Tutti i pensierini.

Pensierino di Marzo 2017:

Stasera pastalpesto o col ragù?

Mi ero ripromesso di mettere ordine nei miei pensieri su questo argomento, che ho affrontato altre volte e su cui ho avuto qualche piccolo scontro dialettico su FB.

Siccome è un argomento per me importante, che implica il modo di vedere non solo il cibo, ma il rapporto con gli altri e con la natura, voglio fare due premesse che sono punti fermi su cui non posso discutere, perchè assiomatici per il mio modo di concepire il mondo.

Perciò nel caso in cui, come è più che probabile, qualcuno dei miei tre lettori non concordasse con le premesse, gli/le sarebbe inutile proseguire, perché una costruzione logica su premesse/assiomi che ritiene fallaci non avrebbe altro risultato che farlo/a incazzare abbestia senza alcuna conseguenza positiva o possibilità di ragionamento e dialogo.

Premessa 1 - Sono figlio, come tutti quelli che leggono queste righe, di diecimila anni di storia del pensiero occidentale, che non rinnego andando a cercare risposte in culture, tradizioni ed ideologie (peraltro millenarie anch'esse, e degne di rispetto e di studio) che non conosco e non so capire e giudicare appieno. Credo fermamente nel procedimento speculativo razionale e soprattutto nel metodo scientifico. Chi non sa di cosa parlo può cliccare sul collegamento ed informarsi su Wikipedia se ne ha voglia, sennò può smettere subito di leggere.

Premessa 2 - (anzi, potrebbe essere un corollario, essendo diretta conseguenza della prima premessa ). Una cosa che sommamente aborrisco (Mughini direbbe aborro per vezzo snobistico) sono i negazionismi. Le teorie scientifiche e storiche che sono sottoscritte ed approvate dalla stragrande maggioranza (diciamo piu' del 95% tanto per fissare un numero) degli studiosi seri di una certa disciplina secondo me non possono essere messe in discussione da quattro imbecilli visionari che "sentono" che le cose stanno diversamente. Per questo credo che l'olocausto sia una realtà storica, che i vaccini abbiano salvato l'umanità da catastrofiche epidemie, che il riscaldamento globale del pianeta sia un problema reale, conseguenza delle attività umane. Credo anche che tutti gli esseri viventi siano il risultato di un processo che dura da milioni di anni, che Darwin ha intuito e che poi è stato confermato da innumerevoli prove e mai smentito in maniera seria, ed infine codificato in quella che si chiama la teoria dell'evoluzione delle specie viventi.

Tutto questo sproloquio per arrivare a quello che ritengo un punto fermo, su cui baserò quel che viene dopo: L'uomo è un animale, diretto discendente di qualche antenato comune che abbiamo con le scimmie cosidette "superiori" tra cui scimpanzè, gorilla e oranghi. Lo studio di queste specie (per similitudine comportamentale), così come quello dell'anatomia e fisiologia umana (struttura della dentatura (vedi presenza dei denti "canini"), anatomia dell'apparato digerente e dell'intestino...) ci dicono che l'animale uomo è "per natura" onnivoro, come i maiali selvatici, le scimmie superiori, i topi, gli orsi e molte altre specie.

Ciò naturalmente non significa che l'uomo debba mangiare ogni cosa edibile (cosa praticamente impossibile) ma che può cibarsi di un ventaglio molto vasto di esseri viventi (animali o piante) e di prodotti da essi derivati (es miele o latte, o manna o farine varie). L'unico elemento inanimato di cui ha bisogno per nutrirsi è l'acqua, anche se non disdegna (come peraltro molte altre specie) il cloruro di sodio per "insaporire" (integrandone la scarsità in origine) quel che mangia. Insomma, la dieta umana è naturalmente (nel senso di "per natura") variata, e comprende cibi di origine vegetale ed animale. Perché così la specie si è evoluta, adattando l'organismo alle condizioni in cui si trovava a vivere.

L'uomo però, lo ammetto, è diverso dagli altri animali. Possiede una capacità di ragionamento che non gli è esclusiva (esperimenti scientifici hanno ampiamente dimostrato che molti animali hanno capacità di discernimento, memoria, apprendimento) ma che è presente per una qualche strana ragione nella specie umana (per lo meno in molti dei suoi rappresentanti smile) in maniera infinitamente superiore a quella degli altri esseri viventi. E .mau. mi perdonerà l'uso matematicamente improprio dell'avverbio "infinitamente" (almeno spero). L'uomo ha perciò la capacità di porsi il problema di che cosa mangiare, e di agire secondo la sua scelta. Se così non fosse, questo pensierino non avrebbe ragione di esistere.

Ma il problema (per chi può permetterselo) della scelta del cibo può porsi a livelli diversi. Per la stragrande maggioranza dell'umanità la scelta del cibo è determinata dall'abitudine, dalla cultura in cui è immersa e dalla sua natura di animale-uomo. Cioè, quando ha fame mangia (e beve) quello che gli piace, che può permettersi, che gli è comodo procurarsi. Senza grosse fisime filosofico/ideologico/sentimentali.

Chi esagera nel condiscendere troppo al proprio gusto e/o alla comodità e/o economicità del cibo in generale rischia dal punto di vista della gestione della propria salute fisica. Se non mette un minimo di considerazione nell'equilibrio dei nutrienti che ingurgita, e magari vive nella periferia del midwest americano rischia di intossicarsi con gli hamburger e le patatine (che peraltro tali non sono) di Donaldo (il Mac, non il Trump), creando problemi personali e sociali.

Insomma, è corretto che ci poniamo il problema di che cosa mangiare. Per un semplice motivo: sebbene siamo animali ed abbiamo perciò meccanismi quasi automatici di controllo, abbiamo modificato così profondamente l'ambiente intorno a noi che se ci lasciassimo andare all'istinto probabilmente non resisteremmo a lungo. La disponibilità di cibo è infatti (almeno per i miei lettori) molto maggiore di quella che sarebbe in natura, grazie agli ausili artificiali per "costruire" cibo (allevamenti e coltivazioni) di cui ci siamo dotati da decine di migliaia di anni.

Anche questa regolazione (quasi inconsciamente) razionale e non brutalmente istintiva ci porta semplicemente ad adattarci ad una dieta che ci consente di vivere tranquillamente, evitando problemi di sovrappeso o di denutrizione. Insomma, più o meno tutti "scelgono" cosa mangiare e quando mangiare, ma non si pongono problemi filosofici "innaturali" (nel senso di non indotti dalla propria natura) per condizionarsi a vivere cibandosi solo di un determinato sottoinsieme del vasto repertorio alimentare, scegliendolo su basi primariamente ideologiche.

Il confronto problematico a questo livello (filosofico/ideologico) con il cibo è, rendiamocene conto, privilegio di una esigua minoranza dei costituenti del genere umano, e sicuramente a questa minoranza non appartiene chi vive in condizione di indigenza. E' proprio perchè faccio parte di questa fortunata elite che mi ritrovo a discettare su questi temi!.

Per noi, elite culturali numericamente ininfluenti sulle sorti del pianeta, la scelta della dieta è una sintesi di gusti personali, di considerazioni scientifico-razionali e di scelte ideologiche. Su queste basi, si possono costruire vite diverse ed anche morti interessanti, come quelle dei respiriani che si uccidono di cachessia convincendosi di poter respirare l'energia dell'Universo (il sacro prana) e nutrirsi di esso senza ricorso alla ingestione di solidi o liquidi, in questo modo rinnegando il loro essere animali che debbono obbedire a regole naturali, pena appunto la morte nei casi più estremi. Chi ha viaggiato nei paesi induisti o buddhisti può testimoniare come le religioni di quei popoli, portate stoltamente alle estreme conseguenze letali dagli imbecilli imitatori occidentali, abbiano ben chiara l'importanza del cibo e del poterselo procurare. E ce l'hanno chiaro soprattutto i relativi santoni/monaci/preti, che allo scopo di procurarsi offerte materiali fingono poteri sovrannaturali e taumaturgici o concionano il popolo sulle bellezze dell'aldilà, cercando nel contempo di arrivarci il più tardi possibile.

Lungi da me questionare le scelte individuali ragionate a questo livello. Se viene uno che mi dice che vuol mangiare sassi (opportunamente sterilizzati per evitare il pericolo di ingerire forme viventi di qualsiasi tipo), rispetto sinceramente la sua scelta. Posso eventualmente, nel caso improbabile in cui mi piaccia particolarmente una persona così irrazionale, provare a farlo ragionare, ma poi faccia come crede.

Mangiare sassi è naturalmente, oltre che impossibile, una esagerazione estrema, ma in fondo è la conseguenza (per induzione) di chi intanto comincia a pensare che non vuole mangiare carne. A parte facezie tipo chiedersi se quella dei pesci sia carne (non lo è certamente per la nostra cultura popolar/religiosa smile), la determinazione a non cibarsi di animali è totalmente insostenibile dal punto di vista scientifico, perchè richiederebbe una risposta certa alla domanda: "che cosa è animale e che cosa non lo è?", domanda cui credo anche i biologi più illustri farebbero fatica a rispondere.

Occhèi, Occhèi, allora, facciamo a capirci e scendiamo dai sofismi della biologia accademica al buon senso di tutti i giorni. Parliamo perciò delle diete che non comprendono animali superiori nel senso comune del termine, quelli cioè che potrebbero provare sensazioni e sentimenti (bovini, ovini, suini ma non, ad esempio, insetti). Per essere chiari però non voglio neanche affrontare temi del tipo non è consentito mangiare il maiale perchè "impuro" ma è consentito l'agnello perche' "puro". Questa è secondo me purissima follia, imbecillità, rifiuto della ragione, medioevo retrogrado e tutto quello che di negativo vi possa venir in mente.

Sono invece più incline a concordare con chi stigmatizza i metodi di produzione di carne a scopo alimentare del mondo moderno. Si tratta di metodi sicuramente raccapriccianti per le condizioni di crescita e di macellazione dei domestici alimentari. Da questo punto di vista simpatizzo in maniera non ideologica ma sentimentale con i vegetariani, che pongono questo importante problema all'attenzione pubblica.

Un problema diverso, ma secondo me a livello planetario ancora più importante è quello dello sfruttamento eccessivo delle risorse alimentari naturali e non coltivabili/allevabili, che ha come conseguenza l'estrema rarefazione o la scomparsa di specie viventi selvatiche, o anche un forte squilibrio di ecosistemi complessi come gli oceani. Per questo guardo con grande preoccupazione alla pesca intensiva di specie comunemente utilizzate a scopo alimentare.

Diverso è però il discorso in quei casi in cui è possibile forzare la natura in maniera da procurarci cibo sufficiente con metodi artificiali ma ecologicamente sostenibili, come gli allevamenti non intensivi. Questo dovrebbe essere secondo me il discrimine della produzione di proteine animali da allevamento, che non è poi tanto diverso da quello del produrre verdure a scopo alimentare: la sostenibilità ambientale. Se per coltivare il grano utilizziamo fertilizzanti azotati provenienti dai depositi di guano cileni non siamo ecosostenibili, perchè quei giacimenti, così come quelli di petrolio, finiranno, e allora saranno cazzi. Ma se per fertilizzare l'orto usiamo la cacca degli animali domestici, o i residui delle coltivazioni precedenti (cosa peraltro che era vera fino a duecento anni fa) allora tutto si sostiene senza provocare danni irreparabili.

Mi rendo conto di aver mescolato più temi in un flusso di pensieri che come al solito rischia di essere intricato e logorroico, ma torniamo a bomba: C'è un tema di attenzione ai metodi di produzione del cibo, che prescinde dalle sue caratteristiche di provenienza dal mondo animale o vegetale. C'è poi un tema di selezione di classi di viventi che possiamo utilizzare per alimentazione, in considerazione di una loro supposta, ma non verificabile, capacità di avere senzazioni che a loro ci accomunano, come il dolore, la paura, l'affetto. E che ci fa vergognare per la loro uccisione a scopi meramente alimentari. Ed è proprio su questo discrimine (attenzione alla sopravvivenza del sistema ambiente e/o attenzione alla vita/esperienza dei singoli individui viventi) che si basano molte delle inutili e rissose diatribe che caratterizzano il dibattito su questi temi di chi non ha altro di più urgente da fare (come me, per esempio).

Insomma, comprendo il vegetariano e le sue motivazioni, comprendo molto meno il vegano (non capisco per esempio perchè non debba mangiare miele, una decisione che ci porrebbe nella scala intellettiva al di sotto delle formiche, che allevano gli afidi proprio per la produzione di una sostanza zuccherina di cui sono ghiotte). Comprendo ancora meno il crudista, sempre meno il fruttariano e così via, fino a ridere amaramente della brutta sorte cui son destinati i respiriani, ma in fondo son cazzi loro, e probabilmente se lo meritano, come quelli che si ammazzano tra di loro per fede calcistica. Non riesco comunque a concepire nessuna di queste scelte alimentari radicali, alla luce di un'analisi razionale.

Faccio il primo esempio che mi viene in mente: perchè un vegetariano non mangia cozze? Se riesco a capire l'empatia verso il vitello nel suo miglio verde verso la macellazione, vorrei sapere (e magari prima o poi qualcuno me lo spiegherà) se un vegetariano è davvero convinto che la cozza possa "sentire" dolore o paura, o se possa farlo più di una patata. Per quanto mi riguarda, non ho mai visto uno sguardo spaventato in una cozza o in una vongola. Inoltre, le cozze possono facilmente essere "coltivate" in maniera semplice e anche compatibile con i ritmi della natura, e quindi se mangio una cozza non faccio danni come se mangio datteri di mare, perché non metto in pericolo l'esistenza della sua specie. Insomma, con tutta la simpatia per i vegetariani non riesco proprio a comprendere questa rigidità intellettuale, forse (chissà) derivata da una semplificazione che li pone al riparo dal dover giudicare caso per caso quale sia un animale "senziente" e quale no.

Torno su un altro tema che mi sta a cuore: la distanza siderale che c'è tra l'allevamento intensivo e quello naturale dei domestici alimentari. Mentre chi ha una qualche se pur minima conoscenza dell'argomento non può ignorare le condizioni ignobili cui sono sottoposti gli animali negli allevamenti intensivi e nei macelli, siamo proprio sicuri che le mucche che pascolano nelle nostre Alpi vivano una vita così disagiata? Davvero vogliamo privarci del loro latte e dei prodotti gastronomicamente eccelsi che ne derivano? In fondo le abbiamo create per questo (in natura morirebbero in fretta se nessuno le mungesse, sono in tutto e per tutto OGM creati dall'uomo, incapaci di una vita autonoma, ma la loro vita a fianco dell'uomo non è male, credetemi. Andate in un alpeggio estivo e poi mi dite...). E se da domani diventassimo tutti vegetariani o, peggiomisento, vegani quante specie sparirebbero dalla faccia della terra: mucche, maiali, galline, conigli... Chissà se i vegani qualche volta ci pensano...

Infine una considerazione sulla tendenza al proselitismo, sempre più accentuata man mano che l'ideologia si fa più forte e più stretta. Io non vado dal vegetariano a cercare di convincerlo a mangiar carne. Anzi, se mi pongo problemi come quelli esposti fin qui è per capire bene perché io non sia vegetariano, non per convincere altri a non esserlo. Ma che nessuno cerchi di venire da me e dirmi che una dieta vegetariana è più sana di una dieta bilanciata con apporti proteici animali. Questo non può semplicemente essere, per le premesse assiomatiche fatte all'inizio, perché l'animale uomo è costituzionalmente onnivoro. Se io sono costruito dalla natura per una dieta varia il restringerla eliminando classi importanti di nutrienti non può farmi bene, anche se naturalmente posso sopravvivere, magari inventandomi surrogati artificiali che potrebbero essere evitati semplicemente attingendo alla natura. Se un vegano viene e mi dice che lui si sente "meglio" di quando mangiava carne, sono portato a pensare che non la mangiasse in maniera corretta, o che la sua sensazione sia frutto di un atteggiamento mentale che non ha riscontri dal punto di vista oggettivo.

Vedo inoltre che una tendenza molto in voga è quella di sostenere che il vegetarianesimo/veganesimo ottimizerebbe la quantità di cibo producibile, permettendo di sfamare un numero maggiore di persone. Questa tesi è tutto fuorchè dimostrata, anzi esistono studi scientifici che dimostrano il contrario (Vedi nota al fondo). Ma anche se questo fosse scientificamente provato, io mi porrei la domanda "E allora?". Supponiamo che si dimostri che mangiare solo verdura possa dar da mangiare a 20 miliardi di persone sul globo, e poi? Davvero l'unico pensiero dell'umanità deve essere quello di far vivere il massimo numero di appartenenti alla specie umana? Ma c'è ancora qualcuno che non si rende conto che il cancro della terra è proprio la sovrappopolazione umana, con il conseguente sfruttamento indiscriminato ed irreversibile delle risorse? E io dovrei sacrificarmi per dar da mangiare ad un numero maggiore di esseri umani? Boh...

Come finalino mi viene in mente solo una banalità: "il mondo è bello perché è vario", e sarebbe bello se tutti rispettassero questa varietà, soprattutto quando non porta nocumento agli altri e viene esercitata nel rispetto delle leggi. Il regime alimentare è un fatto ampiamente personale e se i veg(etari)ani nelle loro fronde ideologicamente più estreme non esagerassero nel cercare di convincere gli altri della loro correttezza ideologica non me ne preoccuperei più di tanto, se non per un confronto dialettico come quello che cerco di stimolare, nel mio piccolo, anche con questo pensierino.

Se uno mangia segatura buon per lui, non lo vado certo ad offendere o a contestare. Ma la libertà individuale deve avere un limite là dove inizia quella degli altri. Già l'offesa e l'aggressione anche solo verbale di chi chiama "assassini" i mangiatori di carne sono secondo me poco tollerabili. Ci sono poi problemi anche maggiori che riguardano proprio la libertà delle persone di autodeterminarsi. Penso alle famiglie vegane con bimbi piccoli, che non possono certo andarsi a comprare la fettina o l'omogeneizzato alla carne. Sono stati anche documentati casi in cui il regime alimentare innaturale cui venivano sottoposti ha portato nocumento fisico a bimbi nutriti secondo i precetti vegani da genitori cui l'ideologia annebbiava la vista della ragione e li spingeva ad ignorare il consiglio dei medici. Queste persone, al pari di quelle che non vaccinano i propri figli, secondo me agiscono in maniera pesantemente negativa, e nei casi piu' gravi dovrebbero avere sanzioni giudiziarie.

Sono comunque certo che anche la storia si prenda le sue rivincite, e sorrido pensando a quando bimbi allevati a regime veg(etari)ano cresceranno e saranno liberi di scegliere. Me li immagino allora, complice anche la normale tendenza alla rottura (e non solo di maroni) di fronte ad una bella costata alla brace comme il faut (ancora un po' sanguinante) ed agli occhi impotenti di genitori sconfitti nella loro fragili certezze. Ma, se conosco bene i miei polli (pardòn, i miei peperoni, non vorrei offendere degli innocenti animali) neanche in quel momento vacilleranno, e saranno piuttosto propensi a diseredare i pargoli eretici che non ad ammettere che nella vita si possa tollerare il fatto che in natura qualcuno voglia nutrirsi secondo natura.

FG

Nota: la dieta vegana si dimostra molto meno efficiente nello sfruttamento delle risorse naturali di una dieta vegetariana (che include uova e latticini) e persino di una dieta onnivora con moderato uso di carne. Lo studio è molto serio e perfettamente argomentato e documentato, lo potete trovare qui. Ma e' anche molto lungo da leggere ed in inglese, perciò se vi fidate di me, che l'ho letto se pur non per intero, è molto ben sintetizzato in questa divulgazione che, visto il sito che la ospita, potrebbe essere tacciata di conflitto di interessi. La spiegazione è molto semplice, d'altra parte, e comprensibile da chi non abbia gli occhi e le orecchie foderate di prosciutto (pardòn, di foglie di spinacio): esistono vasti territori in natura che non sono coltivabili, e che perciò non sono direttamente sfruttabili per l'alimentazione umana. Essi peraltro sono adattissimi al pascolo e percio' possono essere razionalmente utilizzati per allevarvi bestiame con tutto quello che ne consegue (latte, formaggio, carne etc). Ovviamente non stiamo parlando di allevamentei intensivi, come peraltro piu' volte sottolineato nel corso dell'articolo, ma di cose fatte secondo natura.