Stelle

Lo spazzolino strofina i denti davanti allo specchio, l'odore di menta prepara all'odore di lenzuola pulite e di sonno.

Chiudo gli occhi e li strizzo forte, come facevo da bambino, per scoprire ora come allora che il buio non esiste. Se li stringo di piu' sento anche il rumore del sangue che scorre nelle orecchie, e lo sfondo nero si colora di bagliori, la notte artificiale si popola di ghirigori, di stelle luccicanti che danzano lasciando scie colorate, stelle filanti disegnate sull'interno delle palpebre o nei meandri della corteccia cerebrale.

Un ricordo improvviso: e' primavera, con gli amici su un prato in montagna, protetti da strati mai abbastanza spessi di maglioni e sacchi a pelo. Non sento il freddo della quota e della stagione, ma se stringo piu' forte gli occhi ricordo anche quelli. E' troppo presto per le stelle alpine, loro sbocceranno tra tre mesi, a luglio, nei prati ora intrisi di neve e bruciati dal gelo. Siamo intorno a un falò enorme che scalda il viso e le mani, ma lascia gelide le schiene. Un grande ramo buttato al centro delle fiamme sprigiona milioni di stelle infuocate, una lucente bava rossoarancio che si alza verso il cielo scuro, esaurendosi in un battito di ciglia, uno sbuffo di fumo, un crepitio soffiato.

Se giro le spalle ai bagliori delle faville lo sguardo si inchioda nel nero della notte. In alto, le stelle. Dapprima poche, aguzze e taglienti come l'aria gelata, poi aumentano di numero accompagnando il dilatarsi delle pupille che tastano il buio. Infine non piu' singole stelle, ma un chiarore opalescente, velato ma continuo, come una sottile stria di latte o di sperma che si disfa nel blu profondo, a fecondare il niente buio e infinito.

Stringo ancora le palpebre. Adesso tutto intorno e' blu. Il buio e' solo nel fondo dell'abisso, quando il fondo non lo vedi. In questo mondo di silenzio muovo le pinne senza fretta. Mi avvicino agli scogli verdastri. Eccola. Cinque raggi cilindrici, rosso cinabro. La raccolgo, sento la sua consistenza grezza e raspigliosa, di aculei cornei sul corpo gracile. Sotto, cinque strisce di peduncoli elastici e motili, attrezzati ognuno con una piccola ventosa. Sente di non essere al sicuro, e prova a scappare, ma e' troppo impacciata e rigida. Ogni volta mi chiedo come possa una creatura cosi' perfetta essere anche cosi' fragile ed effimera. Se la tiro fuori dall'acqua muore rapidamente. Il decadimento la trasforma, si affloscia, un'ombra scura offusca immediatamente la luce di quel rosso acceso, i pedicelli diventano sottili spaghetti scotti che scivolano gli uni sugli altri.

La rimetto in acqua, la poggio sul fondo, tra le alghe, nel respiro della corrente. Ricordo altre stelle marine, grandi e piccole, tropicali e mediterranee. Le ofiure dalle lunghe braccia agili come fruste intorno al corpo pentagonale, un inno alla geometria, alla simmetria asimmetrica del numero cinque. Mi chiedo se le stelle abbiano cinque o sei raggi, o ne abbiano infiniti o nessuno. Guardando il cielo non e' possibile dirlo.

Riapro gli occhi, sputo il dentifricio usato nel lavabo. Mi guardo allo specchio: una piccola macchia scura sulla guancia, non mi sembra che ieri ci fosse. Come le efelidi che sono apparse sulle spalle, seminate da decenni di sole e di vento. Una costellazione sorta nel pomeriggio dell'eta'; stelle che mi accompagneranno nella sera.

FG

-------------------------------------------------------------------------------------

Post Scriptum.

Come il precedente "Fagioli" questo raccontino e' stato scritto per la gara di narrazione "La notte degli imbrogli", evento di cui vedete qui sotto la locandina. Stavolta siamo riusciti, con Maddalena, ad andare a Provaglio d'Iseo (due ore e mezza di macchina) ed ho partecipato alla gara. Il risultato non e' stato lusinghiero, poiche' il raccontino non e' stato selezionato tra i vincitori. La cosa non mi ha molto turbato, evidentemente i miei (nostri) gusti letterari differivano in maniera netta da quelli della giuria. Tra i vincitori infatti non c'era nessuno dei racconti che ci erano piaciuti di piu, e sono stati invece premiati racconti secondo noi molto banali e "strappacore", oltre al fatto che uno dei vincitori (anzi una vincitrice) ha recitato per oltre un quarto d'ora, contravvenendo evidentemente alle regole del gioco.

Ma tant'e', mi son tolto una soddisfazione che altrimenti mi sarebbe rimasta in gola come un boccone non inghiottito, e comunque nessuno mi vieta di inserire questo mio ennesimo tentativo di scrivere qualcosa di leggibile sul mio sito, dove sono padrone assoluto e giudice unico smile.

Un'ultima notazione: per lo sfondo del raccontino ho usato una bellisima foto di Echinaster sepositus, la stella marina di cui si parla nel racconto, scattata dal fotografo siciliano Peppo (Giuseppe) Ferotti. Peppo mi ha dato gentilmente la sua autorizzazione ad usare l'immagine. E meno male, senno' avrei dovuto trovare un'altro sfondo, e sarebbe stato senz'altro meno bello.

locandina