Tutti i pensierini.

Pensierino di marzo 2022:

La primavera nonostante.

In un bell'articolo su "La Stampa" di oggi 25 marzo dell'anno del signore 2022 (primo anno della guerra fratricida Russo-Ucraina) Simonetta Sciandivasci dice tra l'altro, raccontando la situazione attuale:

"Non è anche questo, la guerra? Quest'autunno perpetuo? Questo sapere che non puoi sapere? L'ennesimo bocciolo che non puoi goderti e che fiorirà, indipendentemente da te e da tutto, e sarà l'ennesima primavera irripetibile e irrecuperabile a cui devi rinunciare?"

In un impeto di resilienza (che parola brutta, nevvero? quasi più brutta di "nevvero") e spinto proprio dall'urgenza di recuperare almeno un brandello di questa primavera che rimarrà per il resto irrecuperabile, ieri mattina sono partito per una passeggiata alla ricerca dei profumi e colori di altre primavere.

Salii per la priMentonma volta sul monte Bellenda una quarantina di anni fa, in una delle esplorazioni sul territorio che allora facevo frequentemente, alla ricerca di paesaggi ed ambienti nuovi. Il Monte Bellenda è una elevazione collinare che neanche merita l'appellativo di Monte. Sta nell'entroterra ventimigliese, proprio sopra La Mortola. E' una bellissima terrazza, con vista che spazia tra la Riviera di ponente e la Côte d'Azur, da Ventimiglia a Cap Ferrat, uno dei tanti belvedere del nostro primo entroterra.

La salita, una passeggiata per sentiero a tratti abbastanza scosceso, inizia proprio sotto un viadotto dell'Autostrada, e si inerpica per circa 400 metri di dislivello su un paio di chilometri di percorso. L'ambiente è quello tipico della gariga rivierasca, cespugli bassi sul terreno calcareo, bianco, franoso e spesso ridotto a detrito fine. A tratti il calcare nummulitico, simile a quello che più in basso forma la famosa punta del cannone, sotto i Giardini Hambury, lascia queste monetine fossili scoperte, a testimonianza di un passato remotissimo (50 milioni di anni fa), quando queste rocce erano sommerse.

Mi districo tra la vegetazione bassa della gariga arida: lentischi, ranno, mirto, asparagi selvatici, stracciabraghe (Smilax aspera), ginepri coccoloni, erica arborea, ginestrini e ginestrone. I fiori di questo periodo sono le bocche di leone gialle (Anthirrynum latifolium), i cuscinetti deBocche di leonensi di lobularia, le violacciocche (Matthiola incana), la valeriana rossa e tanti altri. L'odore delle essenze più forti (timo e rosmarino) accompagna la passeggiata.

Ma quello che scoprii 40 anni fa, ed il motivo per cui sono tornato qui qualche altra volta (l'ultima esattamente undici anni fa) mi giunse inaspettato, e mi riempì di meraviglia. Sui piccoli pianori (principalmente due, uno a circa metà percorso ed uno in cima al monte, che è un panettone pianeggiante) l'erba bassa era punteggiata da orchidee del genere Ophrys. Questi gioielli naturali generalmente passano inosservati sia perchè fortunatamente crescono in luoghi remoti e non facili da raggiungere, sia perchè, pur essendo bellissime viste da vicino, la loro dimensione e la loro timidezza le nasconde ad un occhio che non le cesphegodesrchi espressamente.

Nelle visite che facevo a questo posto ho poi scoperto che le Ophrys del Monte Bellenda sono (erano?) di almeno tre specie diverse, che fioriscono in periodi anch'essi leggermente diversi. Le prime, a febbraio, sono le Oprhys sphegodes, una delle specie più comuni in tutta Italia. A marzo invece fioriscono le Ophris fusca, anch'esse comuni e diffuse, e un'altra specie, meravigliosa e molto più rara, che oggi non so più come sia chiamata perchè la nomenclatura di questo gruppo di orchidee cambia con la velocità del ghiribizzo degli autoproclamati orchidologi, gente abbastanza fuori di melone che ne ha creato un centinaio di specie dalla decina che conoscevo quarant'anni fa.

All'epoca della mia scoperta si chiamava Ophrys arachnitiformis (non è uno scioglilingua, ma ricorda in qualche modo il mondo dei ragni), oggi forse una qualche sottospecie di O. exaltata. Allora non era neanche certa la sua presenza in Liguria, e quando la trovai e fotografai ero felice come Zio Paperone nel Klondike di fronte a una pepita grossa come una nocciolina americana di Superpippo.

L'ho ricercata altre volte, e ritrovata una volta sola, dopo qualche anno da quella prima scoperta. Ieri naturalmente nutrivo la speranza di rivederla, in questa che è solo l'ultima delle tante primavere irripetibili. La realtà mi ha sbattuto in faccia invece una situazione che, per tutto il percorso di andata e di ritorno, mi ha abbassato il morale ad altezza garretti e anche più giù. Cerco di riassumere, anche se la sintesi non è il mio forte.

All'inifuscazio della salita si costeggia qualche fascia coltivata a ginestra bianca. Non avevo mai visto delle fasce così militarizzate (tanto per rientrare nel tema guerresco così attuale). L'intera proprietà era recintata con una rete metallica rigida, di notevoli dimensioni, ben piantata nel terreno sassoso. La ragione mi è stata presto chiara: i cavalli di frisia erano misure anticinghiali. Cinghiali che per tutto il percorso mi hanno fatto compagnia, non di persona ma con le loro tracce devastanti. Ovunque ci fosse un fazzoletto di terra con un pochino d'erba era stato arato e scavato alla ricerca di radici loro appetibili. I cespugli legnosi avevano la base abrasa non so se dai grifi delle bestie o dalle loro zampe.

Avanzando, il senso di disagio era aumentato dal costatare come anche la lunga siccità (come non si vedeva da decenni, credo) contribuisse a rendere meno piacevole la passeggiata: una spessa coltre di polvere fine copriva gli arbusti, rendendo il paesaggio grigioverde (anche il colore evidentemente in tema). I fiori di timo avevano il solito odore penetrante, ma era misto all'odore terroso della polvere che sembrava sparsa come lo zucchero a velo sopra i bomboloni. Salendo, la bianca caligine del sentiero calcareo, profondamente scavato da piogge troppo antiche, era punteggiata da oggetti gaiamente colorati. Non so perchè i bossoli delle cartucce da caccia vengano fatti di colori attraenti: blu, arancio, rossi, gialli. Manca solo il rosa che forse non si addice perchè troppo poco maschio e militare.

Salendo mi rendevo pian piano conto che le poste attrezzate per la caccia ai volatili di passo (che erano sempre state presenti in un minimo numero, me ne ricordavo due o tre) erano non solo aumentate, ma in ambienti meno aperti, nelle piccole macchie ad alto fusto erano state rimpolpexaltataate con poste per la caccia al cinghiale. Molto più grosse ed organizzate, circondate anch'esse dai lieti colori dei bossoli, qui particolarmente numerosi. Attrezzate per soste anche lunghe, con masserizie, contenitori per l'acqua, panche, fuochi evidentemente utilizzati da poco tempo.

Ho fatto qualche giro dentro queste postazioni, una particolarmente imponente era mimetizzata da una rete (vi ricorda qualcosa? a me ha ricordato le donne ucraine che intrecciavano reti mimetiche con brandelli di stoffa, viste in un servizio in TV pochi giorni fa). Conteneva evidentemente oggetti più pregiati delle vecchie padelle sozze di nerofumo e delle decine di bottiglie di plastica vuote sparse nelle altre. Il telone era infatti accuratamente legato. Forse questi combattenti della libertà venatoria nascondevano lì dentro le armi per non portare tutte le volte il peso fin quassù? Chissà, non sono certo andato a sfrucugliare.

Al primo dei due pianori delle Ophrys la situazione era desolante: l'opera dei cinghiali era stata quasi chirurgica, e la percentuale di terreno risparmiata era veramente piccola. Ho visto una sola pianticina di Ophrys fusca, rinsecchita e calpestata perchè cresciuta proprio in mezzo alla traccia di sentiero, dove i cinghiali non avevano scavato: non credo che l'anno prossimo ci sarà più neanche questa. D'altra parte i tuberi delle orchidacee sono stati appetiti anche dall'uomo in tempi di carestia ben più grami di quelli attuali, e il fatto che i cinghiali li ricerchino con impegno è più che comprensibile.

Proseguendo c'è ancora un boschetto con un'ultima postazione di caccia. Qui nel bosco i cinghiali si sono veramente scatenati: essendo un ambiente più umido delle zone aperte cespugliose, in alcuni punti hanno scavato per farsi il bagnetto pozzanghere che attualmente sono solo buche aride circondate di fango secco impastato di erba ancora più secca. All'uscita del boschetto misto che precede la cima la sterpaglia riprende il suo posto e resistono alcune chiazze d'erba. Qui ho ritrovato un paio di piantine di O. fusca, un po' meglio messe di quella di sotto, ma la situazione è disastbellendarata anche qui.

Sulla sommità del panettone un cippo segna la "vetta" del monte Bellenda. Sollevando gli occhi ad ovest si vedono le cime della Longoria e del Grammondo, sassosi e aridi come il percorso fatto. A Nord-est, in lontananza, si distinguono Cima Grai e Cima Marta orlate da una piccola striscia bianca di neve, caduta una volta sola quest'inverno.

Tornando indietro ripensavo alla passeggiata fatta un mesetto fa sopra Castellaro, al Monte Settefontane (il nome è evidente sintomo del fatto che una volta la situazione idrico-meteorologica era più favorevole dell'attuale). Lì i prati di vetta sono un po' più vasti ed erbosi, e anche lì le trincee scavate dai cinghiali sembrano opere di una ruspa guidata da malvagia mano salviniana. Tirando calci, sul sentiero in discesa, ai bossoli colorati pensavo se odiassi di più i cinghiali o i cacciatori (mai pensiero fu più ozioso ed inutile).

Di tanto in tanto gli scorci sulla costa risollevavano lo spirito, ma sarà stata la giornata, o il periodo, l'unica cosVentimigliaa che mi veniva da pensare era: "per quanto ancora resisterà questa bellezza?". La mente automaticamente correva ai timori nucleari, alle immagini grigio piombo della "Strada" di McCarthy, o ai deserti postnucleari di Mad Max.

Mi costringo a fare un paio di foto per tenermi questa bellezza negli occhi ancora per un po'. Il sentiero è molto insidioso, in discesa. Ripido, bianco, secco e polveroso. La ghiaia calcarea in alcuni tratti sembra gesso sbriciolato; ogni trepperdue si rischia la scivolata e la storta alla caviglia. Gli aculei dell'asparagina, dell'euforbia spinosa e della stracciabraghe ai lati del sentiero contribuiscono a pensieri di filospinato. La primavera c'è, ma ha la gola riarsa. I cisti sembrano rattrappiti, le foglie di ruvida carta secca.

La primavera, nonostante noi che non la vediamo. Ma anche lei, come noi, mi sembra quest'anno emaciata e sofferente. Ha il colore dei bossoli più vivace di quello dei fiori, ma forse è solo un'impressione derivata dal mio stato d'animo. Cerco di consolarmi così.

E non ci riesco.

FG