Monte Taou Blanc (m. 3438) dal Col del Nivolet

Tra le tre classiche del Nivolet questa e' quella che consente di raggiungere l'aaltezza maggiore. Nonostante questo non e' la mia preferita, anche se devo ammettere che il panorama da lassu' e' quasi imbattibile. E' una gita piuttosto faticosa (oltre 12 km di sviluppo per circa 900 m di dislivello) che non riserva i piccoli brividi di arrampicata che si possono provare salendo le altre due.

I miei primi ricordi si perdono nel tempo del lontano 1984, quando salii da queste parti con una strana compagnia formata da Bobo Borreani, Roberta Pancotti, Maddalena e Mario Calabrese. Sulle vecchie foto c'e' scritto Tau Blanc, ma riguardandole dubito molto seriamente che siamo saliti fino in cima, anche a giudicare dalle facce fresche e riposate del presunto scatto sulla vetta (che comunque sicuramente NON e' la vetta del Taou Blanc, come si puo' vedere dalle foto piu' recenti). Indubbiamente eravamo piu' giovani, ma anche a quell'eta' la fatica la sentivamo, eccome! In realta' non rammento nitidamente quella gita, percio' questo rimarra' un mistero, a meno che qualcun altro dei partecipanti abbia ricordi piu' precisi dei miei. Sicuramente eravamo al Col del Nivolet, meta fin da allora delle nostre passeggiate, soprattutto quando avevamo ospiti di riguardo come i Borreani-Pancotti :-). Comunque, per beneficio d'inventario e per rivivere un po' di quei tempi beati ho messo gli scan delle foto dell'epoca.

Sono salito nuovamente sul Taou Blanc in una escursione solitaria nel settembre 2008. Aveva nevicato un paio di giorni prima, e la salita dell'ultimo pendio innevato e' stata molto faticosa. Quel giorno sono stato l'unico ad arrivare in vetta, le altre comitive si sono fermate al massimo al Col del Leynir, anche perche' il saltino di roccia che c'e' da fare subito dopo il colle (unico punto leggermente delicato della salita) in presenza di neve e' ancora piu' delicato e degno di attenzione particolare. Quel giorno l'aria era tersissima, non c'era neanche una nuvola e faceva un freddo becco. Per fare la serie di scatti necessari per il panorama circolare dalla vetta mi sono praticamente congelato le dita delle mani, che per il resto del tragitto ho tenuto rigorosamente in tasca, ma ne valeva la pena ed infatti su questa foto tutte le montagne circostanti sono ben visibili. Con un piccolo sforzo editoriale, oltre a costruire il panorama ho scritto i nomi delle cime (per lo meno di quelle che conosco). Se qualcuno dei lettori si avventurera' da quelle parti con uno smartphone o un tablet potra', sulla vetta, vedere la foto e dare un nome ad alcune delle decine di montagne che si ritrovera' tutto intorno.

Sono tornato sul Taou Blanc con Andrea Del Pistoia un anno dopo, a fine agosto 2009, ed il tracciato GPS (che come al solito vi potete scaricare col trucco del "salva con nome") si riferisce Isolettaa questa escursione.

Veniamo alla descrizione sommaria dell'itinerario. Si lascia la macchina al rifugio-albergo Savoia, a lato del Lago del Nivolet. Si prende il sentiero che sale dietro al rifugio, molto frequentato da chi sale verso il pianoro superiore per andare a far picnic ai laghi e quindi ben visibile. Al primo alpeggio che si trova ci si dirige verso destra (Nord), percorrendo il sentiero che costeggia il Lago del Rosset, lasciandolo sulla sinistra. Il laghetto e' inconfondibilmente caratterizzato da un'isoletta, alla sua estremita' Nord, detta "cappello del prete" per la forma, ma nella mia foto (qui a destra) assomiglia di più ad un cappello da baseball smile

Da questo punto il sentiero si innalza con discontinuita' dal punto di vista della pendenza, portandosi su una spalla sulla destra, fino ad un piccolo scavalcamento che porta in un valloncello che scende dal Col del Leynir. da questo punto il sentiero sale sulla destra idrografica del valloncello, superando una bastionata di roccia, per poi tornare piu' tranquillo e raggiungere il Col del Leynir (3084 m), che e' qui. Dal colle la vista e' discreta, si apre a Nord dritta verso il monte bianco e sotto si ha la Val di Rhemes. Di qui resta l'ultimo strappo, una lunga camminata in salita su sfasciumi e detriti che ha un unico punto delicato (come dicevo pocanzi) proprio all'inizio. Per portarsi sul monotono pendio che conduce alla vetta, infatti, c'e' da superare un primo "gradino" di qualche metro, il che si puo' fare con una facile arrampicata su un canalino, da queste parti oppure, come abbiamo fatto con Andrea che e' allergico alle scalate, risalendo il ripido e sciviloso pendio che sale poco piu' a Nord. Si tratta comunque di pochi metri di dislivello che portano sulla china che. per una traccia segnata da ometti di pietra (ma non ce ne sarebbe neanche bisogno) conduce alla cresta in un punto poche decine di metri a Sud della vetta.

La cima e' di qui raggiungibile senza difficolta' a meno che uno soffra di vertigini e, come ho gia' detto, offre uno spettacolo grandioso che spazia dal Monviso al Monte Rosa in una vista che gli inglesi definirebbero "breathtaking" e gli italiani mozzafiato.

Questo e' quanto, ma per ricordare un episodio che mi fece a suo tempo riflettere sulla stranezza dei comportamenti umani voglio raccontare quello che mi successe scendendo al col del Nivolet durante la mia ascensione solitaria del 2008. Sotto il Col del Leynir avevo notato un gruppo di persone non piu' giovani (anche se non anziane come me sad) che raccoglievano qualcosa da terra, armati di coltello e bustine di plastica. Da buon curioso, soprattutto di cose botaniche, mi sono avvicinato per capire quale fosse l'oggetto del desiderio. Mi hanno risposto che raccoglievano genepi. Non avevo visto genepi da quelle parti, e mi sono accorto che in realta' stavano raccogliendo una achillea molto profumata (come dice il nome: Achillea moschata) che pero' tutto e' fuorche' genepi. Con gentilezza, che evidentemente non e' stata recepita come tale, ho fatto notare l'errore, mettendoci il carico da undici con la sottolineatura che comunque eravamo in pieno Parco del Gran Paradiso e quindi non sarebbe stato consentito raccogliere alcun tipo di pianta. Non dico che sono dovuto scappare, ma quasi. Uno degli omoni del gruppo mi ha poco gentilmente invitato a farmi i cazzi miei, aggiungendo di fare attenzione alle gomme della macchina quando fossi tornato da quelle parti. Giuro che non mi sarei aspettato, in quell'ambiente idilliaco, di incontrare questo tipo di gente. Ma forse e' solo colpa mia, del mio atteggiamento da saccente. C'e' sempre da imparare, comunque, e quella volta scendendo di corsa per le ripide risvolte del sentiero mi sono guardato spesso dietro per vedere che nessuno mi stesse inseguendo...

Tornando a noi, come dicevo, questa e' forse la piu' facile delle tre gite dal Nivolet, dal punto di vista delle difficolta' che si incontrano per arrivare in cima. E' piuttosto faticosa, per cui ci va un discreto allenamento. Dal punto di vista botanico direi che non c'e' niente di notevolmente diverso da quanto gia' detto per la Basei e la Fourà.

Qui trovate le foto della gita