Tutti i pensierini.

Pensierino del mese di settembre 2012:

L'ora felice

Lo so, sono un vecchio brontolone.

Mi fanno arrabbiare tantissime cose e ogni giorno la lista cresce. Tra quello che sopporto meno volentieri ci sono, ad esempio, le mode, l'uso sbagliato delle parole, gli inutili inglesismi in una lingua bella e ricca come l'italiano. L'ora felice riassume queste mie tre idiosincrasie in un tuttuno che mi fa incazzare a bestia.

Da tempo immemorabile nei paesi anglosassoni, in primis nei Pub britannici, per attirare la gente a bere birra prima degli orari soliti si usa offrire birra a meta' prezzo (in realta' il meccanismo e' quello del paghi uno prendi due) per un'ora nel pomeriggio. Se ad esempio l'uscita dal lavoro e' intorno alle 17:00 (pardon, alle 5 pm), allora dalle 4 pm alle 5 pm c'e' l'Happy Hour, e un beone si becca due pinte di stout o di bitter al prezzo di una. Poche noccioline (a volte pagate a parte) accompagnano la bevuta. Il meccanismo puo' prevedere l'estensione temporale ad un periodo maggiore di un'ora di orologio, ma questo e': bevi due paghi uno. Questa abitudine l'ho incontrata ancora recentemente in Costa Rica, dove una sera sono capitato a cena un po' troppo presto e per pochi minuti ricadevo nella happy hour quando ho ordinato un margarita. Me ne hanno portati due (e fatto pagare uno). Ora felice per i beoni un po' tirchi!

Da tempo immemorabile in Italia (per lo meno in alcuni luoghi, io ho presente come esempio la Sanremo della mia giovinezza) le persone si concedono talvolta un aperitivo prima di cenare (ma la birra usata a questo scopo e' barbara abitudine importata recentemente dai giovani modaioli di ritorno dalla perfida Albione). L'aperitivo viene servito spesso con un accompagnamento di piccoli bocconi salati da mangiucchiare bevendo. Ricordo con nostalgica simpatia le rosse pozioni di composizione ignota, dal nome altisonante di "Maison" che il buon Albino ci propinava a meta' anni settanta al prezzo di cinquecentolire, accompagnandole immancabilmente con una ciotolina di olive taggiasche in salamoia che pescava da grandi albanelle di vetro, un piattino con ottima sardenaira a tocchetti e, quando ne aveva voglia, altre deliziose quisquilie tra cui svettavano i crostini di pane con burro spalmato e mezza acciuga dissalata. La chiacchiera andava avanti per mezzora, un giro o due di maison e poi a casa.

Da qualche tempo e' invalsa nell'Italia soprattutto settentrionale la moda, nata sicuramente nella "Milano da bere" di craxiana memoria, ma che si sta diffondendo verso sud come un'epidemia, della "Happy Hour". Una versione cheap-chic della merenda sinoira piemontese (che pero' perlomeno prevedeva le bollicine spumose del barbera e non quelle dell'acqua gasata mescolata nello spritz). Avete capito che parlo della nuova versione dell'aperitivo, accompagnato da vassoi assortiti di amenita' tendenzialmente salate, di gradevolezza, qualita' e prezzo molto variabile.

Inutile dire che l'apericena (altro termine odioso inventato da chissa' quale genio del marketing. Dove sei Michele Serra, fustigatore dei profeti del nuovo che avanza?) non c'entra niente con la vera Happy Hour, e chissa' quale altro debosciato demente ha pensato bene di unire i due concetti mescolando banane con acciughe. Ma la moda non conosce confini, e quindi l'aperitivo con self service di stuzzichini e' diventato l'Happy Hour de noantri, visto che il termine inglese suonava bene.

Visto che non disdegno i passatempi alcolici mi dilunghero' ancora sull'argomento dell'ora felice, descrivendo i locali che secondo me ne sono i due archetipi: il localino scicchino del centro e il barazzo di periferia. La "Mise en place" del buffet e' sicuramente diversa, ma anche il parco avventori ed i loro comportamenti. Sempre ora felice, ma declinata come segue:

Il locale del centro vede una serie nutrita (non meno di 10) di alzatine disposte su banconi ad altezze diverse. Ogni alzatina e' adorna di una tovaglietta in tessuto di colore chiaro che racchiude uno scrigno di piccoli salatini, minuscole tartine il cui ingrediente piu' umile e' il gamberetto, micropanini dolci dall'interno squisitamente ripieno di salame di Felino o di sapienti miscugli di tonno e carciofini. Oltre a questi, terrine in ceramica anch'essa di colore chiaro racchiudono insalate dagli ingredienti improbabili, il meno esotico dei quali e' il cuore di palma, condite con salse delicate e decorate con coloratissima frutta tropicale tagliata a fettine sottili. Come minimo un grande tegame di rame (ma possono essere di piu') e' adagiato sopra un fornelletto a gas e fornisce agli astanti un assaggino di qualcosa di caldo (una pasta sfiziosa, un risottino colorato, magari un couscous con due polpettine).

Gli avventori sono giovani manager (o aspiranti tali) appena usciti dagli uffici, o gruppi di sfaticati ragazzoni e pischellette che ciondolano per le vie del centro inventandosi modi per sprecare soldi e tempo. I giovani manager sono il vero asso nella manica del barino sciccoso: piu' sono circondati da colleghe in taccododici e meno mangiano, spiluccando solo qualcosa quasi con ritrosia. I gruppi di giovinastri sfaccendati sono di appetito piu' sano, ma difficilmente comunque riusciranno ad ingurgitare l'equivalente degli oltre dieci euro versati alla cassa per una consumazione che, a cominciare dallo spritz o dal prosecchino, ha valore decisamente limitato. La piaga del baretto schicchetto e' l'avanzo: le alzatine sono continuamente rifornite (NON sostituite) ed alla fine della serata lo spreco e' notevole. Ma sai che festa nella locale sede della caritas convenzionata con il localuccio sciccuccio quando arrivano gli avanzi!

Anche il barazzo di periferia ha ceduto alla moda, ma non la chiama ne' apericena ne' Happy Hour, piu' spesso usa, con terminologia piu' propria, "Aperitivo a buffet" ma a volte anche "Abbouffet" con evidente involontario calembour. Il buffet e' costituito in generale da grandi vassoi di metallo ricoperti di scottex o di domopack alluminio, che contengono porzioni piu' generose ma meno paciugate (e per questo meno saporite) del suo parente ricco: fette di pane casereccio con sopra una piccola fetta di salame o mortadella e, talvolta, un'ombra di majonese. Tranci di pizza al taglio avanzata dalla vendita mattutina, non riscaldata; gli stessi panini e tramezzini avanzati a pranzo affettati ciascuno in quattro-otto parti a seconda delle loro grandezza originale. A volte c'e' anche un tagliere con un coltellaccio (lo stesso per salumi e formaggio) e un generoso pezzo di gorgonzola o pecorino, e spezzoni di salame di supermercato di diversa pezzatura per un servizio autonomo dei clienti.

I vassoi vengono esposti al pubblico rigorosamente alle diciotto e trenta. Subito prima di quest'ora comincia ad esserci un certo viavai davanti al bar, ma quando i vassoi vengono esposti sono presi d'assalto da gruppi di lavoranti in tuta bisunta e pensionati nullafacenti e nullatenenti che, prima ancora di aver ordinato il bicchiere di bianco o il campari-e-gin hanno gia' fatto fuori almeno tre pezzi a testa. L'aperitivo del barazzo di periferia e' diventato un modo di sfamare prima della cena (che si immagina sara' scarsa a giudicare dall'impegno mandibolare espresso dagli avventori) una genìa di persone di piu' o meno robusto appetito, ma che sono accomunate dall'attenzione a quello che gli anglosassoni chiamerebbero "Value for money". I cinque euro (limite superiore assolutamente invalicabile) devono essere sfruttati a dovere.

Per quanto per lo più rustici avanzi, infatti, il contenuto dei vassoi viene continuamente spazzolato e rimpiazzato, fino ad esaurimento, che talora avviene prima delle sette. Il problema del bar di periferia non è l'avanzo, ma la penuria delle scorte alimentari, tanto che ad una certa ora il locale si svuota perche' non ha senso pagare (max) 5 euro il bicchiere di bianco se non ci si puo' riempire lo stomaco e risparmiare la cena. Locali più accorti e di livello qualitativo intermedio hanno adottato la tecnica del piattino monodose da ammannire singolarmente ai clienti, contenendone la tendenza all'abbuffo (sono questi quelli che personalmente preferisco).

Visto però che l'ignoranza non conosce grandi discriminanti economiche, e che l'affettazione spesso porta a spassose interpretazioni linguistiche proprio per sembrare piu' à la page, in entrambi i tipi di locale capita di sentirsi fare, alla richiesta del bicchiere di negroni, la seguente profferta, accompagnata da un ampio e magnanimo gesto in direzione del buffet: "Vuole stuzzicare qualcosa mentre beve l'aperitivo?" E qui io regolarmente mi immagino nell'atto di afferrare uno stuzzicadenti o una forchettina e di torturare la tartina nell'alzatina sopra la tovaglietta, o la fetta di salame sopra la fetta di pane sopra il domopack, cercando di infastidirla ma senza mangiarla, seguendo alla lettera il consiglio del barista. Ma poi mi immagino che qualcuno chiamerebbe la neurodeliri, e non credo che riuscirei a spiegare agli infermieri la differenza tra stuzzicare qualche cosa e farsi stuzzicare (l'appetito) da qualche cosa, percio' mi servo e faccio finta di niente...

Prosit!

FG