Tutti i pensierini.

Pensierino del mese di Febbraio 2014:

La vendetta del lupo

Un recente post su Google+ dell'amico Peppo Ferotti (che ringrazio per la consueta cortesia nel farmi usare le sue splendide foto) ritraeva un fiore a prima vista strano, per lo meno ai miei occhi, e di fiori un po' me ne intendo. La mia perplessita' e' stata di breve durata: il frutto che si vede dietro al fiore era indubbiamente quello di un comune papavero (e qualcuno ricordera', da bambino, di aver "stampato" sulla pelle la parte superiore della capsula, che lasciava l'impronta di un cerchio raggiato che chiamavamo "l'orologio"). papaveroIl fiore pero' e' ben diverso dal papavero che tutti conosciamo. Si tratta infatti di quello che gli antichi studiosi chiamavano un "lusus naturae", uno scherzo dispettoso fatto dalla natura per ingannare i naturalisti stessi.

Oggi gli esperti sanno che queste stranezze sono meno poeticamente un errore genetico, un'anormalita' figlia delle infinite combinazioni che il caso pone come ostacolo al trascorrere normale delle cose. In botanica gli eventi di deviazione dalla norma non sono rarissimi, ed in questo caso si tratta di un fenomeno conosciuto di regressione genetica. Gli stami, che nei papaveri sono molto numerosi, sono infatti petali che nel corso dei millenni si sono evoluti, specializzandosi e trasformandosi in organi riproduttivi. La comparsa di petali numerosissimi in questi fiori piuttosto primitivi (dal punto di vista evoluzionistico) e' un fenomeno di ritorno alle origini, di ricomparsa degli stami nella loro forma primigenia, quella di petali (l'ho fatta semplice, in realta' e' un pochino piu' complicata). Io stesso sono stato testimone di questo tipo di eventi alcune volte, ad esempio con un bellissimo ranuncolo di montagna (Ranunculus kuepferi) che, invece di avere i "soliti" cinque petali ne aveva numerosi, proprio come il papavero di Peppo.

Ora la questione e': un papavero con tanti petali e' piu' bello o piu' brutto di uno che ha solo i "normali" quattro petali? Io non ho opinioni forti al riguardo, ma sembra che in generale la numerosita' dei petali sia una caratteristica che conferisce un fascino particolare ai fiori. Non a caso i floricultori hanno da tempo immemorabile sfruttato questi "scherzi di natura" cercando di fissare l'anomalia nella normalita', e spesso ci sono riusciti. Faccio un esempio che tutti conoscono: quasi tutte le rose ed i garofani coltivati hanno numerosissimi petali, ma in natura sia le rose che i garofani hanno "solo" cinque ranuncolopetali.

Gli esemplari coltivati non potrebbero riprodursi naturalmente, e se l'uomo smettesse di accudirli scomparirebbero molto rapidamente dalla faccia della terra. Il fascino destato da un arbusto che per caso aveva fiori a molti petali, diversamente da quelli circostanti, ha talmente attratto qualcuno, migliaia di anni fa, da fargli curare quell'arbusto in maniera particolare, ed indurlo a riprodursi, prolungando nel tempo l'errore che la natura aveva fatto.

Rose e garofani naturalmente non sono l'unico esempio, ne' lo e' la botanica. La stessa cosa succede con l'allevamento degli animali domestici, laddove la selezione di caratteristiche particolari segue due criteri differenti: quello opportunistico, con la selezione di "deviazioni dalla norma" particolarmente produttive in termini di carne, latte o uova, o quello "estetico" per le razze di animali da compagnia (cani e gatti su tutti). Le razze attuali di bovini, selezionate per la produzione di latte, non potrebbero sopravvivere senza l'uomo. Chi abbia sentito i muggiti disperati di una mucca che deve essere munta, poiche' letteralmente scoppia per la sovrapproduzione per cui e' stata allevata sa quali mostruosita' possa creare l'uomo per profitto o per diletto.

Mentre dal punto di vista utilitaristico la scelta e' quasi sempre oggettiva, le scelte estetiche sono invece figlie di giudizi quanto meno opinabili. Perche' dovrebbe essere bello un pechinese, un bassotto o un gatto nudo canadese rispetto ad un qualunque bastardo canino o felino che possiamo incontrare per strada? Secondo me non ci sono altre ragioni se non l'amore dell'uomo per cio' che e' strano, mostruoso, raro, fuori dalle regole. Da che cosa derivi questa attrazione non mi e' chiaro.

Una componente e' sicuramente legata al concetto atavico che cio' che e' raro sia perciostesso prezioso, al di la' delle considerazioni estetiche. Questa convizione ha radici profonde. Racconto un episodio della mia fanciullezza che ricordo molto bene: aiutando la nonna a sgranare (togliere dal baccello) i fagioli freschi, tra i tanti fagioli bianchi a volte ne capitava uno nero. Stesso tipo di fagioli, ed anche quelli neri erano sani, non anneriti per qualche problema. Noi bimbi avevamo allora pensato di raccogliere tutti i fagioli neri, metterli da parte e poi venderli a caro prezzo, in ragione della loro rarita'. Naturalmente il progetto era destinato al fallimento perche' quei fagioli erano assolutamente uguali agli altri per ogni utilizzo, ma noi eravamo convinti che quelli "dovessero" valere di piu', perche' rari.

Probabilmente il tutto risale ai tempi della nascita del denaro come sistema universale di compensazione degli scambi di merci, che coincise con la necessita' di trovare qualcosa di abbastanza raro da non consentire a chiunque di comprare qualsiasi cosa. Prima di coniare monete infatti si usavano al loro posto reperti naturali non comuni (ad esempio conchiglie particolari che ricordano ancora nel nome scientifico il loro uso primitivo). Ma se l'equazione raro = prezioso puo' avere un qualche senso (per i collezionisti e' quasi un assioma, chiedete agli ormai rari filatelici rimasti, che saranno tra breve essi stessi oggetto di collezionismo), altrettanto non potrei dire per quella raro = bello.

Il confine tra le emozioni e' spesso incerto, e quando le emozioni sono sturmforti tendono a confondersi. Cosi' questa attrazione per cio' che e' raro o (e)stran(e)o puo' estendersi a cio' che oltre ad essere strano e' anche (s)oggettivamente brutto o spaventevole. Mi viene in mente la corrente culturale del tardo settecento dello Sturm und drang, che dalla Germania invase l'Europa con l'ammirazione estetica/estatica di fenomeni naturali violenti, paesaggi scoscesi, orridi montani, tempeste buie in tetre foreste in notti senza luna. Attrazione che forse prende le origini dall'emozione precoce del bimbo cui vengono raccontate storie paurose di spettri vaganti in cimiteri notturni, di streghe, scheletri e vampiri. Il brivido si stempera nella possibilita' di stringersi alla nonna che le racconta, trovando conforto e sicurezza. Il misto di orrore e tepore, il fremito istintivo coniugato con la consapevolezza di osservare la paura da un luogo sicuro e' quello che muove ancora oggi schiere di appassionati di film dell'orrore o di siti di foto grandguignolesche, cui nulla mi accomuna, ma che comprendo.

Sto divagando haeckelcome al solito, e prima di tornare al tema iniziale, come in una improvvisazione jazz di bassa lega, faccio ancora una divagazione in campi limitrofi. L'amore per cio' che la natura produce di seducente ed esteticamente attraente, con la meraviglia di fronte alle forme artistiche insolite e' stato uno dei motori dello studio sistematico delle forme viventi, ed in questo e' insuperato il lavoro di Ernst Haeckel, che ha immortalato con dedizione certosina le capricciose elucubrazioni estetiche che l'evoluzione ha saputo creare. L'ammirazione per il diverso, per la deviazione dalle regole naturali che suscita meraviglia o anche terrore si e' sviluppata nell'ottocento con il Frankenstein di Mary Shelley, con gli enigmi sovrannaturali e truci di E. A. Poe, fino alle orrorifiche visioni oniriche di H.P Lovecraft.

L'ottocento vide anche il fiorire dei circhi che portavano in giro per le fiere di paese i "mostri": nani, donne barbute, gemelli siamesi che venivano esposti appunto come "Fenomeni da baraccone". Un capolavoro della cinematografia degli anni 30 ("Freaks", di Tod Browning) e' una testimonianza forte dell'attenzione quasi morbosa data alle deviazioni della natura nei primi decenni del secolo scorso, che peraltro continua tutt'oggi seppur maggiormente mascherata a mio avviso piu' dal freaksperbenismo che da un vero cambiamento di pulsioni profonde.

Torno al tema delle variazioni genetiche "coltivate" ad arte dalla dispotica razza umana, e ripenso ai cani, alle loro mille varieta' bizzarre, alla loro talvolta evidente bruttezza nonostante (o forse a causa de) l'adesione a canoni estetici rigidi e precostituiti. Sono esplicito: non mi piacciono i cani. Allevati e diffusi dall'uomo perche' paradigma della soggezione servile al padrone, supporto a egoistici bisogni di affetto sottomesso. Tantomeno mi piacciono i cani "di razza". Odio bulldog, bassotti, volpini, chihuahua, rottweiler et similia. Allevati nel rispetto di regole morfologiche astruse, usati come orpelli da spregevoli umani ricchi e vanitosi. Cani che non conoscono piu' i loro antenati, anche se ancora fertili nella riproduzione incrociata (se andate nei paesi dei Monti Sibillini vi stupirete della somiglianza dei cani locali ai lupi dell'appennino).

Ma mentre le selvatiche rose canine (e forse per analogia sarebbe piu' appropriato chiamarle "lupine") sono ancora molto diffuse in natura, il padre di tutti i cani del mondo ha rischiato l'estinzione per la persecuzione dovuta alla sua pericolosita' economica e sociale. Il lupo, prototipo per i nostri antenati di orrore e bruttezza, con i denti digrignati, lo sguardo famelico, gli occhi giallastri e torvi. Il lupo, mannaro o no, peloso e crudele, brutto e lupocattivo nelle decine di raffigurazioni letterarie, cinematografiche e televisive.

Il lupo, cosi' immensamente piu' bello di tutti i barboncini del mondo, si prende oggi finalmente la rivincita. Divenuto piu' raro di ogni razza canina artificiale riconquista un posto nella considerazione degli uomini. Viene protetto, osservato, fotografato, ammirato. Una vera star cui si perdona perfino il saccheggio di qualche gregge montano. Purche' continui a farci compagnia, nascosto ma presente, feroce ma vero, brutto ma splendido nella sua provenienza naturale, frutto delle leggi della vita e non delle alchimie forzate dall'essere piu' orrendo e pericoloso del creato.

FG

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Nota a latere: Il fenomeno della trasformazione degli stami in petali, anche se non ricondotto a ragioni di errore genetico ma piu' semplicemente attribuito alla "sovranutrizione" della pianta era gia' noto a inizio ottecento. Gaetano Savi nelle sue "Lezioni di Botanica" (Firenze, 1811) cita esplicitamente a questo proposito proprio garofani, papaveri e ranuncoli:

" Dicesi fiore scempio (flos simplex), quello che non ha altro che quel numero di petali che appartiene alla sua specie.

Fiore moltiplicato o doppio (flos semiplenus), quello che ha un numero di petali maggiore di quello che dovrebbe avere, ma sussiste sempre in esso un numero di stami e di pistilli, onde può dare dei semi abboniti.

Fiore pieno o stradoppio (flos plenus), quando tutti gli stami, e i pistilli si sono cangiati in petali, onde non può produrre i semi. Esaminando i Garofani, i Rannucoli, e i Papaveri dei fioristi si riscontrano tutti questi gradi di moltiplicazione dei petali, e si vede chiaramente il passaggio degli organi sessuali allo stato di petali, cosa che segue per abbondanza di nutrimento, e che dimostra l'analogia grande fra i petali e gli organi sessuali. Sono tali fiori veri mostri per eccesso, e son ricercati per i Giardini di delizia, ove servono di ornamento per le loro corolle più vistose, e per la durata delle medesime più lunga che nei fiori scempi, nei quali esse periscono subito dopo la fecondazione."