni, piccola montagna d'oro scialbo a forma di nave rovesciata.

Il giorno dopo sarebbe stato il piu' lungo della mia allora breve storia.

L'eccitazione trebbiatricenon ci impedi' di prendere sonno per tempo, ma si ritrovo' intatta al risveglio, alle tre di notte, con gli occhi cisposi e le gambette molli. Avevamo pregato gli zii di svegliarci insieme a loro, e loro avevano mantenuto la promessa, chissa' se oggi noi faremmo lo stesso con i nostri nipoti...

Strascinando i piedi nelle ciabatte verso la grande cucina (non a caso la cucina e' chiamata "casa" in dialetto, essendo il locale piu' importante dell'abitazione) sentivamo ancora ovattate dal sonno le voci della nonna e della zia che avevano messo sul focolare del camino un paiolo di acqua per preparare il caffe' per tutti i lavoranti, convenuti per aiutare la famiglia in questa grande giornata di lavoro e di festa.

Un piccolo inciso per chi non sa che cosa sia la trebbiatura: tecnicamente e' l'operazione che consente di trattare le piante di grano, mietute e raccolte sull'aia, separando i chicchi di frumento, che verranno poi macinati in farina, dalla paglia (usata come lettiera per alcuni animali domestici o come componente del foraggio per i ruminanti) e dalla pula o lolla (sottoprodotto di scarto). In dialetto si chiama "battitura", in ricordo dei tempi in cui veniva effettuata con la forza dei bastoni e non grazie agli ingranaggi della trebbiatrice. Ho visto "battere" il grano in senso proprio nella campagna birmana, un paio di anni fa.

Torniamo al paiolo fumante aroma di caffe', versato in polvere nell'acqua bollente e filtrato nelle tazze da un colino a trama fine. Gli uomini cominciavano a riempirsi le tazze per portarle alla tavola apparecchiata come se fossimo al pranzo di mezzogiorno. In tavola c'era qualcosa di dolce (il torcolo o biscotto, semplice torta secca ideale da intingere nel caffe' o nel vinsanto) e qualcosa di salato: il pane toscano sciapo, gia' affettato cosi' come il prosciutto, e un bel tegame di fagioli e salsiccia al sugo per chi gia' a quell'ora avesse avuto un appetito piu' robusto dovendosi rimettere dalla fame dei giorni precedenti, per poter dare una buona mano nel lavoro della giornata.

Arrivavano sciabattando, le mani davanti alle bocche spalancate nello sbadiglio, anche le bambine e le ragazze che avrebbero aiutato durante il giorno a cucinare, servire a tavola, pulire, e a rallegrare, con il loro sorriso e la loro moderazione e saggezza lo spirito dei contadini, gia' pronti ad essere inebriati dalla fatica e dal vino. La nonna, cuoca eccellente, amata e rispettata da tutti, e la zia, instancabile lavoratrice in cucina come nell'aia, erano le registe occulte di questa complessa rappresentazione corale, scandendone tempi e modi.

Nell'aia lo zio dava il via alle operazioni, e i colpi di frusta della corda arrotolata al volano del motore del Landini cominciavano a farlo tossire, cercando di risvegliare pure lui dal breve sonno, anche senza l'ausilio del caffe'. Dopo qualche scoppio a vuoto e qualche pericoloso rinculo del volano finalmente la grancassa cominciava ad ingranare il suo ritmo regolare. 600-700 battiti al minuto, li potevi quasi contare i colpi del cilindro contro la testa, le valvole le sentivi aprirsi e chiudersi. La grande puleggia, il muscolo che trasmetteva il moto a tutta la complessa macchina della trebbiatrice cominciava a girare regolare, la marmitta e lo scappamento a scoreggiare fuori i loro sbuffi puzzolenti di gasolio combusto.

Il movimento, la vita degli ingranaggi, veniva trasmessa da un grosso nastro (il "cinghione") che trasferiva il moto rotatorio dalla puleggia del Landini a quella principale della trebbiatrice. La robusta cinghia di cuoio e gomma era arrangiata topologicamente ad anello di Moebius, per evitare una usura maggiore da uno dei due lati. Nessuno sapeva niente di topologia ne' sapeva chi fosse Moebius, ma il concetto pratico e' molto chiaro. Dalla puleggia passiva, attraverso un complicato sistema di cinghie, ruote dentate, viti senza fine, cardàni ed ingranaggi, tutta l'enorme macchina si metteva in moto.

Il nastro trasportatore, scala mobile ante litteram, convogliava le "manne" (i fasci di grano) verso la bocca, situata in alto, che le inghiottiva dopo aver tagliato con una sega circolare i legacci che tenevano uniti i culmi. Al di la' di questo ingresso, quasi un tunnel delle giostre dove non sai cosa ti aspetta, un insieme di misteriose elaborazioni a base di pestelli, vagli, raspe, vibratori e ventole compivano il miracolo: da una grande apertura posteriore, una specie di cloaca, usciva la paglia, raccolta coi forconi e sapientemente arrangiata intorno ad un palo (in Valtiberina chissa' perche' chiamato "mitùlo") dai lavoranti addetti alla costruzione del pagliaio. Da un setaccio sotto la pancia della macchina veniva separata la pula, portata via a badilate che la infilavano in sacchi di iuta. Il grano fuoriusciva da una specie di tubo attrezzato con un gancio per appendervi lo staio, un barilotto che costituiva la misura base per tener di conto della quantita' di grano prodotta. Man mano che gli stai si riempivano ed erano rigorosamente contabilizzati con carta e penna, venivano versati nei sacchi per il trasporto.

Il grano veniva poi trasportato nel "granaio", che a l'Omarino era nel sottotetto della casa colonica (il "solaio") dove veniva ammassato in un grande mucchio in attesa del conferimento al mulino, che lo avrebbe poi restituito durante l'anno direttamente sotto forma di pane. Il mucchio nel granaio cresceva man mano che le schiene sudate dei contadini scaricavano i sacchi di iuta dopo averli trasportati su per le scale anguste e annerite dal fumo, e con il mucchio cresceva la gioia di noi bambini. La montagna di grano infatti era ideale per i nostri salti e giochi. Come zio Paperone nel suo deposito di monete ci infilavamo dentro il grano, nuotavamo, ce lo facevamo scorrere tra le dita. La consistenza del mucchio ricordava i giochi in spiaggia con la sabbia, ma questo era molto meglio. A volte infilavamo anche la testa dentro il grano, disobbedendo ai divieti perentori degli adulti che raccontavano al proposito storie da brivido, come quella del bambino cui era germogliato un seme nell'orecchio, e le radici ne avevano perforato il timpano. Senza contare quella delle forbicine che, come noto a chiunque (* vedi nota), entrano nell'orecchio e vanno a posare le uova nel cervello...

Ma torniamo al Landini, che rimaneva acceso tutto il giorno, con il suo ritmo tamburellante ed il grande volano che ruotava senza soste. Non conveniva spegnerlo, neanche nei momenti di pausa, vista la fatica che ci voleva ad avviarlo. Il pagliaio cresceva regolare, come il mucchio di semi nel granaio. Con l'accompagnamento del battito del motore la colonna sonora era fatta di risate, urla, lazzi e bestemmie dei contadini che lavoravano dall'alba al tramonto.

La battitura era dappertutto un giorno di lavoro e di festa, ma questo era particolarmente crostinivero nella casa della nonna. Nonna Metta (cosi' per noi bambini, si chiamava Maria, detta Marietta) era infatti come gia' accennato una cuoca sopraffina e stimata. Veniva chiamata a cucinare ai matrimoni ed in altre grandi occasioni, e la battitura a l'Omarino, il suo piccolo podère, richiamava dai dintorni un buon numero di lavoranti che ben volentieri si spaccavano la schiena sapendo quali leccornìe avrebbero accompagnato la giornata di lavoro.

Il suono profondo, basso e regolare del motore a scoppio sottolineava, come il basso continuo in un concerto barocco, la scena in alcuni momenti quasi iconicamente infernale: i contadini a torso nudo in mezzo al vortice della pula, che annebbiava l'aria, intasava il naso nonostante la protezione lasca di fazzoletti di panno, e si appiccicava alla pelle, per essere sciacquata via dai rivoli del sudore. Angeli allegri e rinfrescanti in questo inferno erano le ragazze che di tanto in tanto facevano la loro comparsa facendo girare il fiasco del vino e qualche biscotto di accompagnamento. Ilari, allegre ed assolutamente impermeabili ai lazzi a volte anche molto grevi, ed alle mani maschili allungate dai lavoranti, rapidamente schivate con un sorriso ed un occhiolino. Agli occhi vigili della Nonna naturalmente non sfuggivano le scene piu' pesanti, e qualche lavata di capo veniva comminata ai bestemmiatori piu' incalliti e a chi si permetteva libertà eccessive, non gradite dal piccolo popolo femminile. La nonna era il Generale, ed i suoi ordini erano bene accetti da chi sentiva intimamente un senso di rimorso per aver trasgredito alle regole.

La distribuzione di generi di conforto era frequente, e mentre il sole si alzava verso lo zenith i cesti delle donne venivano svuotati dall'aia e riempiti dalla cucina. Fino al momento atteso da tutti: il pranzo sostanzioso e, nel suo genere, sontuoso. I "crostini neri" di frattaglie di pollo, il prosciutto tagliato spesso (nel senso di poco sottile) "al violino" sul pane sciapo tipico, che ne esalta il sapore. Poi la panzanella fresca, umida ed estiva, nella gloria delle sue cipolle cetrioli e pomodori crudi, e le tagliatelle all'uovo larghe due dita, condite da una tale quantita' di grasso e rosso sugo di anatra o ragu' di vaccina, che veniva mangiato due volte: la prima ad accompagnare le pappardelle, la seconda raspato dal fondo del piatto da abbondanti fette di pane. Per secondo gli arrosti: pollo, anatra, faraona, coniglio; e il maiale alla brace: costine, salsicce, braciole, il tutto accompagnato da patate al forno. L'insalata c'era per dovere, ma veniva snobbata dalla maggioranza degli astanti. Quel che 'nnavanza 'mbasta: "se il cibo non avanza vuol dire che non ce n'è a sufficienza". Questo il motto preferito dalla nonna, che teneva fede al suo credo di abbondanza e cucinava per il doppio dei presenti.

E il Landini si riposava anche lui, continuando a borbottare, ma con la cintura slacciata per la durata del pranzo, cosi' non doveva trascinare la resistenza degli ingranaggi della trebbia. Riprendeva poi la sua fatica nel pomeriggio, ma la gran parte del lavoro era ormai fatta e le luci del tramonto vedevano una scena diversa da quella cui avevano assistito quelle dell'alba. Al posto del "barcone" nell'aia c'era un pagliaio nuovo di zecca, il vociare si era fatto più lieve, la velocità dei movimenti fiaccata dal peso dei sacchi trasportati, delle manne alzate, della giornata cosi' lunga e faticosa.

Solo lui non aveva cambiato nè tono nè velocità. Il suo cuore meccanico non rallenta, tutt'alpiù scoppia e si ferma, ma questo col Landini non poteva capitare. Una volta staccata definitivamente la cinghia, senza mai fermare il motore ed il suo eterno borbottare, si attaccava la trebbiatrice con un gancio per trasportarla via, insieme alle fatiche della giornata, lasciando tutti esausti a perdersi per un attimo nel fresco del tramonto, a sentenziare le ultime battute, gli ultimi commenti relativi alla produzione di quell'anno, al tempo che aveva graziaddio aiutato, e al pranzo favoloso della Marietta, di cui si sarebbe parlato nelle prossime battiture nei dintorni citandolo a paragone di cio' che offrivano le altre aie e le altre famiglie.

Sessant'anni come me, quel Landini in Madagascar. Come me arrugginito e tossicchiante, ma almeno lui ancora utile e apprezzato. Mi piacerebbe fosse così anche per me, ma non ne sono altrettanto sicuro.

FG

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(*) Nota: la forbicina (Forficula auricularia) deve addirittura il suo nome scientifico a questa credenza trucida molto diffusa in passato ma per fortuna (anche nostra) destituita da ogni fondamento scientifico sorriso

Se qualcuno vuol vedere un vero Landini di quell'epoca, ed il suo avviamento manuale (qui addirittura senza canapo ma a mani nude) puo' farlo in questo filmato, dove al secondo 21 si puo' anche udire una delle tipiche rudi esclamazioni di giubilo per l'impresa riuscita.

Chi volesse invece vedere qualcosa in piu', in questo filmato c'e' una splendida trebbiatrice d'epoca in funzione, e guardarlo aiuterà sicuramente la comprensione almeno "visiva" del racconto da parte delle persone che non ne avessero mai vista una. La trebbiatrice del filmato è però leggermente posteriore a quella descritta. E' infatti dotata di un accessorio terminale che confeziona la paglia in balle a forma di parallelepipedo (le antenate delle "rotoballe" oggi molto piu' diffuse). Mio zio, come altri, cominciò ad usarla pochi anni piu' tardi, e l'adozione generalizzata di questo accorgimento sancì la definitiva scomparsa dei pagliai, che fino agli anni '50 erano stati un elemento tipico del paesaggio rurale toscano pianto

Infine, nel racconto e' inserito ad arte un pacchiano errore tecnico, per vedere se siete attenti e vigili. chi vuole parteciperà all'estrazione di un sontuoso anello di Moebius in raso rosso con targa ricordo firmata dall'autore.