Tutti i pensierini.

Pensierino del mese di marzo 2016:

Bernie vs. Hillary

Stanotte (il concetto quando si viaggia su un volo intercontinentale è piuttosto labile), viste le ore di sonno arretrato, lo sconforto di un dolore forte alla caviglia sinistra e gli scherzi del jetlag, per conciliare il sonno ho girato la programmazione del minidisplay dell'aereo (volo Etihad EY081 Abu Dhabi-Milano) sul canale all news della CNN. Il sonno non è arrivato, e dopo gli aggiornamenti sulle stragi della Turchia (Ankara) e della Costa d'Avorio (Grand Bassam), attualità del momento, sono stato catturato da un programma molto americano, sulle prossime primarie USA.

A Columbus, Ohio, ieri i due candidati democratici Bernie Sanders ed Hillary Clinton hanno avuto l'occasione di confrontarsi con le domande di due conduttori TV e del pubblico (ovviamente della loro parte, ma spesso indeciso tra i due). Nonostante il tutto fosse evidentemente ampiamente preparato, le domande concordate, insomma poco o niente fosse lasciato al caso ed all'imprevisto, la cosa mi ha affascinato e mi ha fatto passare il sonno. Un paio d'ore abbondanti a sentir parlare in inglese (anzi, in americano) di questioni che sembrano distanti, ma sono più vicine a noi e più importanti per le sorti del mondo di quanto siamo disposti ad ammettere.

Premetto che sapevo poche cose sulla questione delle differenze interne tra i due candidati democratici, mentre mi era molto piu' chiara la posizione caricaturale, becera ed impresentabile (almeno agli occhi di un essere razionale quale mi ritengo) di Donald Trump, un Berlusconi dall'aria ancor più bolsa e rubizza con una polentina bionda al posto della bandana. Non c'è stato un dibattito diretto tra Bernie ed Hillary: prima è arrivato sul palco lui, ha dato le sue risposte alle domande degli animatori e del pubblico, e poi è andato via per lasciare il posto a lei, che ha fatto lo stesso. Niente liti e voci alterate tra i due, come sarebbe probabilmente successo in Italia da un Santoro o un Formigli, ma neanche attacchi laterali, ammiccamenti, colpi bassi. Un gioco di squadra che i nostri quacquaracquà del PD dovrebbero prendere ad esempio.

Per i due c'è un unico avversario, da distruggere: il male, chiaramente identificato da entrambi in Donald Trump, con quello che si porta dietro: il razzismo innanzitutto, poi l'individualismo, il culto delle armi, la difesa dei poteri costituiti, l'irrazionale appello agli istinti primordiali dell'uomo della strada, il proposito di parlare con la pancia e non con la testa degli americani. Eppure, quanto sono diversi tra di loro, questi due! Forse (si parva licet...) più di quanto Civati lo sia da Renzi.

Bernie è un grande vecchio. A settant'anni suonati fa bene al cuore vedere uno con l'animo di un ragazzino sostenere tesi rivoluzionarie per il contesto in cui è immerso, evidentemente estraneo a cricche e pastoie lobbistiche, per il gusto, alla sua età, di dire quello che pensa. Ha un tono, un volume di voce ed una grinta che meglio si adatterebbero ad una figura stile Sylvester "Rambo" Stallone o Harvey Keitel dei tempi delle "Iene" che ad un nonnino canuto. E mi ha dato idea di essere veramente una voce fuori dal coro. Quasi commovente per le tesi apertamente "comuniste" in questa patria del liberalismo economico.

Aumento del salario minimo da 7,25 a 15 dollari l'ora, eliminazione della scuola privata: solo scuola pubblica. Educazione gratuita per tutti dall'asilo nido all'età dell'obbligo, e poi per i meritevoli. Spese sanitarie a carico dello stato e lotta durissima al caro farmaci delle multinazionali. Avversione totale ai trattati internazionali che portano il lavoro fuori dagli Stati Uniti verso la Cina, l'India, il Sudamerica: non si può e non si deve competere contro chi paga i lavoratori pochi centesimi l'ora. Ridistribuzione del reddito: Wall Street, le multinazionali con sede nei paradisi fiscali, ed il famoso uno percento della popolazione che detiene il 54 % della ricchezza nazionale sono quelli che devono tirar fuori i soldi per fare le riforme che riporterebbero respiro e benessere alla middle class americana, vero volano produttore di ricchezza reale (e non di bolle finanziarie) che oggi è martoriata e stritolata dalla disoccupazione.

Il programma di Bernie è piuttosto chiaro, così come sono evidenti le differenze con quello di Hillary, che cercherò di riassumere tra poco (per lo meno per quel che ne ho capito). Ma in tutta la serata non solo non attacca mai la sua avversaria diretta, ma neanche la nomina di sfuggita, con una battuta o una citazione ironica. Potrà sembrare normale, e forse lo è, ma mi ha stupito non poco. Sanders è apparso un pochino in affanno (come naturale con un programma del genere) solo quando gli chiedevano dove avrebbe preso i soldi per fare quelle meravigliose riforme (scuola e sanità pubbliche e gratuite) oppure quando un piccolo imprenditore (proprietario di un ristorante) gli ha chiesto se per lui le tasse sarebbero aumentate o diminuite. Bernie ha dovuto rispondere onestamente che le tasse sarebbero un po' aumentate, ma che quello che l'imprenditore avrebbe avuto da guadagnare in termini di contributo alle assicurazioni mediche avrebbe piu' che compensato lo svantaggio fiscale.

Quando Sanders ha ceduto il palco alla Clinton mi sono sinceramente stupito dell'applauso scrosciante tributato a questa vecchia volpe della politica americana. Hillary non mi piace molto e non so come faccia a piacere così tanto. Dopo un Obama, tra l'altro. Ma tant'è. Il seguito mi ha confermato nella convinzione: la Clinton è una conservatrice illuminata (ma non più di tanto), ed una mediatrice senza grande polso e risolutezza.

Mentre il programma di Sanders resta ben comprensibile, tagliato un po' con l'accetta ma proprio per questo chiaro, la Clinton non è riuscita mai a dire qualcosa di tranchant, rimandando spesso per approfondimenti sul programma alla consultazione del proprio sito Web smile. Di alcune questioni citate da Sanders non ha fatto menzione (per esempio tutte quelle che riguardano eventuali restrizioni al libero mercato), su altre è sembrata in linea ma con distinguo molto importanti (es educazione e sanità, su cui ha detto esplicitamente di essere, montianamente, su una posizione di riduzione dei costi piuttosto che di aumenti di finanziamenti, o di ridistribuzione degli oneri fiscali).

Anche su una questione piuttosto non dico semplice, ma sicuramente minore (rispetto ad altri problemi) e molto ideologica, è riuscita a fare distinguo un po' da arrampicatrice di specchi: sulla pena di morte Hillary ha detto di non essere "contraria per principio", ma che semplicemente andrebbe riformata per esercitarla con maggiore giustizia, a livello federale e non statale. Insomma, non "la pena di morte è giusta" oppure "ingiusta", ma "lasciamola per chi è stato giudicato e dichiarato conclamatamente colpevole di stragi stile massacro di Columbyne o delle torri gemelle".

Ancora un paio di riflessioni su questa trasmissione che mi ha molto stimolato per il confronto tra due situazioni politiche così diverse come la nostra e la loro. Una è sulla globalità o relatività delle questioni. L'immigrazione, questo evento epocale di spostamento di masse umane dalle zone povere a quelle agiate del pianeta si conferma punto comune a tutte le agende politiche a livello planetario. Altre questioni sono più localizzate e dipendono dalla situazione puntuale per luogo ed epoca storica. Mentre per esempio in America si discute se costruire ex novo o no una scuola o sanità pubblica (quando da noi si tratta "solo" di come razionalizzarle e migliorarle) altre questioni che da noi sono semplicemente "non questioni" (come la vendita di armi o pena di morte) lì sono capisaldi della campagna elettorale. La questione "diritti civili" (es. unioni gay) è molto secondaria, mentre argomenti da noi quasi sconosciuti (tipo il "fracking", lo sbriciolamento delle rocce del sottosuolo per produrre petrolio o gas) sono in cima alle agende politiche.

Ieri notte ho resistito fino alla fine del programma, stasera invece cedo alla stanchezza e al sonno, anche se avrei ancora qualcosina da dire (forse). Concludo con un pensiero un po' estremista (ma, visto che sto leggendo il "Limonov" di Emmanuel Carrere, è un vezzo del momento): La vittoria di Bernie Sanders, per quanto improbabile, sarebbe un evento da vivere ad occhi e orecchie spalancate, certi di qualche scoppiettante novità a livello mondiale. La vittoria di Donald Trump sarebbe un disastro che accelera la deriva ultraconservatrice, nazionalistica, subculturale e kitsch cui molte popolazioni anche qui in Europa si stanno adeguando. Ma entrambe le opzioni sarebbero foriere di novità e movimento, mentre un eventuale successo di Hillary Clinton significherebbe secondo me una ennesima grigia vittoria dell'establishment, della casta, del becero stile di vita della upper class americana, dello strapotere delle multinazionali e del mondo della finanza.

Proprio per questo Hillary Clinton ha le maggiori probabilita' di successo, e proprio per questo, secondo me, sarebbe la soluzione peggiore.

FG

Post Scriptum:

In origine questo "pensierino" e' stato scritto come post su Facebook, di ritorno dal viaggio in Thailandia, il 14 marzo. Su FB le cose passano e vanno, e mi piaceva invece tenere traccia di queste riflessioni. Cosi' lo pubblico anche come "pensierino" sul mio blog, per ricordarmelo (come tutto cio' che scrivo qui) e per averlo sottomano nel caso ne avessi in qualche modo "bisogno".