In morte della signorina Ruth

  Le ultime gocce di una doccia tiepida d’estate scrollano giu’ dal telefono bucherellato. Sto per asciugarmi, mi godo il leggero bruciore del residuo di shampoo sugli occhi. Un brividino, forse l’acqua era un po’ troppo fredda, o forse c’e’ qualcos’altro. Una canzone dei Beatles mi ronza nelle orecchie.

Una bella canzone triste, forse una delle poche canzoni tristi degli scarafeggi di Liverpool. C’e’ chi addirittura l’ha riproposta in versione techno-electro-dance, un obbrobrio che ho dovuto subire un giorno in piscina, dove uno stuolo di grasse signore piemontesi cercavano di perdere qualche grammo di ciccia in compagnia di musica insopportabile e di una bionda occhiazzurruta il cui unico pregio evidente era il fisico invidiabile da istruttrice di aquagym.

Da dove vengono le persone sole, e qual e’ un posto adatto a loro? Padre McKenzie scrive una predica, poi la recita di fronte ad una bara, ma non c’e’ quasi nessuno. La bara di Eleanor e’ circondata da poche persone, per lo piu’ vecchiette che neanche conoscevano la morta, convenute abitudinariamente per il rito serale. Il prete recita la predica perchè è suo dovere. Forse davvero lui conosceva Eleanor Rigby, la vecchia che raccoglieva il riso da terra dopo i matrimoni. Forse le parole del sermone in suo onore non sono solo un esercizio scolastico di retorica impersonale, …ma questo non lo sapremo mai. (paragrafo liberamente ispirato ad “Eleanor Rigby”, parole di Paul McCartney).

La signorina Ruth era una donna, ma anche un vecchio albero: dritto, forte e nodoso. I suoi novantanni, pur avendo scavato solchi sulla corteccia non l’avevano piegato, e lei percorreva l’unica via del paesino con il passo sicuro e la fronte alta. Classe 1919, Romilda Ruth (mai combinazione di nomi teutonico, mitico e biblico calzo’ meglio un corpo e un’anima come i suoi) aveva sempre vissuto a Lod: dieci case, una stalla, tre rascard e una cappella a 1500 metri di altezza, in Valle D’Aosta. Da qualche anno, pero’, non trascorreva piu’ l’inverno nella sua casa: qualcuno l’aveva convinta, o costretta, a svernare in un luogo teoricamente piu’ accogliente, e materialmente piu’ caldo.

Dopo il primo inverno che aveva passato a valle avevamo visto Ruth piu’ di rado anche d’estate. Io credo che la consapevolezza di non riuscire piu’ a vivere nella sua casa avesse minato la psiche di questa donna peraltro lucidissima, e probabilmente ne abbia accelerato la scomparsa. Chissa’ se Ruth avrebbe vissuto piu’ a lungo se l’avessero lasciata a passare la stagione fredda qui, nella sua casa di Lod, fino alla fine? Forse no, forse non avrebbe superato i rigori degli ultimi inverni.

Perche’ la casa della signorina Ruth si riscalda solo grazie ad un camino nerissimo e non molto grande, piuttosto distante dal giaciglio su cui si e’ addormentata per novantanni. L’acqua andava a prenderla ad una delle due fontane della frazione, che sta vicino casa sua. Che bisogno c’e’ di avere un rubinetto in casa se ne hai uno subito li’ sotto che non devi neanche fare la fatica di aprire, perche’ dona con generosita’ ad ogni ora del giorno, ogni giorno dell’anno?

D’estate, nei pomeriggi caldi dopo una grigliata o una passeggiata in montagna, davanti ad una tazza di te’ profumato di pesche e di menta fresca ce ne stavamo nel piccolo giardino di fronte alla casetta da villeggianti che abbiamo a Lod. Lei passava di li’, e timidamente salutava. A volte osava attaccare bottone, allora si sedeva li’ con noi, con la schiena dritta e le mani in grembo. Ma mai quando c’erano i ragazzi, preferibilmente quando Maddalena era da sola a prendere il sole, ma ogni tanto quando c’ero anch’io.

Quando cominciava a parlare erano evidenti sia il suo attaccamento a questi luoghi sia la sua solitudine, che la portava a cercare un po’ di chiacchiera con qualcuno seppure, come noi, estraneo vacanziere. Raccontava episodi della sua vita lunga e uguale. Parlava un buon italiano, con una r fortemente arrotata, nonostante la sua lingua fosse il patois.

Una volta, quattro o cinque anni fa, incontrandomi sulla stradina davanti alla chiesetta, a pochi passi da casa sua, mi invito’ ad entrare da lei. Fui stupito da questa proposta cosi’ spontanea e cosi’ poco valdostana. Aveva, come al solito, voglia di chiacchierare e ammazzare il tempo che le scorreva addosso sempre troppo simile a se stesso. La casa di Ruth e’ forse l’unica in paese a non essere ancora ne’ diroccata ne’ ricostruita. Originale, anche se un po’ pericolante, con le pietre dei suoi muri a secco, il vecchio ballatoio di legno ormai piagato e rattrappito dagli anni. Ora che lei non c’e’ piu’, chissa’ per quanto tempo resistera’ cosi’.

Per entrare bisogna passare vicino alla porta di una vecchia casa disabitata a fianco alla sua, sulla porta c’e’ un cartello di pericolo affisso dal comune, che mette in guardia per la possibilita’ di crolli. Mi disse di non crederci, la casa era solida e non crollava, secondo lei.

Appena dentro feci fatica a mettere a fuoco i dettagli: la penombra degli ambienti dopo il sole accecante del terso pomeriggio montano richiedeva tempo alle pupille per allargarsi a sufficienza. L’odore di affumicato e, appena accennato, di muffa non era sgradevole, semplicemente era adatto alla situazione. Mi trovavo improvvisamente spinto nel passato da due braccia invisibili. Tutto sembrava fermo a ottanta, cento anni fa.

L’unica e ultima casa abitata senza acqua corrente l’avevo vista alla fine degli anni cinquanta in campagna, era la vecchia casa della nonna. Si andava a prendere l’acqua nelle brocche di rame dal becco e dal manico di ottone, al rubinetto in strada, a pochi passi di distanza. In effetti ricordo questa cosa come un sogno, poiche’ ben presto anche li’ furono tirati i tubi in casa ed il lavandino fu fornito di un rubinetto. Non so che fine fecero le brocche, erano molto belle e sparirono molto in fretta.

Non ricordo, sono sincero, se in casa di Ruth ci fosse la luce elettrica. Anche se c’era, lei non accese alcuna lampadina, e mi mostrò con accuratezza la cucina col piccolo nerissimo camino, unica fonte di riscaldamento della casa, il lavabo ricavato da un monolito, privo di rubinetti, i semplici mobili di legno massiccio che contenevano stoviglie e pentole tinte di nerofumo e consunte dal tempo. La camera da letto: una rete e un materasso tenuti su da quattro gambe forti di legno, tutto molto spartano. Un vecchio armadio conteneva i pochi vestiti, un lume stava a fianco del letto, poggiato sul davanzale di pietra dell’unica, minuscola finestrella.

Tornando da Maddalena dopo una mezzora di assenza dal giardino (“Ma dov’eri finito?”, Ruth mi aveva accalappiato al volo e non avevo avuto modo di avvisarla) le ho raccontato di essere appena uscito da un pezzo di passato, da un’atmosfera irreale e sognante, e di aver forse parlato con una vecchia maga, o con una vecchia casa, non sapevo.

I funerali di Ruth si sono svolti lunedi’ scorso, ad Antey St. Andre’, comune di cui Lod e’ frazione e dove lei aveva trascorso l’ultimo, triste pezzettino della sua lunga esistenza, senza vedere il passaggio delle mucche nei pomeriggi d’estate e senza ascoltare il rumore soffice della neve che cade d’inverno. Non mi piacciono i funerali, ma forse non mi sarebbe dispiaciuto vedere quanta gente c’era a salutare Ruth. Magari avrei dovuto ricredermi, ed i suoi erano piu’ affollati di quelli di Eleanor.

Romilda Ruth, per tutti la signorina Ruth. Sola chissa’ se per scelta o per destino. Conscio della possibilita’ di essere tacciato di lombrosianesimo (ma confortato dall’esperienza personale) devo ammettere di aver sempre pensato che il suo grande naso, connotazione forte del volto insieme allo sguardo profondo e diretto, fosse caratteristico di una donna fiera, intelligente e volitiva, di quelle che gli uomini non riescono a domare. Mi piace pensare, ma questa e’ un'illazione arbitraria, che Ruth abbia conosciuto l’amore di qualcuno, ma per scelta consapevole non abbia voluto assecondarne l’intento di sottomissione, non abbia voluto servire per tutta la vita.

Ruth ora e’ nel silenzio fresco del piccolo cimitero montano. A differenza di Eleanor Rigby un ricordo della sua esistenza e’ stato affidato dal caso a questo infimo Padre McKenzie la cui voce perde i suoi echi nelle immensita’ degli hexabytes del Web, e nessuno, o quasi, ascolterà il misero sermone in suo onore.

Ah, look at all the lonely people….