Tutti i pensierini.

Pensierino del mese di Giugno 2015:

Torino Jazz Festival 2015

Il mio rapporto con la musica e' passionale e viscerale, mi definisco un musicofago onnivoro. Non sono un gourmet, sono un ghiottone affascinato dalla quantita' e dalla diversita', poco colto e molto vorace, musicalmente spensierato (nel senso che non mi faccio molti problemi) e schietto (nel senso che quando mi piace o non mi piace qualcosa lo dico e non mi nascondo dietro a giri di parole).

IL TTJF 2015JF per me quest'anno e' stata una bella scorpacciata di musica, senza indigestione ne' effetti collaterali molesti se si eccettua il risveglio del vecchio spirito di commentatore musicale da strapazzo (fare il mestiere di critico musicale sarebbe stata la mia seconda aspirazione dopo quella del giornalista gastronomico alla Raspelli smile). Percio', come gia' in un paio di pensierini precedenti, propino qui il terzo sproloquio musicologico ai miei lettori, raccontando i quattro giorni di frequentazione (se pur non assidua) del TJF 2015, e la vasta gamma di emozioni provate: quasi sempre positive, con qualche eccezione...

Anthony Braxton's "Sonic Genome Project"

Purtroppo il tutto e' iniziato male, ma non e' stato un "male" inaspettato. Un po' di retroterra qui e' necessario: probabilmente io sono orrendamente prevenuto rispetto ad uno dei mostri sacri (considerato tale a mio avviso solo da una ristretta schiera di critici iperintellettuali e narcisisti) del jazz contemporaneo, il signor Anthony Braxton. Non che non ci abbia provato... La mia frequentazione di questo monumento vivente alla supponenza, che e' riuscito a spacciare l'incomprensibilita' della sua musica come sofisticazione intellettuale suprema risale alla meta' degli anni 70, con i miei primi concerti da studente, spettatore ancora piu' ignorante di oggi, a Pisa e dintorni. A quell'epoca Mr. Braxton, come me, aveva ancora tutti i capelli del loro colore originario, ma gia' allora si atteggiava a grande professore ermetico: occhialini tondi ed aria seriosa da intellettuale di Chicago, perdipiu' nero e percio' intoccabile dalla critica radicalchic.

A quel tempo il "free jazz" dai toni freddi e dalle sequenze incomprensibili (almeno per me) era molto in voga. Ricordo gli assoli strazianti (per le orecchie, non per il cuore) di Steve Lacy e il vomito torrenziale e scomposto di note di Roscoe Mitchell, ma anche cose affascinanti come il violoncello sperimentale di Tristan Holtzinger. Ognuno di questi, per quanto in una sfera di incomprensibilita' e rasentando spesso l'inascoltabilita', aveva pero' un tratto che me lo faceva non dispiacere, ed il tentativo di comprendere spesso risultava in un ricordo positivo per l'aver assorbito qualcosa, almeno a livello culturale se non emozionale. Ma questo non mi e' mai successo con quel professore dall'aria compunta e tronfia e dagli occhialini metallici tondi.

In seguito non l'ho piu' sentito dal vivo, pago di quei primi ricordi ormai un po' offuscati nella memoria. Nel periodo d'oro di Napster e della musica a gogo' su Internet mi sono procurato qualche CD del suddetto, provando a riascoltarlo per capire se le evoluzioni (almeno in studio) della sua musica avessero preso qualche forma vagamente accettabile per le mie orecchie e il mio sentire musicale. Nulla. Quella musica, nella sua quasi totalita', mi lascia proprio freddo. Certo, non discuto della sua bravura tecnica, che in alcuni casi si esplicita in qualcosa di apprezzabile (vedi ad esempio quando rilegge musica non sua, come nel caso del disco omaggio a Lennie Tristano), ma le sue composizioni cervellotiche, volutamente ermetiche anche nei titoli (ascoltate per esempio le composizioni N.10 e N. 16, o un duetto con Derek Bayley, altro pazzerellone dell'improvvisazione libera e della sperimentazione sonora) non le ho mai digerite. Come al solito sto divagando, torniamo a bomba.

Il signor Braxton aveva annunciato, in occasione del TJF, la performance di una sua opera fondamentale e monumentale, eseguita solo una volta a Vancouver (e adesso siamo a due, chissa' se ne fara' ancora). Il nome del progetto evoca concetti interessanti: si chiama "Sonic Genome", e vorrebbe (a quel che ho capito) richiamare in musica la mimica della riproduzione e dell'evoluzione delle specie, con la metafora di cellule musicali che, in continuo movimento e mutazione, si scindono e ricompongono mescolando le proprie caratteristiche imprigionate in un codice genetico che, senza queste commistioni, sarebbe immutabilmente scritto, fermo nella sua arida sequenza matematica di triplette ribonucleiche.

Insomma, veramente attraente come idea: un ensemble di oltre 70 esecutori professibraxtononisti, costituiti in nuclei mutevoli di pochi elementi, che si muovono in uno spazio suggestivo (il bellissimo Museo Egizio di Torino, in questo caso), mescolandosi sotto la direzione lasca e parzialmente casuale di pochi allievi del Maestro. Ad immagine della Natura, che fa combinare i geni in un progetto superiore che di casuale ha solo il momento tattico dell'accoppiamento puntuale, ma non il disegno strategico scritto (per chi ci crede) dall'Artista Supremo: un po' Dio il buon vecchio Tonino si sente, secondo me. Per inciso, e com'e' ovvio, i 70 musicisti erano per la stragrande maggioranza onesti professionisti di Torino e dintorni, ed il drappello dei "direttori", allievi del Maestro, erano meno di una decina.

Il tutto, visto che la dimensione, come quasi sempre per gli esibizionisti, conta, basato non solo sulla performance muscolare di un si' nutrito ensemble, ma anche sulla durata ipertrofica dell'evento, dalle 18:00 del govedi' alle 2:00 del venerdi', giusto per non farsi mancare nulla. Il vecchio Prof. naturalmente non avrebbe potuto reggere ad una cosi' dura prova, e percio' ha limitato la sua inclita presenza a radi episodi di direzione dei musicisti, peraltro di collocazione oraria e logistica non annunciata. Noi, fortunatamente (?) abbiamo assistito a due di questi, alle 19:00 ed alle 22:30.

La faccio breve dicendo quel che penso in sintesi: Un'idea veramente interessante, sia per modalita' sia per ambientazione (vi giuro che il museo e' splendido, da vedere almeno una volta nella vita), sprecata e gettata alle ortiche. Qualche sprazzo (molto rari) di immagine interessante in questi gruppi variopinti di musicisti che si muovevano negli spazi suggestivi delle sale di esposizione, dei cortili e degli scaloni, ma la musica e' stata secondo me sempre la grande assente. Possiamo parlare a mio avviso di rumori, per di piu' mal assemblati. La vetta di insopportabilita' sono stati proprio i due episodi di presenza del Luminare Gran Maestro, che con gestualita' scomposta "dirigeva" in maniera difficilmente afferrabile i tocchi asimmetrici e cacofonici dei musicisti, ma soprattutto gli stridii e i mugolii di un coro visibilmente stravolto.

Ho percepito spezzoni di commenti di parenti dei musicisti (vista la numerosita' della banda probabilmente una fetta consistente del pubblico non straripante) che riportavano come gli stessi esecutori avessero grandi preplessita' nel merito (i suoni prodotti) e nel metodo (la direzione aleatoria ma concentrata e apparentemente ferrea del sig. Braxton).

Chiudo questa prima parte dicendo che personalmente, una volta capito l'andazzo, ho dirottato l'attenzione sensoriale e intellettuale ad aspetti collaterali come i movimenti in quegli spazi affascinanti, i pettegolezzi del pubblico pagante ma soprattutto l'abbigliamento dei presenti, che avrebbe meritato di essere raccontato nei suoi folkloristici dettagli. Il pubblico di questo tipo di eventi e' sempre estremamente stravagante e per una buona ragione: deve far vedere che c'e'. Il partecipante medio a queste rappresentazioni si sente molto intelligente perche' finge di capire quello che la maggior parte delle persone ammette di non comprendere. Per sottolineare la propria presenza, quale modo migliore che l'addobbarsi in maniere improbabili ed altrimenti improponibili?

Mi sono trovmuseo egizioato a pensare, nel vuoto cosmico generato dalla non musica braxtoniana, che se in generale il pubblico povero (si pensi ad una serata in balera a Casalpiccolo di Sotto con "Tanya e i suoi scudieri del liscio") e' mediamente "brutto", ed il pubblico ricco (si pensi al vernissage di un negozio di Buccellati in via Montenapoleone) e' mediamente "bello", il pubblico intellettuale di queste occasioni e' mediamente "strano" smile . L'importante e' in queste occasioni apparire, farsi notare; percio' poco importa se mi metto un taccododici dorato, mostro un'ampia scollatura rifatta e labbra a canotto condite da un trucco esagerato, o se mi atteggio a finto straccione indossando una sdrucita gonna a fiori anni settanta, qualche straccio variopinto al collo, una borsa di tela di sacco e un'acconciatura stile spaventapasseri in una giornata di bufera. La rappresentazione semplicistica tipica dei commentatori destrorsi quando parlano degli intellettuali di sinistra definendoli "radical chic" mi da' ai nervi, ma devo dire che qualche rara volta mi trovo a pensare che abbiano un po' di ragione. Questa e' stata una di quelle rare volte...

La ciliegina sulla torta e' arrivata quando mi sono accorto che, in estatica ammirazione del Maestro, c'era anche il corpulento James Newton, il capo incoronato dai dread ben acconciati dei capelli ormai grigi, autore della musica che avrei sentito all'indomani all'Auditorium RAI (ormai il biglietto l'avevo acquistato...). Terribili presagi si addensavano sul mio capo... comunque, scacciando le nubi torve grazie al ritornello vanoniano (o vanonico?), a mezzanotte passata me ne tornavo a casa canticchiando "Domani e' un altro giorno, si vedrà"

Ma prima di passare al resoconto della "Passione secondo Matteo" di James Newton, una promessa voglio farmela: cosi' come ho fatto con le ostriche crude, che ho provato diverse volte ad assaggiare pensando che se sono ritenute così buone debbano piacere anche a me, anche con Braxton ho definitivamente chiuso: i ripetuti assaggi non hanno fatto che riconfermarmi nella mia convinzione. Ma chissa', magari se la prossima volta suonasse Tristano...

E qui il pensierino potrebbe finire: la lunghezza minima sindacale l'ho ormai raggiunta. Ma visto che molte di queste cose le avevo gia' esternate su FB e non vorrei aver dato l'impressione di un atteggiamento ipercritico e negativo, voglio esagerare con la prolissita', e raccontare questo evento fino in fondo, perche' fortunatamente le cose sono andate migliorando, eccome!

Hugh Masekela

Il venerdi' attendiamo i nostri amici di Savona Bobo e Roberta, appassionati jazzofili, che vengono a trovarci per assistere ad alcune delle esibizioni in programma. Dopo il concerto di Danilo Rea, che noi non abbiamo seguito, ci incontriamo per un drink veloce ed andiamo in Piazza San Carlo per uno dei concerti piu' belli cui ho assistito in questa edizione. Un grande vecchio ultrasettantacinquenne, Hugh Masekela, nero sudafricano noto oltre che per la sua musica anche per il suo impegno contro l'apartheid, accende i cuori con la musica e con le parole, canta la sua terra e suona la sua cornetta in maniera coinvolgente, trascina i piedi e le gambe di tutti i presenti in una frenesia di ritmi, provoca brividi ed emozioni a sfare. Un concerto di quelli che non si raccontano, si vivono e basta.

Musicalmente un jazz funkeggiante, gradevole, energetico e immediato, condito dalla paHugh Masekelassione e costruito sulla tecnica sopraffina. Entusiasmante e' una parola adatta per l'occasione, non so descrivere l'evento meglio di cosi'. Al cospetto di tanta vivace energia e impegno da parte di una persona che, se pure non abbia apparenza fragile, e' sicuramente provato dall'eta' e dalla vita non semplice, e' umano emozionarsi.

Nasce spontaneo il pensiero per un'altra grandissima figura della musica sudafricana, quella Miriam Makeba con cui e per cui Hugh Masekela ha spesso suonato in passato (sono stati anche sposati per un paio d'anni), e un brivido corre lungo la schiena al pensiero di questa grande artista, scomparsa non molti anni fa proprio in Italia sul palco su cui cantava, a suggellare in maniera drammatica e definitiva il suo amore per la musica della sua terra.

Dopo il concerto avremmo voluto sentire l'assolo di Andy Sheppard sul fiume, ma arriviamo in ritardo e raccogliamo solo le ultime note di uno spettacolo che dev'essere stato suggestivo come tutte le esibizioni di questo tipo, in un'atmosfera difficilmente descrivibile, col fiume in sottofondo ed i palazzi del LungoPo a creare echi e riverberi, in un gioco di riflessi ottici e sonori. Dopo un bicchiere in Piazza Vittorio ce ne torniamo a casa.

Sabato mattina, delusione: arrivati per tempo (un'ora di anticipo, 10:30) al grattacielo di Renzo Piano per assistere al concerto di Steve Lehman troviamo una folla inferocita che impreca contro il fatto che i trecento posti dell'Auditorium siano gia' tutti occupati, e quindi non si possa piu' entrare. Quando succede una cosa del genere, io tendo a dare la colpa a me (che non sono arrivato abbastanza presto), molti presenti invece tuonavano contro la cattiva organizzazione che doveva prevedere il fatto e quindi una sala piu' capiente, oppure un accesso a pagamento selezionando percio' la partecipazione. Forse hanno ragione loro, e magari l'anno prossimo l'organizzazione migliorerà ancora.

Non abbiamo perciò visto il concerto, nonostante le disperate proteste di Bobo che proprio non ci voleva stare a perdersi Lehman, e siamo tornati a casa a pranzare. Col senno di poi, sentendo i commenti del mio amico Carlo superfotografo e fidandomi di lui non sono poi cosi' dispiaciuto di non aver assistito all'evento.

"La passione secondo Matteo" di James Newton

Partiamo percio' tranquilli il pomeriggio, con i biglietti numerati dell'Auditorium RAI in mano e quindi senza grandi patemi da anticipo di orario. Anche qui una premessa e' d'obbligo. Tra le tante cose bizzarre della vita c'e' il fatto che, pur essendo io un ateo bestemmiatore e mangiapreti, la musica sacra rientri tra i miei folli, inspiegabili amori. Dal canto monodico gregoriano alle messe polifoniche di Palestrina e Monteverdi passando per Praetorius, Perotino, fino al trionfo della musica barocca e delle Messe, Cantate e Passioni di Bach, che non mi stufo mai di ascoltare.

La Passione secondo Matteo, quindi, anche solo per il nome ha per me un'attrattiva formidabile, e come un'ape di fronte ad una distesa di rododendri in fiore mi sono lasciato indurre ad acquistare un biglietto (dal costo peraltro modico) per lo spettacolo. Certo una versione jazz della passione evangelica non e' cosa di tutti i giorni, ma la commistione tra musica popolare americana di origini africane e la liturgia cristiana e' proverbiale e nota, a comiciare dal gospel, passando dal soul ed approdando al Blues del "Siamo in missione per conto di Dio" (su cui torneremo in chiusura).

Percio', armato di pazienza, un po' timoroso ricordando la devozione dell'autore James Newton per il preteso maeJames Newtonstro Anthony Braxton di cui ho discettato piu' sopra, mi sono accomodato sul velluto rosso dell'accogliente poltrona dell'Auditorium RAI, e, dopo le prime battute, ho cominciato ad appisolarmi, cullato dalle arie liriche della narrazione evangelica, dalle note rarefatte e dalle atmosfere vetero-moderniste della musica di Newton. Non avrei potuto permettermi questo exploit qualche anno fa, quando un sonnellino pomeridiano mi provocava sonorissimi ronfamenti che avrebbero destato l'indignazione degli astanti e le puntute gomitate nel costato inferte da mia moglie, ma ora che non russo (quasi) piu' ho benedetto questa possibilita' di assopirmi cullato da una musica non malvagia ma non entusiasmante. Il primo tempo e' percio' volato via cosi'. Poi, rinfrancato e rinvigorito da questa siesta inopinata, ho potuto seguire la seconda parte con maggiore attenzione.

Mi sono confermato nell'impressione avuta nel dormiveglia: l'Opera somma del Maestro Newton era ascoltabile, anche se non entusiasmante. Non amo la lirica e quindi non ho apprezzato molto le parti cantate. I passaggi musicali, a parte un paio di arie piu' cantabili e piu' immediatamente riconducibili al soul afroamericano, mi ricordavano molto la musica "moderna" degli anni 60-70, da Pierre Boulez a Luigi Nono, con un sapore leggermente stantio. Non mi e' dispiaciuto aver assistito all'evento, l'ho trovato forse un po' troppo lungo (in fondo anche questo James Newton non deve essere scevro da piccoli deliri egotici, anche se non al pari del Maestro Braxton) ma non ho rimpianto le dieci cucuzze versate al cucuzzaro. Vero e' anche, come ha detto il superesperto Bobo, che quest'opera sarebbe stata tutt'altra cosa se eseguita da un ensemble americano, piu avvezzo a questo tipo di musica, che invece e' risultato probabilmente estraneo ai pur bravi professionisti del Regio di Torino. Io avevo notato infatti durante l'esecuzione qualche accenno di sbadiglio ed alzate di sopracciglia ironiche tra gli esecutori.

Bojan Z e Trio Monne

L'esibizione finisce piuttosto tardi, ci fiondiamo in Piazza San Carlo per ascoltare Fabrizio Bosso in un concerto che attira per la modalità atipica (commento sonoro sulle immagini di un film di Dino Risi, "Il Sorpasso" che dovrebbero scorrere sul maxischermo). In piazza però c'è stato un cambiamento di programma, e primo a suonare è Randy Brecker con la sua tromba. Jazz di gran classe, godibilissimo, bella esibizione, ma noi siamo un po' stanchi e le sedie di Piazza San Carlo sono tutte occupate già da tempo. Dopo un'oretta di concerto perciò, e prima che attacchi Bosso, decidiamo di andarcene, mangiare qualcosa e poi andare a sentire un trombonista che fa l'assolo sul fiume.

L'atmosfera caotica ma accogliente di Piazza Vittorio by night ci cattura e ci mette a sedeJacopo Albinire ad un tavolino su cui appoggiamo i nostri cocktail allo zenzero e Rosso Antico. La chiacchiera che va a ruota libera ed il profumato beverone inducono al relax. Ma intanto Bobo, il piu' impaziente della compagnia, va a vedere se casomai si trovasse un posto al chiuso dove sentire qualcosa di piu' particolare. Ci telefona dopo poco dal "Magazzino sul Po" ai Murazzi, dove tra breve si esibira' tal Bojan Zulfikarpasic (per gli amici Bojan Z) in quartetto, e, udite udite, c'e' ancora posto a sedere! Ma sbrigatevi che si sta riempiendo... Senza pensarci troppo, ci fiondiamo verso il Po con mezzo bicchiere di cocktail ancora in mano, e raggiungiamo il Magazzino sul Po.

Un ambiente angusto ma accogliente, pochissimi tavolini poggiati ad una balaustra di legno che aggetta sul microscopico palco. Suonera' il clarinetto Jacopo Albini, giovanissimo torinese che conosciamo per aver frequentato le classi di clarinetto al Conservatorio negli stessi anni in cui lo ha fatto Ettore nostro figlio. Non conosco questo Bojan Z, ma Bobo sostiene che non e' malaccio. L'esibizione sara' una vera sorpresa: il tastierista Bojan Z e' evidentemente uno che sa il fatto suo, navigato quel che basta ma entusiasta ed energico con il suo fisico da camallo del Porto di Genova. Il quartetto si diverte e diverte la platea, che e' visibilmente soddisfatta. La batteria e il basso fanno un tessuto ritmico esemplare, senza sbavature e con stacchi di bravura, senza esagerare nei personalismi.

Il giovanissimo clarinet-sassofonista si spende (com'e' giusto) tutte le sue doti, che non sono poche, librandosi in assoli non troppo complessi ma stilisticamente ben confezionati, ed il sorridente Bojan Z apprezza ed approva, mettendo a disposizione il suo mestiere quando ritiene opportuno, pestando sull'organo Rhodes con vigore sapiente.

Veramente un bel concerto, ci fa andare a letto contenti e fiduciosi nell'esibizione che lo stesso Bojan Z terra' l'indomani mattina, all'auditorium del grattacielo di Piano, insieme al trombonista dell'esibizione solista sul Po, che non abbiamo potuto ascoltare stasera (il dono dell'ubiiquita' sarebbe utile in queste occasioni ma non e' concesso a tutti i mortali).

Bojan Z e Nils Wogram

Senza dilungarmi oltre in commenti laterali, mi fiondo sulla giornata forse piu' bella di tutto il TJF 2015, almeno per noi. Di buon'ora (alle nove) ci rechiamo al grattacielo, ad evitare gli inconvenienti del giorno prima. Stamattina, sarà perchè è domenica, sarà perchè il concerto ha attrattive minori rispetto a quello di ieri, non abbiamo problemi ad entrare insieme ai primi e questo ci conquistera' in effetti un posto in prima fila. Dopo un paio d'ore di attesa l'auditorium viene aperto e la corsa al posto che affronto con determinazione e impegno degni di Nico Rosberg ci frutta la pole position, ad un passo dal piano Steinway e dall'organo elettronico Fender Rhodes che saranno utilizzati da Bojan. I due entrano poco dopo.

Bojan Z non ha proprio il physique du rôle del pianista, come ho detto sopra ha l'aspetto tarchiato e muscoloso ed il collo taurino dell'addetto ai traslochi. Indossa un paio di pantaloni piuttosto tamarro, con scarpe pienamente in tema. Ma ha un bel sorriso allegro e bonario, un po' sornione, che attira simpatia. Il tromBojan Nilsbonista tedesco, Nils Wogram, e' un ragazzo giovane e bello, dal fisico statuario e dal volto aggraziato e dolce. E' vestito in maniera semplice, scarpdetenis, jeans chiari e maglietta girocollo rosa acceso. "Ammazza che figo" ho esclamato mentalmente quando l'ho visto, e guardando Maddalena ho capito che anche lei pensava la stessa cosa. Con mosse felpate e fare garbato si e' messo a fianco di Bojan, hanno cominciato a fare un po' di rumore, percuotendo l'uno le corde ed il coperchio del piano, l'altro soffiando scompostamente sul trombone (NON nel trombone), ed e' iniziata la magia.

Un duo affiatato come se suonasse insieme da sempre ha cominciato un dialogo di note, di sguardi e di rumori, ammiccando con gli occhi e con i gesti, sincroni come due orologi al cesio. La vigoria di Bojan alle tastiere, la leggerezza e l'inventiva di Nils col trombone, da cui tira fuori suoni piu' o meno usuali si sposano perfettamente. Uno spettacolo piu' che godibile, che ci fa ringraziare di esser qui, e di assistervi da una posizione cosi' comoda e privilegiata. Mentalmente penso di non aver pagato il biglietto di Braxton e di Newton, e di aver dato 23 Euro per questa esibizione, e sono soddisfatto smile.

Quartetto manouche "TOLOBO"

Dopo lo spettacolo, un salto veloce a casa a mangiare qualcosa, poi i nostri amici nel pomeriggio, dopo lo spettacolo di Ron Carter al Colosseo, se ne torneranno a Savona per incombenze elettorali. Noi invece, dopo lunghi ponzamenti, decidiamo di rimanere a Torino e saltare il ponte del 1 giugno. Il pomeriggio, come ammazzacaffe', decidiamo di andare ad ascoltare un po' di Jazz manouche alla Mole. Le sonorita' alla Django Reinhardt sono sempre piacevoli, divertenti e non impegnative, e ci va di diveTOLOBOrtirci un po'.

Anche qui l'ambiente e' estremamente angusto, ma riusciamo a procurarci due posti a sedere in bilico su un muretto che sovrasta il minuscolo palco su cui si esibira' un quartetto capeggiato da tal James/Giacomo Smith, ragazzo londinese, accompagnato da un giovanissimo chitarrista bolognese e due coetanei torinesi. Il gruppo ha un nome improbabile (TOLOBO da Torino Londra Bologna), ma quando attaccano a suonare si sente che ci sanno fare nonostante siano veramente molto giovani. Guardando questi ragazzi mi vien da pensare ai loro simili che si esibiscono nel fragore di chitarre elettriche in chiassose band hard rock, con gesti sguaiati e sconnessi, abbigliamenti estremi, look graffianti e provocatori, e mi chiedo se questa scelta di basso profilo nell'aspetto sia una questione di affermazione del loro stile particolare, e percio' altrettanto artefatta e studiata quanto quella dei loro colleghi rockettari oppure sia semplicemente una esplicitazione del fatto che a loro basta suonare, e suonare bene, e suonare quel che gli piace, e del look se ne fottono. Boh, non ho una risposta. Certo e' che sembra un po' fatto apposta pure questo.

Il talentuosissimo clarinettista ha l'aria di un nerd brufoloso che potresti trovare nel bagno di un campus londinese mentre ravvia allo specchio i capelli tagliati medi (nel senso di ne' corti ne' lunghi), rifacendosi la scriminatura laterale troppo bassa e tenta, gia' che c'e', di spremersi due brufoli sul naso, proprio sotto il ponte degli occhiali un po' troppo spessi e démodé. Il bravissimo Paolo Prosperini, bolognese, ha i tratti di un giovane di periferia che potresti immaginare seduto in una balera, mentre si guarda in giro con lo sguardo un po' triste alla ricerca di una ragazza non troppo appariscente cui fare l'occhiolino. Lo spilungone al basso sembra essere interessato solo al suo strumento e alla sigaretta che gli penzola dalla bocca spuntando tra i baffi e la barba incolta. L'unico con un po' piu' di verve e' l'altro chitarrista, anche un po' piu' carino degli altri, che non a caso di tanto in tanto intrattiene il pubblico presentando i brani e gli strumentisti.

Ma che bravi, questi ragazzi! Un feeling da vendere, un tocco leggero e facile dei tasti e delle corde, una velocita' e precisione di esecuzione esemplari. Infilano uno dopo l'altro una serie di piacevolissimi pezzi della tradizione manouche, con qualche intermezzo, sempre in stile, ma di composizione originale (Paolo Prosperini ne e' l'artefice).

Intanto il cielo comincia a brontolare, un TJF senza pioggia non s'e' mai visto e pare che quest'anno non si voglia tradire la tradizione. Comincia a cadere qualche goccia e i ragazzi, molto preoccupati per l'attrezzatura, si scusano e quando viene giu' qualcosa di piu' decidono di far su armi e bagagli e chiudere la baracca. Ci rifugiamo dentro il locale di Eataly che c'e' sotto la mole, aspettando che spiova, approfittando per una puntata ai bagni e per salutare gli amici che cominciano a dirigersi verso Via Madama Cristina dove c'e' il teatro Colosseo e Ron Carter che li aspetta. Fuori continua a piovigginare leggero leggero, decidiamo di andar via anche noi ma quando usciamo la scena ci cattura: I ragazzi del quartetto, che evidentemente avevano ancora tanta musica nelle mani e nel cuore, si erano messi sotto gli ombrelloni ravvicinati tra loro e, per una piccolissima platea, stavano continuando il loro concerto senza alcuna amplificazione elettrica.

Nel frattempo, sbucato chissa' da dove, si era unito a loro un violinista, altrettanto giovane, forse un po' meno talentuoso anche se dal punto di vista estetico il gruppo ci aveva sicuramente guadagnato. Hanno continuato a suonare, li' sotto gli ombrelloni, con la pioggia leggera che andava e veniva, per una piccola folla di spettatori ma soprattutto per loro, perche' si divertivano da matti a suonare insieme, e la cosa era evidente. Questa e' la musica!

Shibusa Shirazu

Bobo e Roberta ci salutano, loro vanno a sentire Ron Carter al Colosseo e poi ripartono per Savona, noi abbiamo deciso di restare a Torino e goderci l'evento del giorno: l'unica data europea della Shibusa Shirazu, una band numerosa e variopinta che promette faville (almeno secondo il depliant). StasShibusa shirazuera siamo determinati a conquistarci una buona sedia, arriviamo per tempo armati di birre e tranci di focaccia e ci sistemiamo in terza fila, al centro, alle 19:15, decisi a resistere fino alle 21:00. E fecimo propiobbene!

L'inizio è puntualissimo (e questo e' già un plus, almeno per me). Come da copione, dalle quinte dove era stato a sonnecchiare pigro ma vivo (lo si vedeva respirare, quasi in agguato), esce dalla tana ed inizia il suo volo un enorme drago argenteo, col suo corpaccione segmentato da insetto immenso ma lievissimo, la testa completa di corna minacciose, gli artigli e la lingua cominciano a protendersi verso gli spettatori. Una situazione onirica dalla regia impeccabile, con i pochi manovratori invisibili non perche' si celassero in qualche modo, ma perche' l'attenzione non poteva che essere rivolta verso l'alto, verso il volo leggero e lento del lucertolone argenteo. Mi sono sentito bambino, contento di quella scena cosi' puerile e cosi' magnetica, e ho goduto guardando in alto e cominciando a sentire le note che avevano cominciato a fluire dall'orchestra, un ruscello che pian piano si trasformava in torrente, un impasto sonoro che aveva un senso, pure nella sua prolissa ridondanza.

L'ingresso col drago e i primi minuti di musica subito vivacissima e martellante confermano le previsioni: un ensemble di musicisti affiatati e casinisti, e una coreografia di tutto rispetto. Un pittore armato di un pennello nero ed uno rosso comincia a disegnare ghirigori giapu su un telone steso verticalmente, un po' in secondo piano. Due scale ai lati del palco sono usate come piedistalli/trampoli per l'esibizione. A sinistra una bella signorina giapponese agghindata in maniera vistosa, maneggia con disinvoltura due enormi finte banane (!) accennando movimenti di danza peraltro non propriamente armoniosi. Sulla scala di destra si arrampica un folletto di sesso difficilmente decifrabile, col corpo ed il volto coperti di biacca, ornato da un variopinto ventaglio sul capo. Iniza a muoversi con contorsioni piu' sinuose della sua collega bananifera, con movenze da teatro del No.

A sinistra , davanti al palco, si piazza immobile quella che forse e' la figura piu iconograficamente forte del gruppo: Una specie di statua umana dal volto maschile duro e ieratico che sembra tagliato con l'accetta. Ricorda le rappresentazioni egizie intraviste il giorno prima durante l'esibizione di Braxton (tormentone che torna). Immobile statua paludata in un abito femminile elegantissimo, rosso scarlatto dalle ornamentazioni floreali cangianti in oro. Per la maggior parte del tempo fa bella mostra di se', immobile, ma a volte accenna a passi di danza sempre molto misurati, stridenti nel brodo primordiale di musica, movimenti e colori che gli turbina attorno.

Altre figure si aggirano, a volte non facilmente riconoscibili dopo il cambio di abito. Sempre in primo piano una ballerina dalla mise verde fluo, colore che invade anche i capelli, cinguetta e duetta con la cantante, una brunetta dall'abbigliamento piu' sobrio, una minimale veste nera di maglina attillata. Tengo per ultimo i due pezzi forti, che mi lasciano perplesso a bocca aperta a pensare: ma ci stanno pigliando per il culo? (Il dubbio in realta' rimane, nel retrocranio, per lungo tempo).

Il guitto piu' scatenato, il cui compito e' probabilmente quello di generare tutta l'energia e profonderla ai colleghi sul palco, e' un uomo giapponese non bello, brevilineo, che indossa solo un paio di slipponi rosso acceso (!) ed una specie di vestaglia corta, aperta sul davanti, bianca con simboli giapponesi ed il sol levante sulla schiena. Un paio di scarpe da ginnastica e di calzini bianchi, e una fascia dello stesso colore che circonda il capo sono gli unici accessori. Raramente in vita mia ho visto qualcosa di piu' sfrontatamente ed ostentatamente kitsch di questo signore e della sua degna collega, la signorina maneggiabanane. Il mutandonato pazzo che urla nel microfono parole naturalmente a noi incomprensibili, e' il cantante (almeno pare).

Il drago pian piano rientra, lo spettacolo dura ormai da mezz'ora, l'orchestra non ha mai smesso di suonare, riversando un fiume continuo di note alimentato da chissa' quale sorgente. Comincio a pensare: be', ormai ci siamo, abbiamo visto tutto quello che c'era da vedere: affascinante, coinvolgente, ma non possono andare avanti cosi' tutta la sera... Infatti, in perfetta simmetria con quella musica minimalista che si trova proprio all'estremo opposto dell'universo sonoro, pur continuando la trama a restare pressoche' immutata, i dettagli del cambiamento sono percepibili, e ti tengono li' a chiederti cosa mai stia per succedere. E dopo comincia a venir fuori piu' musica, con maggiori interventi solistici (pursempre immersi nel court-bouillon sonoro ribollente), e più spettacolo, con cambiamenti di costumi ed interventi di caratteristiche diverse. Una vera abbuffata per gli occhi e per le orecchie.

Non ho fin qui descritto il personaggio forse piu' inquietante: il direttore d'orchestra, se cosi' si puo' definire. Se lo incontrassi di notte per strada, cosi' acconciato, con i capelli e la barba arruffati e la sigaretta perennemente penzolante dal lato della bocca, gli occhi torvi e un po' annebbiati (solo lui sa cosa ci fosse dentro le sigarette) sicuramente mi affretterei a cambiare marciapiede. Il tizio, per la maggior parte del tempo seduto su una sedia ed abbracciato al suo schienale, con le spalle rivolte al pubblico, sembra godersi la musica dei suoi compari musicisti. Quando le mani non sono impegnate nell'accendersi o scrollare la sigaretta, le usa per scattare foto con un tablet o uno smartphone ai suonatori ed ai performers sul palco. Raramente l'ho visto dare istruzioni, gestuali o vocali, ai musicisti, per questo ho qualche perplessita' a definirlo direttore d'orchestra. smile

Dopo oltre un'ora (cioe' a circa meta' spettacolo) la coreografia si arricchisce di un ulteriore elemento, come se ce ne fosse bisogno: Il grande schermo, su cui fino ad allora venivano proiettate innocue scritte in giapponese, si accende di immagini vorticose. Non chiedetemi cosa si vedeva, non me lo ricordo, anche se mi ricordo che mi hanno cominciato a brulicare pure gli occhi oltre alle orecchie. Dopo un po' l'effetto e' questo: non sai piu' dove guardare o cosa ascoltare, poiche' in ogni momento ci sono molte coshibusase, tutte interessanti, che avvengono in contemporanea. Ma la bellezza e' che in ogni momento, qualunque sia il particolare su cui concentri l'attenzione, hai spettacolo assicurato e non ti annoi mai.

A un certo punto il folle concertante in mutande rosse ha urlato nel microfono qualcosa come: "Noi non siamo qui per fare musica, noi non pretendiamo di fare arte (ed il pensiero non e' potuto non andare ormai sapete bene a chi), perche' questa e' solo una festa!"

Non ho parlato granche' della loro musica, che ho trovato attraente e ben confezionata. Professionisti molto in gamba, che sanno il fatto loro e che quando tirano fuori le grinfie negli assoli complessi mostrano capacita' e tecnica da vendere. Su tutti, forse anche per l'aspetto fisico veramente notevole, la vibrafonista, che oltre a fornire un tessuto sonoro affascinante a tutti gli altri si e' esibita in qualche assolo di bravura. Una sassofonista altrettanto piacevole anche sotto l'aspetto estetico ha anche lei insegnato qualcosa a chi ritiene che il sax sia uno strumento per soli uomini. Peraltro bissata da un altro ottimo sassofonista che non mi ha distratto con l'aspetto ma attratto con la performance.

Potrei stare qui a raccontare ancora a lungo, ma devo terminare, percio' descrivo ancora solo due scene: ad un certo punto uno dei guitti, quello con la forma fisica piu' smagliante, una specie di gatto sottile, dai muscoli scattanti e dai movimenti felpati, dopo aver danzato sul palco ornato solo di uno slip nero, con tutto il corpo dipinto di nero e grigio, ha cominciato ad arrampicarsi sulle impalcature laterali che sorreggono il soffitto dello stage, groviglio di cavi e riflettori. Non so perche', e' un particolare che ha attratto la mia attenzione, ancora una volta mi sembrava di essere in un sogno in cui un uomo felino, sfidando la gravità, danzava a dieci metri dal suolo aggrappato precariamente a tubi di metallo...

La scena finale pare concertata da un coreografo astuto: dopo un'ora e mezza di musica e spettacolo ininterrotti, annunciata da qualche gocciolina sparsa durante la serata, si scatena una pioggia fitta a scrosci. Non so cosa succede dietro, nella piazza, probabilmente il fuggifuggi riduce il numero di spettatori riversandoli (i piu' tenaci) sotto i magnifici portici della piazza. So invece cosa succede sotto il palco: i fortunati e previdenti (come noi) aprono i propri ombrelli, una vera giungla colorata si materializza anche di qua dal palco. I piu' scatenati, memori forse delle scene di pioggia viste nel film di Woodstock 69, liberano la loro voglia di ballare, quelli che non sono in piedi sulle sedie rosse ballano freneticamente. Ballano le persone, ballano gli ombrelli, lo smandrappato dalle mutande rosse sembra impazzito di gioia, si vede che gode come un riccio per la situazione, e incita tutti a muoversi. La piazza e' tutta un unico palco e lo spettacolo finalmente si estende come una piovra e scavalca le transenne. L'orario di scatto delle foto mi dice che il tutto e' durato due ore abbondanti, io non avrei saputo dirlo. Come forse avrete capito, l'ho apprezzato di piu' del genoma sonico...

Trio Bobo (Menconi Faso Meyer)

Sarebbe troppo facile chiudere qui, quindi vado avanti e ragguaglio i pochi eroi ancora seduti davanti allo schermo su cio' che abbiamo visto dell'ultimo giorno di festival, il martedi' (al lunedi' abbiamo lavorato...). Decidiamo di arrivare in piazza San Carlo sul presto, per accomodarci a sedere come due sere prima, anche perche' oggi lo spettacolo e' previsto tutto in piazza, dalle 4 a mezzanotte. Il tutto dovrebbe essere introdFasootto da una sfilata per la verita' piuttosto breve (tra Piazza Castello e Piazza S. Carlo) di una street band tutta al femminile, che gioca su questo fatto abbigliandosi in maniera un po' burlesque, con colori sgargianti e bustini allacciati in bella vista. Seguiamo le simpatiche ragazze per un piccolo tratto, la musica, senza pretese, e' godibile, sull'aspetto estetico sorvolo perche' non vorrei incorrere negli strali di qualche femminista di passaggio wink.

In piazza purtroppo oggi non ci sono le sedie (chissa' per quale ragione le tengono ammassate all'interno del recinto del mixer), e quindi prevedo una giornata molto lunga e dura. In più il programma e' stravolto da un grosso ritardo dovuto al gran numero di gruppi che devono fare sound check separati e che quindi impegnano allo spasimo la troupe tecnica del TJF, che fatica a star dietro a tutti.

La scaletta molto fitta prevede come primi ospiti un trio che non vogliamo perderci, composto dalla sezione ritmica degli "Elii" (Faso al basso e Meyer alla batteria) che suona con un chitarrista che non ho mai sentito, e che si rivelera' una buona sorpresa, Alessio Menconi. Siamo ben avanti vicino al palco, e io riesco a scattare qualche foto decente, a un metro dalla "gabbia dei leoni" dei fotografi accreditati, in cui invece sguazza come un capitone nella bacinella dei venditori natalizi il mio amico Carlo, che neanche mi vede impegnato com'e' a fare primi piani del baffo di Faso e dell'occhio grigiazzurro di Christian Meyer.

Il concerto conferma la professionalita' e l'affiatamento del trio. Una musica piacevolissima, come previsto, ascoltabile senza essere banale, strizza l'occhietto al funk e al rock con ritmi sincopati battuti da Meyer con precisione da orologio svizzero e fantasia da clown. Forse quello che mi e' piu' piaciuto dei tre, devo dire, un vero carro armato.

Subito dopo il concerto so cosa vuol fare Maddalena: inseguire le star e farsi immortalare con loro, come una diciassettenne assatanata. La mia naturale ritrosia di fronte a questi comportamenti, e le foto scattate dal sottoscritto testimoniano, se mai ve ne fosse dubbio o bisogno, l'immenso amore e dedizione che mi legano ancora a questa donna :-P. Ma tanto era dovuto, anche perche', immediatamente diffuse su FB, le foto hanno avuto l'ammirazione della schiera di figli e nipoti che sono sempre stati ultrafan di "Elio e le storie tese". Dimenticavo: naturalmente durante il concerto abbiamo battuto le mani secondo le precise indicazioni di Faso nel suo famoso video di Youtube in cui discute del tiro e non tiro.

De Leo, Bearzatti 

Dopo questa piccola avventura nel retropalco decidiamo di saltare qualcosa e tornare in prossimita' del piatto forte: i concerti di Nicky Nicolai accompagnata da Di Battista, ed il grande concerto di chiusura della "Original Blues Brothers Band". Dopo un lussuoso aperitivo in piazza Carlo Alberto rientriamo in tempo ancora per un buon pezzo del concerto di John Deleo, che avevamo sentito provare alle tre e che non ci aveva entusiasmato. Ci riconfermiamo nella nostra impressione. Questo John dal nome straniero ma dalla faccia italiana sbertuccia un po' un paio di grandi vocalist del passato tentando, anche grazie a campionamenti e loop eseguiti live su spezzoni della sua voce, di trasformarla in suono. Il giochetto naturalmente richiede talento da vendere, ed il buon John pur con tutta la buona volonta' non ottiene i risultati cui forse aspirerebbe (questo naturalmente secondo il mio modestissimo ed incolto parere). Ma molto meglio di Braxton, tanto per tornare al tormentone, e anche meno soporifero di Newman smile.

Riponevo buona speranza sul concerto di Bearzatti, che non conoscevo e su cui Bobo mi aveva dato un parere positivo. Il musicista sicuramente c'e', ma ho trovato il suo progetto di contaminazione Monk-rock/pop un po' troppo ruffiano. I pezzi rock ultranoti (per esempio "Another one bites the dust" dei Queen o "Money" dei Pink Floyd) restavano sempre un po' troppo autonomi rispetto ai grandi standard di Monk cui venivano giustapposti. Insomma, la cosa non mi ha pienamente convinto.

Nicky Nicolai e Stefano Di Battista con la Torino Jazz Orchestra 

Devo dire pero' che il massimo della "captatio benevolentiae" degli organizzatori verso un pubblico che essi ritengono forse piu' ingenuo di quanto in realta' sia si e' manifestato nel concerto di Nicky Nicolai (cantante bravissima e dalla splendida voce che non conoscevo). Il repertorio ultrapoNicky Nicolaipolare di canzoni di Mina, Gabriella Ferri et similia, per quanto eseguito in maniera esemplare da due grandi artisti (la cantante e il sassofonista) rimaneva un po' banalotto, ed anche la "jazzatura" di questi classici avrebbe potuto essere un po' piu' brillante e inventiva (ho pensato con un po' di nostalgia alle reinterpretazioni di Bollani).

Un momento di buona musica si e' avuto col duetto "stile libero" di Stefano Di Battista con la brava sax-baritonista (Helga di nome, dal cognome piu' difficile di quello di Bojan) dell'Orchestra Jazz di Torino. Il punto piu' basso del concerto, peraltro di gradevole ascolto come ho gia' detto, e' stato alla fine, quando si e' tentato senza grande successo di far cantare il pubblico sulle note di "Volare". Come banalita' non c'e' male, dovrete ammettere...

The Original Blues Brothers Band

Siamo alla fine: Nicky e Stefano lasciano il palco a quella che sostiene di essere (e sicuramente in alcuni suoi elementi lo e') l'orchestra originale che accompagnava i mitici Jake and Elwood Blues nelle loro esibizioni dal vivo. Mi accingo all'ascolto con un po' di disincanto, pensando a un'orchestra di vecchi bolliti che da trent'anni suonano gli stessi pezzi per far contenti i milioni di fan di Dan e John.

Dopo il priBlues brothersmo pezzo mi si alza il sopracciglio destro, dopo il secondo il sinistro. Al terzo le gambe cominciano a muoversi da sole, come con Masekela. Al quarto mi scopro un grande sorriso sulla faccia. Le gambe e i piedi ormai si agitano autonomamente, senza l'intervento del cervello. Poi comincio a cantare "Sweet Home Chicago"... Questi vecchi dalla scorza troppo dura per diventare mai veri bolliti hanno la freschezza e l'allegria dei giovinetti suonatori manouche ascoltati due giorni prima. Fanno un bel po' di casino, e quando Rob Paparozzi si ficca l'armonica in bocca tira fuori dei suoni che non ti aspetteresti mai, una macchina da musica perfetta, cosi' come il sax e la chitarra solista.

Il pubblico si scioglie, lo senti, come alla fine del concerto dei giapponesi folli. Esplode sulle note di "Everybody needs somebody (to love)", tutti cantano a squarciagola e ballano come formiche pazze. Un degnissimo finale. In questo caso concordo con la scelta degli organizzatori. Hanno voluto fare un omaggio ad un pubblico vasto, piu' vasto di quello del Jazz, ma con musica buona, di qualita', e la scelta e' stata (sempre a mio modesto avviso) un'ottima scelta.

Dopo l'ultimo pezzo in programma svicoliamo veloci tra la folla urlante che chiede disperatamente di non smettere li' la festa. Abbiamo la macchina lontana, dalle parti di Corso Vinzaglio, e' tardi, dobbiamo rientrare a Cirie' e domani si lavora. Da Piazza Solferino sentiamo ancora le urla che chiamano fuori la band... Chissa' se hanno fatto un bis oppure no?

FG

P.S. Grazie a Carlo Mogavero e a Marco Capello per avermi concesso l'uso delle loro splendide foto.

Materiali per approfondimenti:

Tutte le foto

Anthony Braxton: Composizione N. 10 Composizione N. 16 Duetto con Derek Bailey Pezzo di Lennie Tristano (Two not one)

Trio manouche TOLOBO: Breslavia (Paolo Prosperini)

Bojan Z + Nils Wogram: video N. 1, video N. 2

Shibusa Shirazu: video N. 1, video N. 2