Tutti i pensierini.

Pensierino di settembre 2022:

Tre raccontini estivi

Questo in realtà non è un pensierino, è più propriamente una trilogia di raccontini (due marini e uno montano), pubblicati quest'estate su FB, che ho voluto raccogliere perchè erano piaciuti (a me a a qualche mio contatto su quella rete sociale). Osservare la gente che mi sta intorno, i suoi tic, le sue debolezze e la sua complessità, con occhio spesso ipercritico ma sempre scanzonato e benevolo è una mia abitudine, un vezzo di cui non so fare a meno. Quando vado in pizzeria, al supermercato, quando prendo il sole su una sedia a draio su una spiaggia o passeggio in montagna non posso fare a meno di drizzare le antenne e orecchiare quel che la gente si dice, e osservare quello che fa. i tre raccontini nascono proprio da questa piccola manìa... Quindi, niente di nuovo dal punto di vista dei contenuti, ma una nuova veste editoriale ed un modo di conservarli in un luogo virtuale spero meno volatile di quello di Facebook. Buona lettura. smile

1 - Allarme, meduse!

Stamane, una domenica di un fine giugno che i ferragosti di qualche anno fa gli fanno un baffo, spira un discreto vento di scirocco, che increspa il mare rendendolo difficilmente nuotabile e che, dopo le mareggiate dei giorni scorsi, porta con sè una piccola invasione di meduse della specie Pelagia noctiluca, molto comune ed in alcuni periodi fastidiosa infestante dei nostri mari.

Viste le caratteristiche fortemente urticanti di questo bellissimo piccolo essere, nei giorni in cui i branchi di Pemedusalagia noctiluca vengono portati a riva dalle correnti, non importa quale sia l'affollamento della spiaggia, le acque rimangono sgombre da Homo sapiens, lasciando lo spazio marino ai pesci, alle meduse e agli altri esseri che lo popolano con diritti ereditari maggiori di quanto faccia la nostra specie. E la Pelagia noctiluca, quando può, fa quel che deve fare: tra le altre cose urtica i mammiferi in maniera anche importante, con conseguenze che possono variare (per la nostra specie) dall'ustione superficiale allo shock anafilattico.

Come sempre l'avvento di una piccola invasione di meduse è ragione di fermento, discussioni, frenesia ed ebbrezza per tutta la spiaggia, che gode di un giorno diverso dagli altri e, nell'impossibilità della balneazione, si rifugia in altri passatempi ombrellonari. Nella comunità dei bagnanti la sottocomunità dei bimbi è in questi casi particolarmente attiva, impegnandosi in imprese che, riprendendo la locuzione d'esordio, la conquista del Donbass gli fa un baffo.

In breve si formano squadre di ragazzini dai 4 agli 11 anni che, armati di retini, secchielli, palette e rastrelli si mettono a battere la battigia raccogliendo istintivamente questi animaletti ormai all'ultimo stadio della loro effimera esistenza. I primi esemplari vengono squafanati ad asciugarsi al sole ventoso sugli scogli. Messi lì in bella mostra a dimostrare il coraggio di chi li aveva catturati, e per l'analisi accurata (e scientificamente disinformata) degli adulti. Poi qualcuno propone di sfruttare l'impeto dei bambini per liberare il primo tratto di acque da questa invasione aliena.

I bimbi non chiedono di meglio e si lanciano all'attacco. Ecco che un adulto (o era un'adulta? facciamo un adult* vah ) esclama "ma poveri animaletti, perchè ucciderli? meglio trasferirli di là dalla piccola fila di scogli, dove verranno portati via dalla corrente" (e, sottinteso, non romperanno più i coglioni nella nostra spiaggia, e di quella successiva poco ci cale). Ecco che l'impeto eroico/ludico dei bambini ha all'improvviso una ragione ed un fine nobile: salvare dallo spiaggiamento decine di meduse e riportarle in mare, per la loro salvezza e le bestemmie di quelli della spiaggia vicina che ne avrebbero verosimilmente vista aumentata la quantità.

Naturalmente non ho nulla contro l'aggregazione dei bambini e l'attuazione di giochi collettivi che possono aiutare uno spirito collaborativo e comunque alleviare una situazione di stress genitoriale dovuto alla loro gestione in spiaggia senza bagnetto. Ma una analisi razionale avrebbe conscassiopeaigliato, vista l'abbondanza ridondante di questi esseri fastidioso/pericolosi (non i bambini, le meduse), l'escavazione di una piccola buca nella sabbia in territorio non centrale allo stabilimento balneare, e l'accumulo delle prede nella buca, con la loro rapida disidratazione e neutralizzazione. Una piccola disinfestazione aiutata dallo zelo infantile, insomma.

Ma i genitori di questi bimbi (che sono i figli di noi boomers) sono una generazione particolare, facile preda di mode ed ideologie passeggere che diventano (a volte temporaneamente, a volte definitivamente) inappellabili e ferree regole di vita che vanno dal veganesimo all'animalismo alla omeopatia. Una bimba ripeteva a pappagallo una frase udita da uno dei padri (o madri? Facciamo genitor*, vah) agli altri compagni di questo gioco: "Sono esseri viventi, salviamoli". NdA: l'opera di salvataggio era passata dal salvataggio della spiaggia e dei bagnanti dalle bestie urticanti al salvataggio delle bestie stesse dalla morte che sarebbe comunque sopravvenuta entro pochi minuti, in un salto mortale logico che farebbe invidia ai più noti trasformisti politici.

Rimuginavo disteso al sole ventoso sulle conseguenze di questi ideologismi, e sul fatto che anche frasi banali come "sono a favore della vita (parola facilmente intercambiabile con "pace") si possa trasformare immediatamente nel pensiero di monaci giainisti, di Papa Francesco o di Donald Trump (in maniera spero intellettualmente onesta nei primi due casi, sicuramente disonesta nel terzo) quando si aggiunga il "senza se e senza ma" (che vuol dire senza ragionarci) che alimenta l'antiabortismo, il putinismo ed altri cretinismi.

Non dico i bambini, relativamente innocenti, ma i genitori di cui sopra, secondo voi sono favorevoli o contrari alle campagne di disinfestazione delle zanzare o alle derattizzazioni rionali? Non sono, secondo voi, quelli che riempiono i loro cagnolin-gattini di collari ad emissione controllata di chissà quale pesticida anti-tutto (zecche, pulci, zanzare, ratti ed automobilisti distratti)? E quale ragione razionale (scusate la ripetizione) addurrebbemedusaro a difesa di questa campagna di "salvataggio" dalle/delle meduse?

Inutile chiederselo, e dannoso chiederglielo. Dopo una mezzora di lettino-da-spiaggia, circondato da questi salvatori di meduse e dai loro mandanti ideologici, mi sono trovato di fronte ad una facile scelta: ingaggiare un duello dialettico coi più grandicelli dei bimbi (che avrebbe rapidamente coinvolto i loro genitori), o andarmene. Mi conveniva affrontare un discorso razionale coi suddetti genitori, subendo le conseguenze del fatto che se metti una persona di fronte alla sua stupidità ed incoerenza poi devi fare i conti con le reazioni irrazionali ed istintive della stessa, che spesso sposta la questione su altri piani di confronto?

L'età e la forma fisica non mi consentono purtroppo più di ingaggiare questa aperta sfida intellettuale. Mi sono alzato, ho calzato le mie ciabatte, ho preso su le inutili carabattole che mi ero portato in previsione di una bella nuotata, e sono rientrato anzitempo per dare ai miei ponzamenti altro sfogo, di cui siete vittime innocenti.

2 - Un polpo fa colpo

Ho già discettato (ad esempio qui) sull'argomento "polpo" (nel senso di Octopus vulgaris) e sulla sua presenza nella mia vita. Un essere affascinante, misterioso e purtroppo per lui ottimo (in senso culinario). Negli anni si sono accumulate le esperienze, lo studio sia teorico che sul campo, e gli incontri in mare o (molto meno frequentemente) nel piatto. Non sono vegetariano nè animalista, e questo constato nè compiacendomene nè dispiacendomene. Forse non ho mai acquistato un polpo per fini alimentari, ma ne ho presi abbastanza da regalarne a chi sapevo di far piacere e da mangiarne quel che basta a soddisfare lo sfizio di una pietanza particolarmente buona (e anche "genuina", almeno nel mio caso).

Il mio rapporto con questo animale (che, per doverosa precisazione ambientalista, (ambientalismo è uno dei pochi ismi che accetto e faccio mio), è una specie molto diffusa e assolutamente non minacciata nella sua sopravvivenza) è di rispetto e di amore/lotta. Quando incontro un polpo sono contento. Perchè so che comunque vada sarà un incontro positivo. Spero sempre, da animale predatore onnivoro, che sia abbastanza grosso da costituire una preda sensata per la pentola. Ma so che se non lo sarà, sarà bello vederlo nella sua bellissima tana circondata da sassolini e conchiglie colorate, giocarci insieme, vederlo gonfiarsi in atteggiamento minaccioso e poi lasciarlo andare in uno sbuffo di inchiostro nero come la pece (anzi, come il nero di seppia...).

Tutto ciò detto, vi racconto la mia nuotata odierna, nei miei soliti percorsi, che in questa stagione diventano anche leggermente rischiosi per lo slalom tra motoscafi, panfili e barconi a vela che affollano la riviera ligure di ponente. Davanti alla boa del "Cubo" (piccolo stabilimento balneare sanremese) incontro la prima tanetta, ben visibile sulla sabbia per il giardinetto di conchiglie e sassolini. E' piccola, vado sotto solo per vedere se "lui" è in casa. C'è, è piccolino, lo prendo per giocarci un po'. Mi sta sulla mano come un cucciolo, non tenta neanche di scappare, anzi per lasciarlo andare devo proprio convincerlo. Poi se ne va, facendo due o tre scoreggine nere e rituffandosi verso la sua minuscola dipolpomora.

Dopo un altro quarto d'ora vedo un'altra tana, sotto un grosso sasso. Anche qui, lui è in casa. La tana è abbastanza profonda (almeno per me): più di nove metri. Senza pinne, riesco ad arrivarci ma poi non ho più molta autonomia per approfondire la conoscenza. Mi sembra piccolo anche questo, il sassone non si muove (provo a spostarlo per tastare il terreno) e decido, dopo averlo guardato negli occhi, che anche questo non vale la pena di ingaggiare un corpo a corpo.

Sto già per virare la rotta e tornare dopo una mezz'ora di nuotata verso la spiaggia di partenza, quando vedo un altro posticino che sembra una tana. Scendo giù e lo vedo che mi fa l'occhiolino dentro una specie di grosso vaso di coccio semisepolto nella sabbia. Un primo tuffo per vedere come sta messo. Giudicare quanto sia grosso solo dagli occhi (che sono l'unica parte visibile quando lo vai a trovare) non è semplice. Bisogna provarci. Al secondo tuffo (era a otto metri e mezzo di profondità) infilo la mano nella tana e mi sembra abbastanza sostanzioso, anche se non grosso. Riprendo fiato e decido che se mi riesce di tirarlo su al prossimo tuffo bene, sennò lo lascio lì. Scendo, frugo sotto la sabbia, lo sento bene, lo prendo da sotto. Lui si attacca al suo coccio, qualche secondo di lotta sul fondo e poi riesco a strapparlo. Salendo verso l'aria lo guardo e decido che sì, non è proprio grosso (sarà un mezzo chilotto) ma vale la pena di portarlo a casa. Di sfuggita vedo che la mano sanguina per aver strusciato forte contro il vecchio vaso di coccio e le conchiglie e le incrostazioni taglienti che lo ricoprivano. E' normale.

Adesso bisogna riportarlo a riva. Per evitare che mi morda con il becco che ha al centro dei tentacoli, con un po' di sforzo tolgo l'apparato boccale. Poi mi infilo la preda nel costume, per poter nuotare con entrambe le braccia, e ritorno verso riva. Una mezz'ora di nuoto, ogni tanto devo rimetterlo a posto perchè lui prova comunque a scappare (dire se sia vivo o morto è una questione complicata, vista la complicazione del definire dove sta il cervello di un polpo, come spiega in maniera approfondita questo bellissimo libro).

Terminato il racconto della cattura, la parte più interessante secondo me è l'approdo in spiaggia. Trenta-quaranta anni fa se prendevi un polpetto da un paio d'etti eri un eroe. La gente si riuniva d'attorno e veniva a curiosare. Alcuni ti chiedevano "Ma veramente l'hai preso con le mani?" al che rispondevi (mostrando fiero i bicipiti: "No, ciavevo un bazooka subacqueo da venti megatoni e sono riuscito a colpirlo proprio in mezzo agli occhi, sennò mi mangiava vivo".

Oggi devi uscire dall'acqua facendo finta di niente, nascondendo il polpo finchè riesci, mettendolo via sperando che nessuno ti veda. Se qualcuno vede che hai ucciso un povero polpo non ti salvi. Tra gli sguardi di orrore di quelli che il polpo lo comprano solo in pescheria, perchè uccidere gli animali gli fa schifo ma se lo fanno gli altri va bene, sei circondato da disapprovazione e ti va di lusso se non devi litigare con qualcuno che minaccia di chiamare la polizia per denunciarti (mi è capitato, credetemi!). Sono per questo molto cauto e tengo un basso profilo, fischiettando mentre mi guardo intorno circospetto per rintuzzare eventuali attacchi di gente col cagnolino al seguito mentre metto la preda al sicuro in uno schifoso sacchetto di plastica.

Ho appena finito di chiudere con doppio nodo molto stretto il sacchetto quando vedo una bellissima signora uscire dalle onde del mare come una Venere botticelliana. L'unica differenza è che quella era bionda, questa è mora, e viene proprio verso di me. Una bellezza dai capelli corvini tagliati a caschetto, a metà tra la Juliette Binoche di "Chocolat" e l'Audrey Tatou del mondo di Amèlie. Mi preparo ad uno scontro cannibale-vegano, so che viene per cazziarmi, è riuscita a intravedere la preda nonostante le mie precauzioni! Ho deciso: dirò che ho trovato un povero polpo morto, e che l'ho preso per dargli degna sepoltura circondato da aromi di incenso biologico, sotto una fila di bandierine tibetane multicolori.

Ma la signora mi sorride in maniera che definire solare è troppo banale, perchè solare è una parola banale anche se rende l'idea. Ha accanto a sè un frugoletto (termine banale e fastidioso almeno quanto "solare") di tre-quattro anni, capelli neri come la mamma, che sorride pure lui. Juliette (o era Audrey?) mi chiede "ma quello era un polpo?" (forse ha detto polipo, ma sulle sue labbra l'errore sarebbe stato un vezzo come il neo sul volto di Marianna Aprile). Non ho potuto negare, anche confortato dall'atteggiamento non ospolpotile nel pronunciare la parola.

"Che bello, lo farebbe vedere al bambino?" Rimango un po' stranito, prendo il sacchetto e goffamente tento di disfare in fretta il doppio nodo che avevo stretto per evitare fughe. Ci metto un po' di tempo, con un minimo di imbarazzo reciproco. Alla fine riesco a tirar fuori la povera bestia e a mostrarla al bambino. La mamma, evidentemente lieta di mostrare al figlio la realtà delle cose, descrive i tentacoli e le ventose, e incoraggia il pargolo a toccare il polpo. Il bimbo è divertito, un po' timoroso ma sorride felice di aver visto una cosa diversa dagli ombrelloni e dalle sedie a sdraio. Dopo un paio di risposte frettolose sul dove e come l'avevo preso ho riposto la preda nel sacchetto plastico-schifoso e mi sono andato a docciare.

Al ritorno, salutando Maddalena che nel frattempo usciva anche lei dalle placide onde dei tre ponti, vedo che il papà aveva raggiunto la famigliola. Un bellissimo ragazzo, degno di cotanta moglie. Mi infilo lo zainetto sulle spalle e saluto cortesemente la signora, con una carezza sul capo del bimbetto. Mi ha fatto piacere constatare che, nonostante tutto, l'idiozia e l'adeguamento alle mode non siano poi così generali come talvolta pare, almeno a giudicare dai soscialnetuorc.

 

3 - Due pezzi di pane .

La versione di Franco:

Possediamo (verbo oggidì quasi impronunciabile) una casetta a Lod, da ventidue anni. Lod è una frazione di Antey St. André, in Valtournenche, Valle d'Aosta. La frazione Lod non ha che poche case, una chiesetta sconsacrata che è in realtà una cappelletta di campagna, e nessun esercizio commerciale. Quando partiamo per Lod portiamo con noi qualsiasi cosa ci possa servire, ma naturalmente quando arrivi manca sempre qualche cosa. Oggi mancava solo il pane, e mentre c'è chi può farne a meno, per noi che non siamo nati in mezzo alle brioches il pane a pranzo e a cena è importante.

Perciò parto all'una menunquarto di venerdì di ferragosto, per comprare un po' di pane all'unico, microscopico ed eroico negozietto di alimentari che sopravvive a La Magdeleine, 4 km da casa. Parcheggio alla cazzodicane di fronte al negozietto (ognuno ha i suoi peccatucci, ma non davo fastidio a nessuno, loggiuro) e vedo la piccola coda che, qualcuno mascherinato qualcuno no, attende in buon ordine. Buon per Andrea, il gestore del minuscolo esercizio commerciale, che noi conosciamo da prima di comprare casa qui, per ragioni che non sto a raccontarvi.

Arriva il mio turno di entrare e noto le sciure milanesi e genovesi che apostrofano con tono confidenziale, naturalmente dandogli del tu, il non più giovane gestore che si affanna nella confusione agostana, insolita per il luogo, soprattutto in questi anni. Personalmente ho sempre dato del lei al gestore, anche se ci conosciamo, ma i tempi cambiano. Il throughput medio (vedi nota a piè di raccontino) di questo negozietto si aggira sulle dieci persone/giorno per 11 mesi l'anno (purtcasa di Lodroppo per lui, e da cui l'attributo di "eroico" di cui l'ho tributato poco sopra). Le sciure cinguettano "Andrea, cosa mi consigli, questa toma di Gressoney o il bleu d'Aoste? Ma che dici, Andrea, la mocetta è buona? (secondo voi cosa risponde Andrea, "No, sciura milanese, oggi la mocetta è muffita e fa proprio schifo"?) Si spostano alla cassa con la dovuta flemma e pagano contando i centesimi, dopo averli cercati in tutte le tasche e le borsette al loro seguito. Io scalpito, devo solo prendere un po' di pane. Dài, mucchila lì, paga e levati dalle balle.

Intanto, davanti a me, al banco, è rimasto solo Lui. Lui è il tipo umano che se Lombroso l'avesse visto si sarebbe chiesto "Ma chi è questo pirla?". Telefonino alla mano, consulta freneticamente le istruzioni che la moglie (che preferisco non immaginarmi) gli ha minuziosamente affidato, come un testamento sacro o un poema epico inedito.

Inizia con "Mezzo filoncino ai cinque cereali". Andrea, dispiaciuto, risponde che il filoncino ai cinque cereali è finito (d'altra parte è l'unamenunquarto, e che qualcosa sia terminato ci sta). Tiziopirla chiede disperato "Ma ai cinque cereali non è rimasto niente?" Al diniego desolato ma netto di Andrea dice "allora mi dia due banane bianche" (inteso come pane e non come frutta). "Anzi, visto che il cinquecereali non c'è, me ne dia tre". L'imbarazzo e la tentazione folle di telefonare alla moglie per chiedere istruzioni più dettagliate davanti ad un imprevisto è evidente, ma io sto già tentando di racchiudermi la faccia nella mano sinistra per evitare commenti, e forse lui se n'è accorto. In un impeto di liberalità dice che se non ci sono le banane, un pane tipo banane va bene lo stesso.

Andrea (che imparo oggi si chiami così, perchè chiamato così dalle sciure milanesi) si affanna disperato, coadiuvato dal figlio che necessita di aiuto per la localizzazione di qualsiasi articolo gli venga richiesto. La moglie, che lo aiutava tanti anni fa, si è involata perchè molto, troppo bella per lui, ma almeno il figlio glielo ha lasciato, e non so se questo sia un vantaggio o meno, almeno dal punto di vista dell'esercizio commerciale.

"Zucchero di canna ne ha?" "Sì, è lì sotto, vicino allo zucchero normale". Pirlatizio, che ha già sfrucugliato accuratamente dalle parti dello zucchero, fa un ultimo check, dirigendosi con flemma allo scaffale, che è in basso e lo costringe ad una genuflessione quasi giaculatoria. Conferma disperato: No, questo è zucchero grezzo di barbabietola, non di canna. Andrea con aria stupita afferma che lui era sicuro fosse di canna (ma si capisce che per lui la canna e la barbabietola sono parenti strettissime, in quanto da zucchero entrambe), e che si dispiace ma se non c'è lì, difficile che Pirlo trovi zucchero di canna in qualche altro scaffale nei quattro metriquadri del negozio.

Sorridendo nervoso, e vincendo l'impulso di chiedere via uozzap alla moglie se lo zucchero grezzo di barbabietola andasse altrettanto bene per la torta, Bamba chiede, scorrendo la lista, tre etti di ricotta fresca. Andrea velocemente confeziona il pacchettino, e lo consegna. Il Bumba (non so più come chiamarlo) guarda il pacchettino incredulo e chiede conferma: "Ma sono tre etti?" alla conferma sulla bilancia, si avvia al gran finale. Ben conscio di aver fallato sui cinquecereali e sulla canna da zucchero, almeno sul cioccolato per la torta di ricotta (che peraltro senza zucchero di canna sarebbe stata probabbilmennte infattibbile) voleva essere sicuro. Un cioccolato fondente al 70 pecciento.

Andrea mostra la sua ampia collezione di cioccolati Rittersport. C'è al 55, al 65 e al 75 percento. Questo col cacao del Madagascar, quell'altro con le fave di cacao del Costarica, un altro dalla Costa d'Avorio. Al 70%, niente. Sconfitto anche in questa ultima richiesta, Mongo (cit.) ripiega sul Cacao del Benin (non del Belin) al 65%, che si avvicina abbastanza al diktat della sua personale Gestapo.

Io mi strizzo gli occhi con le mani, fino al dolore fisico. Ma intravedo la luce in fondo al tunnel. Improvvisamente, il figlio si libera dall'ultima sciura e mi chiede "Posso servirla?" Dico: "Sì vorrei del pane, quassicosa". Lui: "Due tartarughe vanno bene?" Io: "Anche due iguane o due salamandre, se le tartarughe sono finite". Impacchetta, pesa. Fanno 80 centesimi. Pago con venti euro in contanti, quasi vergognandomi di fargli fare la fatica di contare il resto (operazione per lui non banale), Esco e riparto togliendomi dalla coscienza anche il problema del parcheggio alla cazzodicane.

La versione di Andrea:

Vabbè, di solito chiudo a mezzogiorno emmezzo, ma è il 12 agosto, e tanti clienti non li vedo da prima del Covid, meno male che c'è sto belinone di mio figlio che mi aiuta, sennò mi toccava impiegare qualcuno, che al giorno d'oggi non è cosa facile. Ma che piacere queste signore milanesi e genovesi, che due giorni dopo avermi visto mi danno del tu e mi chiamano per nome. Mi è sembrato che prima una mi facesse l'occhietto, ma forse era solo un moscerino entrato nella cornea di straforo, chissà.

Che fila... Guarda quello lì, mi sembra di conoscerlo, anzi sicuramente lo conosco, veniva a mangiare al ristorante venticinque anni fa quando facevo il cameriere. Mi ricordo anche la moglie, li ho rivisti qua, qualche volta mi hanno anche salutato. Hanno una casetta qui vicino, mi pare a Lod, da tanto tempo, ma non vengono mai a comprare un cazzo, si portano tutto su da casa loro, sti due braccini corti. Probabilmente sono genovesi, qui ne vengono su tanti... Chissà che vuole, probabilmente ha dimenticato il latte.

Sì, lo zucchero di canna c'è, è lì sotto nello scaffale. Come no? Ah, è di barbabietola? mi scusi, ero proprio convinto, mi spiace. Ricotta fresca? sicuro, tre etti, eccola qua. Sì, sì, per la torta va benissimo. Ma tirchio che vuole? perchè dà segni di insofferenza? E' venuto per mezzo litro di latte e rompe pure li cojoni? Aspetta, che qui se va bene vendo anche due barrette di cioccolato, una al 65 e una al 75, giusto per non sbagliare. Ecco, lo sapevo, quello là ha preso due panini senza companatico, si vede che il latte se lo erano ricordati...

La versione di Mongo:

Menomale è arrivato il mio turno, che rottura ste sciure milanesi che fanno il filo al gestore... Ma c'è bisogno di chiedeChiesetta di Lodre se la toma di Valtournenche è meglio della caciotta di Cogne? Vabbè.

Allora, due o tre cose le ho già mese sul banco, fammi controllare la lista sennò Adolfa chi la sente quando torno. Ah, il pane ai cinque cereali non c'è, vabbè, non è colpa mia, io l'ho chiesto ed ho testimoni oculari. Ma com'è che la ricotta è così poca? Secondo me non sono tre etti, è veramente un pacchetto minuscolo... Sullo zucchero però, eccheccazzo, lo zucchero di canna ormai ce l'hanno anche all'Eurospin e al Lidl... Possibile, in un luogo di villeggiatura un po' su come questo niente zucchero di canna... Magari chiedo al boss se lo zucchero di barbabietola va bene lo stesso...

Ma forse meglio di no, questo signore dietro di me sembra un pochino incazzato, mi guarda con due occhi che quelli di Carondimonio sembrano due violette mammole.... Vabbè, ma saran cazzimiei se ho da fare la spesa per bene? Aspetterà il suo turno. Il cioccolato, fondamentale. Me lo ha proprio scritto: al 70%. Forse la torta senza zucchero di canna non si può fare, ma la ricotta l'ho presa, e se non prendo il cioccolato sò mazzate... Occhei, dammi sto 65 percento del belin (no, è del Benin) e facciamola finita...

Ah, no, forse mi serve qualcos'altro, fammi controllare.... Menomale che quel rompiballe dietro lo sta servendo il ragazzo, cominciava a farmi innervosire... Allora, fammi controllare bene l'elenco....

Nota: Nel gergo informatico, "Input" sono i dati che vengono immessi in un sistema di eleborazione. "Output" sono i dati che il sistema fornisce come risultato. "Throughput" sono i dati che attraversano il sistema nell'unità di tempo, e che possono essere in media processati dal sistema. C'è una parola italiana equivalente, che è "flusso", che dice per esempio quanti litri d'acqua scorrono attraverso un rubinetto aperto, o quanti clienti transitano giornalmente nel negozietto di Andrea a La Magdeleine. Ma l'italiano non è di moda: per questo e per darmi delle arie ho usato la parola "Throughput" in un contesto dove non c'entrava una minghia.

FG