Noir

Sono cattivo.

Sì. Sono prigioniero.

Un torvo carapace osseo ha lentamente ricoperto la mia anima, che ora si sente riparata ma costretta da questo soffocante esoscheletro.

All’inizio era il semplice piacere di una battuta bastarda inviata senza farci troppo caso all’indirizzo dell’imbecille di turno. La soddisfazione di infierire su chi, in palese inferiorità culturale, blaterava banalità da pendolare dell’ovvio. Poi ho iniziato a salire la china del cattivo umore, cominciando a rivolgere attenzioni perverse non solo a chi, là fuori, era o sentivo più debole di me, ma anche verso me stesso, con un brividino di piacere nel farmi deliberatamente del male.

Il fastidio per la stupidità del genere umano, per l’insensatezza della vita, graffia pian piano le pareti dello stomaco, provocando abrasioni e bruciori che il Maalox fa sempre più fatica a lenire. Il sangue rallenta e perde calore: non a caso si parla dell’odio come di un sentimento gelido, della vendetta come di un piatto insipido finché non si raffredda. L’uggia diventa insofferenza, i modi sempre più bruschi e sprezzanti, gli scatti d’ira aumentano; l’insofferenza si trasforma in malanimo, l’acido arriva fino in gola, morde le corde vocali, la voce si fa più raschiata e soffiante. Il malanimo si trasforma in odio che inizialmente rivolgi verso le tue sventure vere o presunte, poi contro gli idioti che ti ronzano intorno, poi aggiungi i gatti che ti cacano nell’orto, i cani che ti abbaiano contro, la gramigna che innerva e sfregia il giardino. Infine l’odio si allarga a comprendere in una sua grandiosità perversa l’avversione iraconda verso tutti gli uomini e ciò che di reale o di virtuale hanno costruito, verso tutti gli esseri viventi e le cose inanimate.

Non c’è bello o brutto, c’e’ solo desolazione e finzione. E’ forse bella la natura? Ben peggio che matrigna, e’ una lercia bagascia che tutto crea per il nero piacere di tutto distruggere nella lenta agonia della vita, spiaccicandoci alla fine con il suo pollice immondo. Odio la natura, disprezzo ciò che gli stolti considerano bello. Oscenamente piscio sulle rose in boccio, sulle margherite, sperando che la calda soluzione sulfurea ne acceleri il predestinato cammino verso una verminosa putredine.

Tutti i giorni con il mio BFG9000 annienterei, trasformandoli in mucchi di polvere colorata dopo un attimo passato ad esplodere in una nuovoletta, gli acerebrati lettori di rosee gazzette, i commentatori del tempo atmosferico e delle passate stagioni, gli estimatori di Ken Follett e  gli indossatori di Armani, i seguaci dell’estetica modaiola pensata per chi non e’ in grado di pensare, i posteggiatori selvaggi, i bottegai furbi e rapaci, i funzionari disonesti... E la lista cresce di giorno in giorno, ad escludere alla fine non so bene chi.

Odio l’amore, una finzione escogitata per nascondere artatamente istinti che sconfessiamo e definiamo turpi; l’amore causa prima di sofferenze e nefandezze. Per rendere sommo il volontario supplizio lo consolidiamo nell’ignobiltà del matrimonio, s(t)olida gabbia cui stoltamente ci incateniamo, rinnegando i nostri corpi e lacerando i nostri cuori.

Odio i dementi mentecatti che hanno bisogno di religione o ideologia per negare la ragione e continuare ad alzarsi la mattina e coricarsi la sera. Su di loro scracchio il colloso catarro giallastro che mi gorgoglia negli alveoli e rantola su per i bronchi. Vorrei vederli soffocare nella loro stupidità. Ghignerò bestemmie nel sentirli vanamente invocare il padreterno nel momento dell’agonia.

Piazzerei esplosivo sotto tutte le cattedrali, gli stupa, le moschee, i templi e le sinagoghe. Mi riempio gli occhi dello spettacolo pirotecnico che ne scaturirebbe, ad incendiare il cielo di fumi e lividi bagliori. Siamo stati così perversamente idioti da riuscire a edificare luoghi di culto ammirati anche dagli atei mangiapreti e infilzamadonne. La stoltezza umana raggiunge a volte punte quasi venerabili di magnificenza.

Non sopporto i piagnoni, sopprimerei gli invalidi con i loro protettori: la sofferenza di entrambi non giova a nessuno, crea pietà e compatimento, sentimenti risibilmente deprecabili. Rido di quando, bambino, strappavo le zampe agli insetti per vederli arrancare sciancati ed infine li pestavo in poltiglia. La crudeltà pura e innocente che viene imbavagliata dalle consuetudini sociali, affogata lentamente nei fetidi liquami del perbenismo buonista andrebbe riabilitata. Hannibal dovrebbe essere scatenato e lasciato correre a suscitare adrenalina e terrore in chi teme di vederselo comparire a fianco, nel proprio letto, di notte.

Non tollero la non esistenza del porco supremo perchè non avrò il piacere di insultarlo mettendolo di fronte e chiedendogli conto di tutto ciò che di immondo (non) ha creato: le guerre, le mutilazioni, il sangue, la demenza, l’odio che mi intride e la suprema beffa della Morte.

Odio anche Lei, di più e di meno di ogni altra cosa, unica realtà certa che pone fine alle realtà presunte e fatue delle nostre vite, inesistenti e inconsistenti nella loro puntiforme dimensione numericamente nulla nelle scale infinite del tempo e dello spazio.

Come l’infame Cthulhu nella sua rivoltante dimora negli oscuri abissi oceanici attendo non solo la fine di tutto ciò che vive, ma la morte termica dell’universo stesso, quando finalmente anche l’infinito avrà fine, nel trionfo del nulla entropico.

Infine, odio il fatto che questo sfogo non produrrà l’effetto catartico inizialmente immaginato e agognato: la bile vomitata genera negli insensati circuiti biologici la produzione di altra bile, piu’ copiosa, atra ed amara, fino a riempirne la gola e i polmoni.

Per sempre.

FG

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Post Scriptum.

Sento il dovere, dopo la reazione avuta da chi mi ama ad una prima lettura del racconto, di precisare come esso sia naturalmente un piccolo esercizio letterario, un divertissement operato, come tutte le esagerazioni, spingendo al massimo solo su una delle tante leve del sentimento e della passione, ignorando tutte le altre. Sebbene infatti ragionamenti e sensazioni su cui il raccontino si basa non mi siano estranei (e non potrebbe essere altrimenti) mi sono divertito ad estremizzarli fino allo stravolgimento degli stessi.

Inoltre, nulla mi è più distante che il desiderio di offendere chicchessia. Perciò mi scuso nel caso le parole, come talvolta accade quando sono estreme, abbiano ferito o urtato alcuno. Non era questa la mia intenzione e me ne dispiace, faccia semplicemente finta di non averle lette.

... e poi, in fondo, quel giorno avevo un mal di denti bestiale... risata